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Pietro Tartamella - il veliero di latta PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 06:51

 

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IL VELIERO DI LATTA

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 10 aprile 2005




Con le manine che stringevano le ginocchia, il mento sui polsi, seduto sull’orlo incerto della cava che qui e là franava lievemente, Antonio guardava il fratello maggiore dall’alto.
Giuseppe aveva 14 anni appena compiuti dentro gli stivali di gomma che affondavano. Il suo ritmo era regolare. La pala affondava nell’acqua, il piede destro spingeva con forza, e poi via… sollevava la pala lanciando sabbia e sassolini sulla griglia grande come una porta. La sabbia fine passava tra le maglie piccoli buchi sottili. I sassi scivolavano ai piedi della griglia come una risacca. Un bastone la teneva inclinata di una trentina di gradi. Il sole di fine agosto ancora caldo sulle loro teste.
Giuseppe aveva impiegato tre giorni a scavare quella fossa grande, spostando di volta in volta la griglia quando, dietro, il mucchietto di sabbia era diventato alto. Intorno alla cava una serie di caratteristiche piccole dune di sabbia fine.
Sei dune in tutto, come gli anni di Antonio.
“quando giochiamo?” chiese timidamente Antonio. 
La sua piccola voce implorante gli uscì dalle labbra incredibilmente nitida e si disperse velocemente nella vasta foce del fiume Roya. Sullo sfondo, lontane, addossate alla collina di roccia, le case bianche della borgata Roverino.
Il canneto fitto, a pochi metri dalla fossa, ondeggiava al vento.
“sì, adesso giochiamo - rispose Giuseppe - finisco questa piccola duna e poi giochiamo”.
E spingeva lo stivale sulla pala e lanciava sabbia e ghiaia sulla griglia.
Rimase assorto nel suo lavoro per una ventina di minuti. Antonio guardava la piccola duna crescere dietro la griglia. Cresceva troppo lentamente. Non resistette:
“avevi detto che avremmo giocato” disse, e la voce aveva un liquidore di lacrima.
Giuseppe lanciò il piccone e la pala oltre l’orlo della cava, sulle dune, e con un balzo uscì fuori. Trasse dalla tasca una sigaretta senza filtro, sgualcita. L’accese e fumò.
Guardando fisso negli occhi il fratellino, con un misto di per favore e guai a te, disse: “con papà, nessuna parola… che mi hai visto fumare, mi raccomando”.
E portò l’indice sulle labbra per essere più incisivo.
Lentamente dalla bocca fece uscire un filo bianco di fumo.
Tese il braccio verso il fratellino, porgendo la sigaretta: “vuoi provare?” disse con un sorriso complice. Antonio si era rizzato in piedi con i segni dei sassi sulle cosce, senza più liquidi nella voce. Era felice. Il fratello maggiore aveva deciso di giocare con lui finalmente e lo aveva invitato a… fumare! Sorrise, avvicinò le labbra alla sigaretta, soffiò invece di aspirare. Il fumo inondò i suoi occhi che lacrimarono e tossirono.
Giuseppe lo prese per mano e lo invitò a correre “vieni - disse - ho una sorpresa per te!”. E corsero insieme, ridendo, verso il canneto.
I loro nomi correvano con loro.

Un chilometro più a monte, dove il letto del fiume cominciava a restringersi, Don Vincenzo, il padre, aveva trovato delle buone cave. Intorno alla fossa che aveva scavato in tre giorni un bellissimo ricamo di ventiquattro dune di sabbia. Era tempo di chiamare Nicola che venisse col camion a caricarla. Più le quattordici dune di Giuseppe facevano 38 dune, un bel mucchio di metri cubi di sabbia che sarebbero stati trasformati in lire.
Don Vincenzo però non sapeva che Giuseppe aveva prodotto solo 6 dune di sabbia. Giuseppe invece lo sapeva, eccome! Era indietro con il lavoro. Avrebbe dovuto affrontare il  rimprovero e l’ira di suo padre.
Ma ora non voleva pensarci, ora doveva mostrare la sua sorpresa ad Antonio.

