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Patrizia Ferraris - vacanze PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 06:47

 

 

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VACANZE

di Patrizia Ferraris
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 10 aprile 2005




Mie care amiche,
vi racconto come sono andate le mie vacanze in Croazia con Silvia.
Beh, tu arrivi da un anno che non sai se classificare “pessimo” o “terribile”, ma sei tutta proiettata verso le splendide avventure che attendono te e la tua amica e, armata di protezione solare che-c’è-il-buco-nell’ozono-e-guarda-che-carnagione-chiara-che-hai-se-ti-scotti-il-primo-giorno-ti-rovini-le-vacanze, lucida d’olio come un branzino ti dirigi trionfalmente verso la spiaggia.
Sì, ma quale?!?
In Croazia non ci sono spiagge. E neanche scogli, peraltro.
Ci sono invece delle simpatiche discesine in cemento, orribilmente inclinate verso l’acqua, dove tu cristonando disponi l’asciugamano e unta come sei, essendo che ti avevano detto che i ramponi al mare non servono, per non finire miseramente a mollo ti scardini le unghie cercando di scavare un solco nel cemento mentre sorridi falsamente nel tentativo di darti un tono.
E quando finalmente, circa tre ore dopo, hai trovato il punto di equilibrio, ti guardi intorno e ti vedi circondata da una miriade di bambini belli e simpaticissimi, dei quali vorresti essere la madre benché il tuo istinto materno si discosti dallo zero per un epsilon piccolo a piacere, e dai loro bellissimi padri che tu ti vorresti fare, tutti, dal primo all’ultimo e dall’ultimo al primo o anche in ordine sparso, non stiamo a sottilizzare, e proprio mentre cominci a pensare che siano ragazzi-padre, separati o magari anche vedovi, al diavolo il buonismo! mors tua vita mea, hai visto che alla fine ho vinto io, stupido orologio biologico, proprio allora ecco che…
Arrivano loro, le MADRI.
Sorridenti, rilassate (…e ci credo, con quei mariti!!!), con un pupo al collo e uno nello zainetto sulla schiena, che con una mano porgono la merenda al figlio appena uscito dall’acqua e con l’altra ne spalmano un quarto di crema, mentre tu ti sei appena rovesciato lo yogurt addosso pur avendo liberi anche i piedi, donne con tanga infinitesimali da cui esce solo un’abbronzatura perfetta e nemmeno UN GRAMMO di cellulite, roba che tu neanche a quattordici anni dopo un mese di influenza intestinale, e tu lì col tuo bikini ascellare da cui prorompe festoso il trippettone che prometti falsamente che stasera rinuncerai alla birra…
Il tutto peggiorato dalla tua amica che cinguetta “che carini!!!”, e tu alla milionesima volta che lo ripete vorresti azzannarle un polpaccio, ma poi ripieghi sulla focaccia che tre minuti dopo si è già trasformata in ciccia (oh, mai una volta che ‘sto cazzo di metabolismo si pigli una pausa!).
E allora decidi di sperperare 30 euro e cercare riparo in un’immersione, che è sempre e comunque un buon investimento perché dura circa tre ore: un’ora e mezza per costringere la tua prorompente femminilità a strizzarsi in una muta (che però alla fine ti dona, bella idea per una festa in maschera! così tutta sottovuoto e MAGRA… peccato solo per l’ora e un quarto di sforzi titanici per emergere dal guscio in neoprene come la Venere di Botticelli dalla sua conchiglia, soltanto con un “plop!” finale che rovina un po’ l’insieme, ma magari alzando un po’ il volume della musica non si noterebbe poi tanto…).
Comunque sia, nei quindici minuti di immersione ti senti meravigliosamente: fluttui leggera, senza peso, tu Sirenetta immemore del mondo emerso, pesci colorati ti danzano intorno, e c’è perfino un maniaco che ti ha seguita! ne senti l’ansimare nelle orecchie, dai-che-è-la-volta-buona-ah-no-è-il-rumore-che-fa-l’erogatore-pazienza-sarà-per-la-prossima-volta, e poi, e poi cosa c’è, lì sul fondo?!?
Ti avvicini pinneggiando leggiadra e vedi un poster con una stronza anoressica in costume che si pesa sorridente su una bilancia e una scritta gigantesca che ti invita a controllare la tua linea, dal nervoso che ti viene capisci perfino il croato, eccheccavolo, ma siamo a venti metri sott’acqua!!!
La metamorfosi è istantanea, da Sirenetta a Moby Dick in un nanosecondo netto, nemmeno Kafka era mai riuscito a tanto…
E allora, in un abbagliante lampo di lucidità, capisci perché hai sempre preferito la montagna: ma che senso di libertà quando arrivi in vetta, ma che contatto con la natura! queste sono le scemenze politicamente corrette che ti racconti da anni.
NO! La verità è che in montagna poster come questo non ci arrivano, né tantomeno arrivano quelle modelle con famiglia da Mulino Bianco al seguito, e se anche ci arrivano sono coperte, e comunque sei coperta TU, che con la scusa che in montagna il tempo può cambiare da un momento all’altro puoi dire che se indossi pantaloni lunghi e piumino modello burqa in pieno agosto non è che sei pazza, sei PREVIDENTE!
E se poi è inverno ancora meglio, puoi affermare tranquillamente che quelli che indossi sono pantaloni imbottiti… imbottiti del tuo culo, è vero, ma questo adesso che c’entra?!?
E così, forte di questa nuova consapevolezza, invece di suicidarmi sono tornata a casa con Silvia, e ai colleghi che mi chiedono come sono andate le vacanze rispondo: “Benissimo! Non vedo l’ora di ripartire!”.
…e, ragazze, se non è ottimismo questo…





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:06 )
 

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