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Beatrice Sanalitro - se venisse un cancro PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 09:59

 

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SE VENISSE UN CANCRO

di Beatrice Sanalitro
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 6 febbraio 2005




1°    Com’è accogliente la notte:
l’indaco penetra negli occhi, le stelle indicano percorsi sconosciuti.

2°    Com’è accogliente il mare:
il ritmo delle onde annebbia i ricordi, assenzio che assorbe gli umori…

1°    Il cielo, di notte, lo senti parlare.
Di giorno i rumori coprono la sua voce.

2°    Il mare avvicina memorie remote e colma le cale appartate, le spiagge, gli scogli; li arricchisce di nature distanti e diverse.

1°    Che vengano dal cielo o dal mare, sempre di onde si tratta, inafferrabili eppure penetranti; fiotti di vibrazioni pervadono l’aria, imbossolano gli uomini e ne forgiano la struttura.
Sulla fascia che abbraccia il cielo sorge la costellazione dell’Ariete?
Avrai uomini congegnati come la primavera che spacca la terra perché l’erba possa spuntare; che taglia le gemme perché l’aria profumi di fiori.
Sale all’orizzonte lo Scorpione autunnale?
Sotto putride foglie la potenza della torbida acqua ferma tende il tranello del disfacimento.

2°    E se ti venisse un Cancro?

1°    Se mi venisse un Cancro, dici?
Lo riconoscerei dagli occhi e poi dai piedi.
Adoro il flusso delle vibrazioni del Cancro: tenere onde marine che di continuo si avviluppano, si distendono o si schiantano contro gli scogli eccitate dal vento.
Ah, il Cancro!
Maree di affetti sgattaiolano dai grandi occhi che si avvicinano alle tempie; dalle tempie, invisibili antenne avvertono ogni mutazione presente nell’aria.
Allora il Cancro abbraccia o allontana, sorride o sbraita, troppo difeso o troppo indifeso, protetto dalle solide mura della casa, indifeso come il suo tenero corpo. 

2°    E i piedi, che c’entrano i piedi?

1°    Incede con piedi orientati all’interno attraverso il ricordo, fabbricando il presente con tasselli di passato, preferibilmente di notte.
Se mi venisse un Cancro?
Vorrei che arrivasse col buio, di soppiatto, come i granchi che all’imbrunire escono  allo scoperto per cibarsi delle piccole alghe.
Lo accolgo come fosse un artista che con una rete ricupera i sogni persi nella notte buia e li cuce e li trasforma in monili d’argento nella bottega a forma di utero.
Comuni sogni dimenticati diventano gioielli.

2°    Un gabbiano, cosa diventa un gabbiano di sogno nelle mani di un Cancro?

1°    Il Cancro lo trasforma in un messaggero di libertà.

2°    E un cristallo, cosa diventa un cristallo nelle mani di un Cancro?

1°    Il Cancro lo trasforma in ponte-radio tra te e il cielo.

2°    E una sciarpa?

1°    Diventa un abbraccio nascosto, nascosto dentro una tana.

2°    E una veste?

1°    È il profumo di chi l’ha indossata.

2°    E volo, precipizio, insidia, paura, urlo?

1°    Un totem d’argento li allontanerà.

2°    E fame, separazione, solitudine?

1°    La Luna te le parerà dinanzi agli occhi, perché tu le conosca una volta per tutte: Vita e Morte non la sorprendono.
Se mi venisse un Cancro, con lui vedrei arrivare la Trasformazione.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:04 )
 

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