Giuseppe era scomparso nel canneto “aspettami qui - aveva detto al fratellino - torno subito”. Erano trascorsi alcuni minuti e non era ancora tornato.
Il cuore del bambino cominciò a battere più forte. Un tamburo vero nel petto lo percuoteva e il suono cupo si mescolava alle tempie, al vento, allo stormire delle canne, all’acqua del fiume che scorreva maestoso, al volo degli uccelli. 
Un grande silenzio avvolgeva la vastità della foce fatta di sassi e sabbia e fiume. Si sentivano lontani i colpi di un piccone. Il padre che scavava nella sua fossa piena d’acqua.
Antonio sentì di nuovo agli occhi un lacrimore. Un singhiozzo faceva capolino e il pomo d’Adamo tremolava non vedendo ritornare il fratello. Proprio in quel momento Giuseppe riapparve dal folto delle canne, con un gran sorriso e le mani dietro la schiena. Il bambino diventò raggiante quando vide Giuseppe avanzare lentamente tenendo in mano il suo veliero di latta con le vele!
Lo aveva costruito di nascosto, battendo col martello un bidone di latta da dieci litri. Odorava ancora di olio d’oliva.
Con tre fazzoletti bianchi aveva costruito le vele. Un tre alberi che Giuseppe ora ondeggiava nel mare delle sue mani mostrandolo con orgoglio al fratellino senza parole. Antonio era così stupito che non resistette al desiderio di accarezzare con le manine la latta luccicante compattata col martello.
“Andiamo a provarlo” suggerì entusiasta Giuseppe. E corsero di nuovo, verso un rigagnolo largo mezzo metro che scorreva tra le canne e l’erba e le pietre e si incrociava con altri rigagnoli formando un labirinto d’acqua limpida e trasparente che brillava al sole di fine agosto. A vederli correre così col veliero in mano e i pantaloncini corti non si capiva chi aveva 6 anni e chi ne aveva quattordici.
Adagiarono il veliero sull’acqua con trepidazione. Sarebbe rimasto a galla? La corrente cominciò a sospingerlo. Galleggiava, anche se inclinato da un lato! I tre fazzoletti gonfi di vento.
Giuseppe lo estrasse dall’acqua. Vi mise all’interno alcuni sassi come zavorra e riprovò di nuovo. Ora navigava più diritto, ma non ancora abbastanza. Mise altri sassi, affinché la chiglia potesse affondare di più, riassettò i tre alberi fatti di canne sottili. Quando lo rimisero sull’acqua l’emozione era incontenibile.
Il veliero navigava deciso e sicuro, stabile e maestoso, spinto dalla corrente e dal vento. Veleggiava così bene nel centro del piccolo canale che sembrava ci fosse a bordo, a guidarlo, un timoniere davvero. Quando nelle anse si scontrava con la sponda erbosa, restava incagliato per un po’. Ma subito dopo riguadagnava la corrente.
I ragazzi lo seguirono per centinaia di metri saltando fossati ed erbe e ridendo.
Quando il veliero fu prossimo a raggiungere il grande flusso delle acque del fiume Roya, Antonio, preoccupato, si affrettò a fermarlo, scivolando nel fossato e bagnandosi le scarpe pur di afferrarlo con una mano. Non voleva rischiare che la corrente si portasse via il veliero. Erano solo scarpe bagnate.
Risalirono il rigagnolo sino alla cava, dove il piccone e la pala giacevano sopra le sei dune di sabbia come aste di meridiana. Riposero di nuovo il veliero sull’acqua. Ma il gioco cambiò.
Con un chiodo Giuseppe fece un paio di buchi sulle fiancate del veliero “mentre lo seguiamo dalle sponde - disse - facciamo finta che noi siamo navi nemiche e lo bombardiamo.”
Antonio cominciò eccitatissimo a lanciare dalla sponda colpi di cannone, sassi nell’acqua il più vicino possibile al veliero, cercando di non colpirlo per non ammaccarlo.
Dall’altra sponda Giuseppe lanciava i suoi sassi con mira precisa, e intorno al veliero era uno fitto ricamo di schizzi e onde, e pluf pluf che lo facevano inclinare di lato; e dai buchi appena fatti col chiodo imbarcava acqua, così tanta che alla fine, appesantito e pieno, il veliero colava a picco.
Lo ripescavano e ricominciavano a farlo galleggiare con i fazzoletti grondanti, e a bombardarlo, finché non affondava di nuovo.
E giunti all’incrocio col grande fiume lo mettevano in salvo in tempo, spingendosi pericolosamente così avanti che un passo falso avrebbe potuto gettarli nella corrente.
Risalivano di nuovo sino alla cava per ricominciare a correre, a bombardarlo di nuovo mimando con la voce i colpi del cannone, dimenticando le scarpe bagnate e i graffi dei rovi e la pala e il piccone le cui ombre sulle dune segnavano ormai le otto di sera!
Per tutto il pomeriggio giocarono ai pirati col veliero. Cominciava a imbrunire.
Giuseppe raccolse la pala, il piccone, la griglia, il veliero. Nascose tutto nel fitto intreccio delle canne. Col sole che andava tramontando cominciò a pensare al padre che presto si sarebbe accorto di quante poche dune aveva prodotto in quei giorni. Le avrebbe prese di santa ragione.
Lo consolava solo il vedere quanto Antonio, così piccolo e castano, fosse felice per aver giocato con lui. Quel suo sguardo estasiato di fratellino adorante valeva il prezzo degli sganascioni che suo padre gli avrebbe scaricato addosso.
Di corsa Giuseppe risalì il greto del fiume andando incontro a suo padre, con Antonio che gli sobbalzava sulle spalle a ogni anfratto.
Ad Antonio piaceva da matti quel gioco di essere sballottolato sulle sue spalle ché gli pareva d’essere contemporaneamente sull’altalena, sugli scontri e sulle montagne russe a guardare il fiume e le canne dall’alto come un gigante.
Giuseppe correva. Voleva essere sicuro di anticipare il padre, distrarlo, non farlo passare dalla sua cava, così non avrebbe visto le sue poche dune di sabbia
La notte si rigirò più volte nel letto.

