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Maria Pia Cervellin - denti PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 06:39

 

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
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DENTI

di Maria Pia Cervellin
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 10 aprile 2005




La station wagon parcheggiò all’ombra a quasi cinque metri dall’ingresso del palazzo. Erano le otto di sera. Ne scese un uomo sui quarantacinque anni vestito con una maglietta, shorts e scarpe da ginnastica. Diede una lunga sorsata a una bottiglia d’acqua pulendosi la bocca con le mani, visibilmente grato. L’afa era opprimente e l’aria irrespirabile. Fortunatamente era arrivato alla fine. Doveva portare su l’ultima scatola, al resto aveva pensato la ditta di traslochi. L’ascensore era fuori servizio e lui aveva fatto trovare ai ragazzi una ventina di birre al fresco su di sopra. Lo aspettavano le scale, quindi, ripidi scalini di marmo di inizio novecento, e doveva portare circa venticinque chili di peso per otto piani. Non c’era alternativa. Era la più preziosa e non poteva continuare a tenerla in macchina.
Aprì il bagagliaio, si infilò un paio di guanti da lavoro e cominciò a trascinare lo scatolone. Lo afferrò, lo appoggiò per terrà e dopo aver chiuso la macchina si mise le chiavi in tasca. Si diresse al portone con l’ingombro in grembo e fortuna volle che fosse aperto. Inforcò le scale e tentò subito i due scalini alla volta. Abbandonò l’idea. Prese a salire a papera, con le ginocchia di lato altrimenti sarebbe inciampato con tutto il carico. Trovò un suo ritmo, abbastanza cadenzato per qualche gradino. Poi lascio fare al caso. Il caldo e la fatica erano padroni. Gli bastava vincere la forza di gravità per otto piani e lo avrebbe fatto anche strisciando. Un piede dopo l’altro e lo sforzo aumentava. Era arrivato alla terza rampa e già si sognava la birra nel frigorifero. Il sudore gli faceva strizzare gli occhi, ma avrebbe appoggiato lo scatolone almeno al quinto blocco di scalini. Intanto pensava. O meglio i pensieri gli andavano contro e non aveva pace né dal caldo né da sua moglie. Un fallimento completo dopo vent’anni di matrimonio. Il fatto, però, era che lui sinceramente non si rendeva conto di come avessero potuto arrivare a tutto questo. A una separazione definitiva. Forse avrebbero dovuto avere dei figli. Forse, chissà quante cose. La situazione era comunque snervante quando finalmente arrivò alla quinta rampa e si sedette vicino alla pesantissima scatola dei suoi tesori. Lì dentro sì, c’erano le uniche cose che davano un senso di continuità alla sua vita. I quattro manoscritti dei volumi che aveva pubblicato, le agende degli ultimi quindici anni, “Cent’anni di solitudine” autografato, tutti i taccuini da quando andava all’università, il CD di Marvin Gale e la sua inseparabile Pelikan, un piccolo pacchetto regalo. Aveva sete, la maglietta gli stava appiccicata addosso, i capelli erano fradici. Respirava, ma l’afa era un muro di umidità e sembrava di soffocare. Non vedeva l’ora di essere in casa. Aveva dormito dal fratello per tutta la settimana precedente, per comodità in vista dell’ultima sessione estiva degli esami all’università, e i traslocatori e i vari tecnici avevano lavorato nella casa nuova in sua assenza. La cosa più importante è che gli avevano assicurato che l’aria condizionata era funzionante. Si alzò, non senza qualche scricchiolio, caricò la scatola e riprese a salire. L’idea delle birre gelate nella sua mente cominciava a mischiarsi con l’odore della pelle di sua moglie, le docce fatte insieme, quella lontana vacanza a Pantelleria… Caspita! Quindici anni prima. Erano quindici anni che non si prendeva un sano periodo di ferie. Quest’anno forse era arrivato il momento di provvedere. Avrebbe messo in moto il fratello: voleva sole caldo e secco, acqua cristallina e notti fresche per dormire finalmente da re. Chissà che per una decina di giorni non si sarebbe tolto di dosso quel senso di fallimento che