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Francesco Scarrone - storia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 06:24

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
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STORIA

di Francesco Scarrone
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 10 aprile 2005




C’era una volta, in un paese lontano lontano, un sovrano buono e un poco pasticcione, di nome Bumboleggio primo.
E questa è la storia di come perse la sua storia e di come, poi, la storia al fin fu ritrovata.
Bumboleggio primo era un gran raccontatore di storie, al punto che, si narra, quando prendeva a parlar lui, tutto s’azzittiva nell’universo mondo, i fiumi si fermavan per restare ad ascoltare, il vento, in più, cessava il suo soffiare, e le pietre, finalmente, tacevano un po’ il silenzio. Eeeh, perché non tutti forse lo sanno, ma le pietre sono delle gran chiacchierone, anche se nessuno sente cosa si dicono perché parlano in pietroso, che è una lingua molto lenta: una sillaba ogni qualche centinaia d’anni. Eppure, quando Re Bumboleggio primo si grattava la gola, schiariva il pensiero, e partiva col “C’era una volta…”, allora, anche le pietre, finalmente, tacevano un po’ il silenzio.
E poi i passerotti! I passerotti sul davanzale della finestra che se lo stavano ad ascoltare, che si bevevano le parole del buon Re, rapiti e incantati, col becchetto spalancato, e ogni tanto, soltanto, osavan cinguettare di Ciripip e Ciripip, per mostrare allegri il proprio assenso, e con uno sbatter d’ali in un tripudio di piume, per applaudire alla bellezza delle storie.
Bumboleggio primo amava raccontare storie, raccontava storie agli alberi, ai mattoni del castello, ai mattini sulle colline, e al cielo. Ma, più di tutto, Bumboleggio primo amava raccontar storie a suo figlio, Bumboleggio secondo.
Un brutto giorno accadde, però, quel che di peggio ci si sarebbe mai potuti augurare. Proprio quando Re Bumboleggio aveva appena iniziato a raccontare una storia a suo figlio, un venditore di filtri per trasformare i rospi in principi suonò alla porta.
Re Bumboleggio, interrotto sul più bello, proprio nel momento magico dell’inizio, quando la realtà ancora s’appalesa attorno a noi, eppur già si distingue l’incanto della storia che scioglie le cose rendendole meno banali, insomma, Re Bumboleggio, interrotto sul più bello del momento magico dell’inizio della storia, sbuffò perché era il giorno di riposo della servitù e toccava a lui andar ad aprire la porta del castello.
Ma si fa presto a dire porta! Ché la porta del castello non è mica una porticina piccinapicciò da gnometti nanottolosi! È una grossa portona pesante che ci vogliono quaranta persone per aprirla. Se sono magroline, anche quarantuno!
Così, Re Bumboleggio, già un po’ contrariato per l’esser stato interrotto sul più bello dell’inizio della storia, che è il momento proprio in assoluto più bello di tutta una storia, e ancor di più dall’idea di doversi aprir quella porta pesante pesante tutta da solo, si tirò la corona indietro sulla nuca di santa rassegnazione e prese a ciabattare con le sue babbucce a forma di cane per i meandri immensi e sontuosi del palazzo.
Era lì che sbluboffonchiava un qualcosa circa che gli toccasse sempre fare tutto da solo, e che non c’era più la servitù di una volta, e non ci sono più le mezze stagioni, e pure le pietre sono diventate meno chiacchierone d’un tempo, insomma, sbluboffonchiava di questo e di quell’altro come una pentola di fagioli, che la babbuccia pelosa a forma di cane gli scivolò di sbotto. Colpa della regina Burimilla, che aveva questa mania di passare tutto il giorno la lucidatrice. Le babbucce si sfilarono dai regali piedoni e finirono fin sul lampadario, mentre il corpo poco ginnico di Re Bumboleggio primo s’avvitò in arcuata contorsione nell’aria, per atterrare, poi, sul pavimento, con l’eleganza d’una polenta calda che cade e si spaciocca giù dal tavolo della cucina.
 Quando Re Bumboleggio primo si risvegliò, un paio d’ore e qualche bernoccolo più tardi, si controllò di essere ancora vivo. Tastò il corpo, e gli parve che ci fosse, tastò la corona, che gli punse i polpastrelli con le gugliette acuminate, si tastò le spalle, per esser certo di non esser morto e che gli fossero comparse sulla schiena le ali da angioletto. Tutto era a posto. Eppure. Eppure Re Bumboleggio primo sentiva di aver perso qualcosa.
 Controllò nelle tasche d’ermellino dove teneva il grosso mazzo di chiavi del castello: e quello c’era. Si diede una toccatina al fondoschiena: e anche quello, pur se dolorante, stava al suo posto. Poi alzò lo sguardo, vide le babbucce cagnolose sul lampadario e pensò: “Ecco, è quello ciò che mi mancava”.
Ma anche quando recuperò le babbucce sentiva che qualcosa, ancora, non era come avrebbe dovuto essere. Aveva tastato, ravanato e controllato in ogni posto. L’unico angolino in cui non era ancora andato a sbirciare era la sua testa, così decise che non gli rimanesse altro da fare che buttare lì un’occhiatina. E fu proprio lì, proprio lì nella sua testa, che s’accorse che qualcosa effettivamente mancava: aveva perso la storia che stava per raccontare: oooh, porca strega!