Il giorno dopo, ciò che Giuseppe temeva accadde puntualmente. E fu ancora più grave di quanto non si aspettasse, perché il padre non immaginava certo di vedere così pochissima sabbia, e lo scoprì davanti a Nicola che era venuto col camion a caricarla. Nicola aveva fatto battute sarcastiche sul fatto che la sabbia era poca. L’orgoglio di Don Vincenzo ferito.
Per tutto il tempo che impiegarono a caricare la sabbia sul camion il padre rimase zitto, con i denti stretti, covando un sordo rancore per quel figlio che si distraeva così spesso dal lavoro e non dava segno di voler affrontare la fatica e le responsabilità. Quel figlio di quattordici anni che alla fiera di San Giuseppe non resisteva alla tentazione di comprare in una bancarella una pallina di stoffa colorata piena di segatura legata a un elastico. E armato di quel gioco inseguiva per i vicoli di Ventimiglia Alta i compagni, facendo rimbalzare sulle loro teste la pallina, simulando battaglie e cannoni, finché dalla stoffa sbrecciata fuoriuscivano sbuffi di segatura a ricordargli San Giuseppe falegname. E Antonio a soffiare nella trombettina.
Nicola si portò via col camion trenta dune di sabbia, invece di trentotto. Si allontanò beccheggiando su fossi e buche attraversando il fiume. Una nuvola di fumo grigiobianco avvolgeva il camion.
Don Vincenzo rimase muto. Guardava nelle sue mani le banconote che erano meno di quanto aveva previsto. Avrebbe dovuto chiedere ancora credito al droghiere.
Un tuono brontolò nel cielo rannuvolato.
Una goccia di pioggia sulle banconote.
Non disse una parola Don Vincenzo, nemmeno nella mezz’ora che impiegarono a tornare a casa. Camminava con la schiena curva, lo sguardo sugli scarponi, la coppola umida di pioggerellina. Giuseppe lo seguiva distante qualche passo, sentendo aria di tempesta.
E una volta giunti a casa la furia del padre esplose: sfilandosi la cinghia di cuoio colpì il ragazzo più volte sulla schiena bestemmiando ferocemente, inseguendolo tra sedie rovesciate e urla maledette. Antonio sentiva la cinghia colpire sedie, tavoli, schiena, mobili, sedie, testa, tavoli, braccia, e sentiva il tramestio dei passi del fratello che cercava di sfuggire al flagello e i passi del padre che lo incalzavano e distingueva come fosse diverso il suono della cinghia quando colpiva le braccia grandi della madre che si era messa in mezzo per difenderlo e i pianti delle sorelle più piccole che terrificate battevano i piedi per terra sulla soglia della camera.
Del veliero di latta nessuna parola.
I tuoni echeggiarono più oscuri.
Antonio sentiva sugli occhi il fumo acre della sigaretta e lacrimava e singhiozzava.
Del veliero di latta nessuna parola.
Il padre lo avrebbe spezzato quel veliero di merda davanti ai loro occhi lo avrebbe ridotto a un rottame schiacciato sotto gli scarponi rompendo a entrambi il cuore.
Quel lunedì sera di fine agosto nessuno di loro andò al circolo Acli a vedere il film in televisione.
Ognuno si curò le ferite in silenzio addormentandosi pian piano al buio nei singhiozzi che andavano scemando.
Il padre uscì e cammino per ore sotto la pioggia.
La pioggia scrosciava violenta sui tetti e sui vetri. Scrosciò per tutta la notte. Scrosciò furibonda per tutto il giorno seguente. E il giorno successivo ancora. E il fiume Roya si ingrossò a dismisura.
Il vasto greto scomparve diventando acqua travolgente. Portò via ogni cosa: le pale, i picconi, le griglie nascoste nei canneti, le meridiane con l’ombra. I canneti furono divelti, le fosse ricoperte di terra e pietrisco, la ragnatela di rigagnoli un unico fiume in piena.
Quando la pioggia cessò, agli inizi di settembre, solo le case bianche di Roverino erano al loro posto. Il paesaggio del fiume completamente modificato, stravolto.
Il veliero di latta travolto dal fiume in piena raggiunse probabilmente le acque salate della foce. Forse si inoltrò nel mare, e in qualche luogo oscuro del mare, sui fondali, ora ancora riposa dopo cinquant’anni.
Il veliero di latta rimase un loro segreto.
Rimase nascosto nel silenzio del mare.





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GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:05 )
 

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