lo seguiva come un’ombra. Ottava rampa. Metà strada. Alla dodicesima avrebbe riposato di nuovo. E forse avrebbe bussato per chiedere un pochino d’acqua. La gola era riarsa e tutti i suoi liquidi ora si trovavano a inzuppare i pochi vestiti che aveva indosso. La faccenda peggiore era il sudore che gli colava giù per il viso, cui non riusciva a dare immediato sollievo. Passo dopo passo, scalino dopo scalino arrivò al pianerottolo della dodicesima rampa. Non fece in tempo a posizionarsi per appoggiare la scatola che questa gli sfuggì di mano e ruzzolò rumorosamente all’indietro. Scese gli scalini di corsa. Trovò lo scatolone malmesso, ammaccato in più parti e la tentazione di aprirlo per controllare fu forte. C’era solo una cosa fragile all’interno, la più preziosa, ma doveva aspettare. Doveva arrivare in casa. Decise di non fare più soste. Cinque rampe di scale. Ormai erano quasi le nove. Ansimava e le braccia gli facevano male. Anche il cuore. Guardava le ammaccature e sperava. Sentiva la fede al dito e soffriva. Cinque rampe da inferno. La sete era arrivata a un livello oltre l’immaginazione, il bisogno di una doccia al limite del liberatorio. Necessitava ristoro. Quattordicesima rampa. La birra, la doccia, l’aria condizionata erano vicinissime. Salì le ultime due rampe in un silenzio mentale catatonico, ascoltando solo la sua fatica e quando vide la porta di ingresso vi si gettò addosso di peso. Sostenne con il suo corpo la scatola martoriata mentre cercava le chiavi. L’umidità e l’arsura erano come un rampicante lungo la sua gola. Finalmente entrò. Non si accorse dell’aria irrespirabile andò dritto al divano ai cui piedi appoggiò la scatola. Poi corse al frigorifero. Un ondata di aria fresca lo pervase. Suono di vetro contro vetro. Passi. Rumore di cassetti aperti e sbattuti con forza. Vuoti. Ma certo che erano vuoti. Nessun cavatappi, nessuna posata, niente con cui far leva. Mise la testa sotto l’acqua del rubinetto. Poi si lasciò cadere lungo la parete divisoria della cucina. Di fianco il bidone. Bottiglie di birra prosciugate. Come avevano fatto ad aprirle quegli operai. Infilò dentro la mano: tappi. Ci giocherellò un po’ nervosamente, poi li osservò meglio. Una tacca, due, quasi tre. Due, quasi tre, una. All’improvviso il silenzio. Secondi di fiato sospeso, di muta elettricità. Infine il rumore secco di una rondella di latta che cedeva sotto i suoi denti. La scolò d’un fiato e poi si stese per tutta la sua lunghezza sul pavimento della cucina. Iniziava il rilassamento e con esso il sudore cominciò ad asciugarglisi addosso. Doveva fare la doccia. Con riluttanza si sollevò, andò al condizionatore e lo accese, si spogliò e fece un mucchietto degli abiti sporchi. Si avvicinò al divano, tolse il nastro adesivo e controllò che la penna fosse rimasta al suo posto. C’era. Per sicurezza la provò. Ora poteva farsi la doccia tranquillo. Un uomo e la sua Pelikan.
Mise i panni sporchi in un angolo del bagno e si tuffò letteralmente sotto lo scroscio d’acqua. Una meraviglia, una liberazione. I muscoli si distendevano e la mente si alleggeriva. Pensava già alla biancheria pulita, alla pizza che si sarebbe scaldato, alla birra. Con tre birre forse sarebbe riuscito a dormire il sonno dei giusti. Chiuse l’acqua, un asciugamano intorno alla vita e tornò in salotto ad accendere la lampada a stelo di fianco al divano. Tiro fuori dallo scatolone la sua agenda con dentro ben chiusa la penna e il pacchettino. Poi andò a mettere in forno una pizza surgelata. Si sentiva affamato. Si vestì con qualcosa di comodo e poi si sdraiò finalmente sul suo nuovo divano color panna. Era rilassato e questo per il momento gli bastava. Mentre la pizza cuoceva, prese il pacchetto regalo e lo aprì: il suo nuovo taccuino. Se lo faceva incartare da una vita e capitava proprio a proposito. Tolse nuovamente la penna dal suo astuccio di pelle e scrisse la prima parola sulla pagina bianca: denti.




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:06 )
 

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