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Antonella Filippi - nostalgia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 09:49

 

scritturaliafoto

Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA


LEGGI I RACCONTI DI SCRITTURALIA



possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

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Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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NOSTALGIA

di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 6 febbraio 2005




Mi sono chiesta spesso, passando davanti a quell’uomo singolare, quale segreto avesse tessuto nelle sue fattezze una tanto disperata bellezza. Lo vedevo sempre fermo sul molo, seduto con avvilita compostezza, gli occhi agganciati al lontano orizzonte. Ogni volta alzavo la mano per salutarlo e ogni volta, incrociando il suo sguardo, il gesto si congelava in un senso di sottile orrore, quasi la sua apparenza tanto attraente suggerisse una repulsione altrettanto marcata.
Quasi mai la bellezza è un’alchimia apparente, è spesso lontana da mani e occhi, perché non la si può toccare, non la si può guardare troppo da vicino, per non perdere la visione d’insieme che ce ne dà il senso e il piacere, ma più bellezza facciamo entrare nella nostra vita più alto diventa il nostro senso estetico e la meraviglia che vediamo diventa in parte riflesso della grazia interiore.
La sua salmastra bellezza senza tempo risuonava nei miei occhi con un’eco di spavento, di alieno, e di ipnotica attrattiva.
Adesso lo guardavo, fingendo di guardare altrove, e mi sorprendevo a cogliere le sfumature delle sue espressioni, quasi sul viso passassero turbini e bonacce e nei suoi occhi i lampi di morte tempeste risuonassero ancora la loro eco stanca. Quest’uomo portava scritto, nel lento movimento corrugato dei suoi continenti frontali, una storia di dolore e felicità talmente intensi e compenetrati da farmi sentire la presenza di un grande e terrificante passato.
Quella sera, seduta sulla panchina del parco davanti al mare a inseguire con gli occhi il volo affamato dei gabbiani, l’avevo ritrovato in piedi di fianco a me, come un’ombra. Mi aveva fatto un cenno, per dirmi di tacere la mia sorpresa.
Ora mi chiedevo quali domande mi stesse facendo in silenzio, e quali risposte avesse colto.
“Sono qui per raccontarti la mia storia, perché ho sentito i tuoi pensieri chiedere le stesse cose che io chiesi infiniti millenni or sono. Ti racconterò, perché tu non soffra il mio errore se ciò che chiedi un giorno si avverasse. Ti racconterò, e capirai chi sono.”
Nella sera ineguale la sua voce risuonava nella mia mente con un’eco di consunta e inesausta attesa, di distillata contentezza. La felicità è egoista. Ma una felicità alla quale il fuoco della sofferenza ha aggiunto dolcezza è l’essenza della condivisione che trascende l’umano, è l’essenza dell’amore.
“Per il mio signore io ero il portatore del suo vessillo di luce, l’arciere della sua parola, l’amico prediletto. Il suo regno non aveva catene, se non quelle del suo affetto e della sua gelosia. Era stato vittorioso in mille battaglie e le sue alate legioni tracciavano solchi di cinabro nella diga del cielo.
Il mio signore crea per gioco e poi dimentica. Ama la miniatura e il particolare, anche quello che non si vede e non si scopre mai. Ama le sue opere, come un collezionista accarezza con il pensiero la bellezza che possiede, ma, a differenza di questo, il pensiero si fa esso stesso bellezza e senza limitazione di genere e specie.
Ma il mio signore e amico, per disegnare altrove nebbie e uragani, abissi e lune, abbandonava a volte la cura del suo regno alle mie mani inette.
