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Lorenza Balbo - il principe dei castelli di sabbia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 06:35

 

 

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IL PRINCIPE DEI CASTELLI DI SABBIA

di Lorenza Balbo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 10 aprile 2005





C’era una volta,
in un regno lontano e felice, un re di grande saggezza, che viveva insieme al figlio dodicenne in un castello meraviglioso, un palazzo imponente di grandezza e bellezza mai viste all’epoca.
Le sue cento torri si ergevano nel mezzo di una verde radura poco distante dal mare, immerse in macchie colorate di fiori, il cui dolce e intenso profumo si diffondeva tra le faraoniche stanze del palazzo. Ogni angolo del castello era ricoperto di foglie d’oro, di coperture d’alabastro, di legni e porcellane pregiati. I popolani lo chiamavano “il palazzo delle meraviglie”. Il re era molto amato dal popolo, che viveva in gioia e serenità.

Il principino, futuro erede al trono, aveva perso la mamma venendo al mondo, evento per il quale non riusciva a darsi pace, nonostante le premurose attenzioni del padre. Non c’era consolazione per questa tragedia, odiava tutto ciò che lo circondava, il palazzo e il re troppo buono e disponibile nei suoi confronti.

Un giorno, in un momento di sconforto, il principe si recò a passeggiare nel bosco vicino al castello. Era una splendida giornata, il sole illuminava le foglioline verdi degli alberi, il cuore del principe era invece cupo e pensieroso. Incontrò una vecchina che, zoppicando, si trascinava lentamente presso una fonte d’acqua. La brocca era molto pesante e riusciva a malapena a spostarla dal sentiero ghiaioso.
“Potresti per cortesia aiutarmi? Non riesco a raggiungere la fonte, sono troppo stanca!”, implorò la vecchina.
“No, vecchia, non ho tempo per queste sciocchezze, devo pensare a me stesso, adesso!” rispose irato il principe.
“Ti prego, giovane ragazzo, ti prego!”. Il principino, assorto nei suoi pensieri, non si curò minimamente di lei e continuò a camminare per la sua strada. Senza accorgersene, urtò la spalla della vecchina, che cadde a terra bruscamente. “La tua arroganza verrà punita!”, tuonò con voce più cupa la vecchia, “Sono la strega del bosco, ti condanno a vivere in miseria, irriconoscibile ai tuoi sudditi, solo, sulla spiaggia della baia vicino al castello. La maledizione verrà spezzata quando avrai finito di contare tutti i granelli di sabbia del luogo della tua condanna!”.

Il principe, incredulo, si trovò catapultato in una realtà del tutto nuova: sporco, vestito di stracci, muto, passava le sue giornate sull’immensa spiaggia della baia, contando pazientemente granello per granello e deponendolo in recipienti raccolti dai rifiuti del castello. Il re, disperato per l’improvvisa scomparsa del figlio, non si diede pace e lo fece cercare per mari e monti, ma senza successo. Nessuno avrebbe mai sospettato del povero “bambino pazzo” della baia.

I giorni, i mesi, gli anni passavano velocemente e il principe stava perdendo la speranza di poter tornare alla situazione precedente alla maledizione, voleva soprattutto tornare a chiedere perdono a suo padre per l’arroganza con la quale l’aveva sempre trattato.
Erano passati dieci anni dall’incontro sventurato con la vecchina nel bosco. Una sera, seduto al chiaro di luna sulla spiaggia, il principe, comprese che era inutile continuare a contare i granelli di sabbia della baia. Era stanco, più contava i granelli e li depositava nei contenitori, più il vento glieli trascinava via e la conta ricominciava nuovamente. La verità era che non sarebbe mai riuscito a terminare il conteggio. Infinito era il mare, infiniti i granelli della baia, infinita era anche però la pace interiore che aveva finalmente raggiunto.
Nel chiarore delle stelle il principe vide finalmente la vita, la bellezza dell’esistenza che fino ad allora non era riuscito a vedere, chiuso in se stesso com’era a ragionare sulle sue sfortune personali. Provò una gioia immensa nella fusione panica con il meraviglioso spettacolo naturale che lo circondava. Con questa dolcezza sulle labbra, si alzò e cominciò a pensare ai momenti felici. Papà e il palazzo: ecco la felicità che aveva conosciuto.
Cominciò a modellare sulla subbia un cumulo di granelli dai contenitori, poi tanti altri intorno. Lavorò instancabilmente per giorni. I pescatori, dopo averlo visto all’opera così accanitamente sui cumuli misteriosi, un giorno, di ritorno dalla pesca notturna, si avvicinarono al ragazzo.
Lo spettacolo che si presentò davanti ai loro occhi li lasciò senza parole: decine e decine di castelli di sabbia uguali nelle forme al palazzo reale, con una dovizia di particolari che aveva dell’incredibile. Non solo torri ricostruite perfettamente in miniatura, ma anche interni decorati che si intravedevano dalle finestre orientaleggianti e appuntite dei palazzi di sabbia, omini intenti a lavorare fuori e dentro le mura, un lavoro di grande artista e scultore.

Presto la storia del ragazzo pazzo che costruiva palazzi reali di sabbia nella baia, giunse alle orecchie del re, il quale volle recarsi di persona ad ammirare le opere dell’artista misterioso.
Il ragazzo riconobbe subito il padre, sotto la maschera di fango e sudiciume che portava sul volto da anni. Una calda lacrima scese sul suo viso. Il re, colpito dall’opera del giovane, notò la sua commozione e gli si avvicinò. Gli era giunta voce che fosse muto, perciò non disse una parola, ma sorrise.
Il ragazzo si chinò vicino al suo mantello e cominciò ad accumulare mucchi di sabbia informi. Modellò la sabbia per ore, il re gli restò accanto per tutto il tempo, incuriosito dallo strano ragazzo.
L’opera finale lasciò il re senza fiato: era un ritratto del re, studiato e riprodotto nei minimi particolari, lo specchio di un uomo modellato con tanto amore da una persona che lo conosceva molto bene. Accanto al volto del re, quello di un ragazzo corroso dalle intemperie e dalla disperazione.
Il re, col cuore in gola e con il sospetto insidiato nella mente, fece portare una bacinella d’acqua e uno straccio. Lavò con cura il viso del ragazzo, fino a scoprirlo del tutto. Riconobbe immediatamente il figlio, anche se sciupato, e lo abbracciò piangendo.
Da lontano una vecchina zoppicante e commossa, guardando la scena, disse: “Che la maledizione finisca ora, che la parola torni al principe dei castelli di sabbia!”




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:06 )
 

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