Non ci poteva credere! Cercò benebene tra le mille e una favola che conosceva a menadito, ma non vide manco l’ombra di quella storia che aveva appena iniziato e che gli era sfuggita proprio nel momento magico più bello, che è il momento dell’inizio. Girò e rigirò a più riprese per tutte le fiabe. S’infilò nella foresta incantata, nel dubbio che la storia che stava cercando fosse rimasta impigliata a un qualche arbusto, o caduta nello stagno del riflesso canterino, dove cadono le parole e si trasformano in canzoni che subito volan via, salutò le perifrasi dei castelli e dei cavalieri, mise sottosopra le favole, dal Tutti vissero felici e contenti, fino su al C’era una volta, ma non ci fu niente da fare. Anche quando rovistò fra gli indovinelli e le filastrocche non riuscì a trovare la sua storia, quella sua storia che aveva appena cominciato a raccontare quando avevano suonato al campanello, sul momento più bello del magico inizio che, come tutti ormai sanno, è il momento più bello di una storia.
 “O poffarbacco! -gli venne ed esclamò- questa sì che è una bella gatta da pelare!”.
Il gatto reale che dormiva sul trono si svegliò a quelle parole e, facendo finta di niente, nel dubbio si allontanò quatto quatto.
Ma il dubbio funesto, quello del Re, continuava ad arrovellare il buon sovrano, che babbucce alla mano, rigirava nel salone del castello, andando diravanti e dirindietro sempre nello stesso punto.
 Cammina cammina, cammina cammina, cammina cammina, il pavimento prese a consumarsi e solo quando fu sprofondato nel marmo sino alla cintola, in una trincea scavata dal suo passo pensieroso, Re Bumboleggio esclamò con tono trionfante:
“Eureka! Ci sono! Indirò un concorso tra tutti i cavalieri del mio Regno e colui il quale ritroverà la storia che ho perduta potrà chiedermi in premio tutto ciò che vorrà”.
Adesso, vuoi che nel Regno c’era grossa crisi e quasi tutti i cavalieri erano emigrati a Disneyland, vuoi che quei pochi rimasti erano costretti a fare già il doppio lavoro per pagarsi il mutuo della casa e le rate del cavallo, ma all’appello disperato del Re non rispose che una sola persona. E pure nell’ora di pranzo, interrompendo così Re Bumboleggio primo dal primo assalto al suo piatto preferito: il pollo millepiedi: perché con mille piedi aveva pure mille cosce: e lui ne andava ghiottissimo. E poi si sa, che le cosce del pollo, se sono solo due, finiscono sempre subito, anche se poi, quando chiedi, tutti avevan preso l’ala.
Insomma, pollo a parte, solo una persona aveva risposto all’appello disperato del Re. E la cosa più preoccupante è che non era mica che avesse risposto uno di quei bei cavalieri che si vedono sui libri delle fiabe illustrate, di quelli che sberluccicano tutti d’argento e di metalli preziosi quando affrontano i draghi con l’alito pesante a suon di lance e di mentine, né un prode guerriero venuto da una terra senza nome, d’uno di quelli ch’abbatte i giganti con una testata sul naso e poi se li rosola sullo spiedo come fossero porcellini d’india. O polli millepiedi.
No. Lui era un: cantastorie.
Il Re, onestamente, non la prese molto bene.
“Dov’è il tuo pennacchio? Dove le tue armi? Dove soggiorna il tuo fido destriero?” chiese il Re, dubitando un po’ d’un cavaliere senz’armatura scure e mazza.
“Sire, armi non porto, se non l’arma della fatata parola, il pennacchio l’ho mutato in piuma aguzza che ricama fogli e incide fantasie, tanto dei piccini quanto degli adulti. Poiché anch’essi son desiderosi di sognare. Il mio scudo son orecchie per ascoltare, storie, poi, che saprà riraccontare, d’armatura non ho bisogno, e per fidato destriero non ho che questi piedi che m’han menato sino agli angoli più remoti del vostro Regno senza fine”.
Il Re s’era addormentato alla terza parola. Ma quando si svegliò, visto che alternative non v’erano di sorta, non gli rimase che sospirare di rassegnazione e, con la stessa faccia trista di quando nelle patatine trovava regali da bambina, disse:
“Evvabbé… allora così sia. A te il compito e l’onore di compiere tale impresa ardimentosa: dovrai ritrovare la storia che ho perso. Vai, da oggi sarai cavaliere…” e lo investì, battezzandolo col cosciotto di pollo che stava mangiando.
Fu così che il cantastorie affogò nel calamaio la punta di piuma d’oca e sul foglio pergamenato lì davanti appose, in bella serica calligrafia, le prime parole di questa storia:
“Storia del Re smemorato e di come perse la sua storia”.
E la storia ritrovata così cominciò:
“C’era una volta, in un paese lontano lontano, un sovrano buono e un poco pasticcione di nome Bumboleggio primo. E questa è la storia di come perse la sua storia e di come, poi, la storia al fin fu ritrovata…





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:07 )
 

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