La tenerezza, l’amore profondo e intenso che provavo per ognuna delle sue creature, mi fecero desiderare di aumentare i loro doni. Chiesi al mio signore di concedere a quelle creature la possibilità di condividere pensieri, apprendimenti e intuizioni senza parole, di avere un pari livello di consapevolezza, di potersi muovere nell’universo trasferendo la materia, protetti da un campo di luce che servisse loro anche da dimora, di trarre l’alimento necessario alla continuazione della vita dalla vicinanza di alberi e stelle, di trasformarsi, volendolo, in una qualsiasi delle creature del suo vasto regno, per conoscere, imparare, apprezzare la sua capacità creativa e lodarne la potenza. Pagai la mia tenerezza, il mio atto d’amore, accettando di perdere i miei privilegi, di vivere nel loro mondo e di essere l’unico a non potere usufruire di quei doni.
Ma dimenticai di chiedere di renderli permeabili all’amore e alla compassione, e perciò all’intima risonanza emotiva con ogni vivente, perché la ricerca della conoscenza senza il fuoco della tenerezza degenera in un ibrido sterile, senza radici e senza frutto.
Per molti millenni, con gioia, li vidi godere del mio sacrificio.
Ma io stesso avevo dimenticato di chiedere che qualcosa in me venisse cancellato.
Nel combattere il male si può divenire malvagi. Anche quando si cerca di piegare il male dentro di sé. Dimenticai di chiedere, e furono preda del mio orgoglio. Ognuno, per stare al suo posto, deve avere una speranza. Io avrei voluto che qualcuno, anche uno solo tra loro, avesse saputo che era a me che dovevano tutto. Il mio orgoglio diede al sacrificio una sfumatura di inutilità.
A poco a poco insinuai la mia stessa malattia nei loro sensi e così tentarono di imitare e farsi dei a loro volta. Credendosi padroni del loro destino e dei mondi che tenevano tra le mani non se ne curarono, lasciando crescere la sottile ragnatela del disprezzo e della superbia. La loro energia prese bagliori corruschi, ciò che li nutriva degenerò. Il mio signore, sdegnato, li sottrasse ai miei doni, lasciando soltanto i brandelli di un sogno ormai lontano.
È per questo che ora, nella parte dormiente di tutti voi, c’è il ricordo di quel tempo perduto che furono le meraviglie che il mio sacrificio incompleto vi donò.
Il fuoco dell’insoddisfazione e del rimorso, il senso della vita sprecata, della necessità di rivivere un’altra volta per ovviare al male commesso e al bene incompreso strazia chi mi segue sul facile tracciato dell’orgoglio. Divenni rabbioso, perché il mio signore mi aveva abbandonato, non aveva perdonato la mia caduta di un momento, e feci di voi il capro espiatorio della mia sventura. Si amano solo le cose di cui si ha esperienza, per questo la maggior parte del vostro mondo ama la violenza. Ma ora so che tutto questo era necessario, e so che Egli mi ama ancora e non ha mai smesso di amarmi. Questa sera, in cui la malinconia trascolora nell’accettazione degli eventi, ho avuto i segni del suo ritorno. Ho sentito il tuo pensiero schiudersi per far sbocciare la mia antica agonia d’amore. Forse il mio signore tornerà per darvi una opportunità e per liberarmi dalle catene che una tenerezza estrema legò alla fine all’odio.
Non vi chiedo di pregare per me, perché la ripetizione di formule vuote e rituali non serve a nulla, ma pensate a me con comprensione, perché le lacrime di compassione per il male lo purificano e lo lasciano senza forza e potere. Se il mio signore ti ascolterà, ricordati della mia caduta e del mio dolore, e della sofferenza che ho sparso nel mondo. Chiedi per loro amore, perché la ricerca non li porti lontano ma in fondo, e forse così qualcuno, mentre ti guarda con pietà, capirà il tuo sacrificio. Perché dove c’è amore non ci può essere disprezzo. Nel crogiolo dell’amore le donne bruciano l’orgoglio, per questo credo che il tuo sacrificio avrà il peso di un sogno, e sarà eterno”.

La sua figura svanisce.
Mi alzo dalla panchina e guardo il mare.
Penso, mentre la pioggia e le lacrime mi bagnano il viso, che è facile distinguere l’una dalle altre.
La pioggia è più fredda, perché il cuore del cielo è ancora lontano.






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Domenica 24 Luglio 2011 09:54 )
 

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