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Bartolomeo Costamagna - la chiave PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 09:54

 

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LA CHIAVE

di Bartolomeo Costamagna
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 6 febbraio 2005




Gino era un uomo di mezza età, piccolo di statura, occhi grandi che ti scrutavano profondamente quasi da frugarti l’anima.
Abitava da solo in una casa isolata in fondo alla valle. Questa finiva, quasi buttandosi, in un rittano profondo e scosceso.
Gino di mestiere faceva il meccanico, lavorava in una officina in città. La casa, di proprietà, l’aveva ereditata dai genitori morti da parecchi anni; con il passare del tempo l’aveva sistemata proprio bene, Gino era bravo anche nei lavori di muratura.
- Prima o poi troverà una donna, con Gino farà la signora - dicevano i vicini.
Lui non era della stessa idea, la solitudine non gli pesava e poi non era solo, aveva Tobia. Questi non era un umano, ma un cane di razza indefinita, un “tabui” come si definisce da queste parti un cane di razza meticcia; di taglia media, aveva un folto pelo grigio che lo avvolgeva coprendogli quasi completamente gli occhi. Questo forse lo limitava nella vista, nell’olfatto no di sicuro perché Tobia era un cane da tartufi e Gino il migliore “trifolau” della zona.
Il rittano vicino a casa era il regno segreto dei due, partivano al mattino presto ancora con il buio, e imboccavano sicuri il viottolo che portava al vallone. Camminavano senza luce e in silenzio per non indicare il percorso ai curiosi.
Più volte avevo chiesto a Gino di accompagnarlo, ma lui aveva sempre opposto delle scuse che sapevo artificiose.
Non penso mi temesse come concorrente, sono un cittadino che non distingue un melo da un ciliegio, non percepisco i sottili odori che emana la terra, quindi non ho le qualità per essere un “trifolau” appena discreto.
Ritengo con buona certezza che non si fidasse della mia capacità di tenere a freno la lingua. In coppia, Gino e Tobia erano capaci di portare alla luce una quantità di tartufi bianchi come nessun altro.
Nella zona c’erano molto“trifolau” anziani ed esperti, ma come Gino nessuno.
- Ha un dono speciale - dicevano tra la meraviglia e l’invidia.
Quando, nel giorno di mercato, Gino arrivava con l’andatura saltellante per un difetto all’anca, tutti si facevano da parte con il rispetto dovuto al superiore. Attendeva di avere intorno un bel numero di persone, poi lentamente apriva il fazzolettone a quadretti davanti agli occhi e al naso dei curiosi e, soprattutto, dei negozianti che facevano ressa per accaparrarsi i pezzi migliori. Un intenso profumo si sprigionava dall’involto impastandosi con la nebbia sottile che riempiva la piazza. Non ho idea di quanto denaro ricavasse da quelle vendite, penso parecchio!
Un mattino d’inizio novembre, i due amici s’avviarono di buona voglia, Tobia davanti con il muso radente il terreno, Gino indietro di pochi passi con la sacca a tracolla.
Giunti sul ciglio del rittano imboccarono uno stretto passaggio seminascosto da un boschetto di canne. Il pendio ora si faceva ripido e il sentiero sconnesso per le frane provocate dalle piogge dei giorni precedenti. Nel silenzio profondo, si sentì nell’aria la vibrazione provocata dal volo di un gufo. Tobia si fermò di colpo, poi di corsa si lanciò in direzione di un noccioleto abbandonato. Annusò con cura il terreno coperto di foglie fradice, poi iniziò a scavare con foga alla base di un cespuglio. Gino si avvicinò estraendo dalla sacca la corta zappetta, s’inginocchiò sul terreno umido e guardò il cane. L’aveva osservato al lavoro tante volte e sempre rimaneva affascinato, uno spettacolo di sensibilità e maestria. Quando la buca fu abbozzata Gino fece un gesto all’animale per allontanarlo, non ci fu verso, Tobia s’accaniva a scavare con le zampe e le unghie. La sua foga contagiò Gino: per quanto avvezzo a quelle esperienze, sempre in quei momenti, l’ansia lo prendeva. Cominciò anche lui a scavare con la zappetta, la fossa s’ingrandiva sempre di più, posò l’attrezzo e cercò con le mani la presenza del tubero, s’aspettava di sentire sotto le dita la sua forma bitorzoluta, niente. Afferrò nuovamente la zappa e con forza diede alcuni colpi nel terreno; Tobia si era arreso alla stanchezza accucciandosi a poca distanza. A un nuovo colpo s’udì netto un rumore metallico, Gino si fermò, fece leva con la punta della lama ed estrasse un oggetto metallico; lo illuminò con la torcia elettrica, era una chiave.
Sospesero la ricerca, il chiarore del giorno avanzava quando entrarono in casa. Ripulì bene la chiave dalle incrostazioni di terra e la osservò con attenzione, era lunga circa dieci centimetri e pareva molto antica. La fantasia e l’immaginazione cominciarono a lavorare nella testa di Gino, il pensiero di un tesoro nascosto là nel noccioleto s’impadronì di lui, per tutto il giorno non pensò ad altro e lavorò di malavoglia nell’officina. A fine orario non indugiò un attimo, rimise in fretta a posto gli attrezzi e si precipitò a casa. Prese una vanga e andò nel noccioleto; Tobia lo vide partire, eccitato si mise ad abbaiare, poi vedendo il padrone avviarsi da solo senza degnarlo di uno sguardo, si accucciò uggiolando. Gino cominciò a scavare intorno alla terra smossa al mattino.
- Non può essere lontano - si diceva per spronarsi.
Scavò e riscavò fino a quando le forze lo sostennero, del tesoro nessuna traccia. Nella notte non riuscì a dormire; al mattino, stanco morto, andò all’officina, passò una giornata infernale. La testa divenne una pentola in ebollizione e non trovò un attimo di quiete. Tornato a casa vide Tobia che l’aspettava, prese la vanga e da solo prese la strada del rittano. Scavò all’impazzata senza un piano e senza logica, arò tutto il pianoro sotto il noccioleto; un suono sordo della vanga lo fece gridare, di rabbia quando si rese conto di aver urtato un grosso masso; contro di esso ruppe la zappa e scappò via.
I giorni seguenti furono tremendi, si rinchiuse in casa, non rispose alle chiamate dei vicini che, preoccupati di non vederlo e di sentire Tobia abbaiare disperato, si erano avvicinati alla casa.
In una notte di fine novembre con la luna che rischiarava a giorno le colline ormai brulle, Gino uscì di casa portando con sé Tobia, nella tasca del giaccone aveva la chiave maledetta. Arrivarono sul ciglio del burrone, la voragine profonda del rittano s’apriva come una bocca spalancata. In basso, sul fondo illuminato dalla luna si stagliavano le braccia nude degli alberi. Tobia, scattato in avanti, si era fermato, voltato guardava Gino immobile sul precipizio; questi mise la mano in tasca ed estrasse la chiave, la guardò brillare alla bianca luce notturna poi, con tutta la forza che aveva, la scaraventò nel vuoto. Senza rumore cadde ai piedi di un vecchio pioppo.
Ho sentito, da persone bene informate, che proprio là dove è caduta la chiave, un “trifolau”, recentemente, ha tirato su un tartufo di dimensioni mai viste, talmente bello che quei fessi del comitato hanno pensato bene di regalarlo a Bush.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:04 )
 

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