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Elisabetta Pesante - metropolitana PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 05:42

 

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METROPOLITANA

di Elisabetta Pesante
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 10 aprile 2005




Metropolitana: strano argomento da trattare. Argomento particolare. È difficile immaginare cosa si nasconde dietro quelle gialle sedie e quei vetri pitturati da “vandali” di ogni genere: forse una tribù di topi intelligenti, pronti a una rivolta o il passaggio verso un mondo non conosciuto. Ma la metropolitana va, striscia come un curioso serpente nel sottosuolo senza guardarsi indietro.
Caratteristica principale delle metropolitane: sono sempre affollate, non capita quasi mai di entrare in una metropolitana e di vedere un posto libero, luccicante, che ti tenta e, quando accade, prima che tu possa afferrarlo e gustarne la comodità, un ragazzo prepotente o una vecchia signora, intenta a fare le parole crociate o a leggere libri di cucina, ti ruba il posto, mostrandoti un sorriso vittorioso e furbetto. La buona educazione impone di lasciare sempre il posto a un anziano che sale a bordo, perché altrimenti si potrebbe stancare e, se in una brusca frenata si dovesse far male, tu ti sentiresti in colpa. Ma questi furbi vecchietti ne approfittano sempre. E quando tu non gli cedi il posto perché sei affannato o ti fa male una gamba, loro ti rimproverano e ti scacciano dal tuo trono.
Certo, ci sono delle eccezioni, ma sono limitate ed è una vera fortuna incontrare un barbuto vecchietto o un’anziana signora che quando sali sulla metropolitana (s’intende, a un bambino) ti cede il posto, facendoti un sorriso a 32 denti (o almeno quelli che gli restano).
Sinceramente, in tutta la mia vita sono stata poche volte sulla metropolitana, ma una cosa la ricordo bene. Dopo essere stata un certo tot di tempo schiacciata tra una persona e l’altra, soffrendo il caldo e annaspando per la mancanza di aria, quando finalmente la voce metallica annuncia la TUA fermata e la porte si aprono, tu con grande difficoltà sgusci fuori, rompendo il puzzle che presto verrà ricomposto da un altro sfortunato passeggero. Poi, quando le porte della metropolitana si richiudono e il mezzo riparte, tu sbatti le palpebre incredulo di essere uscito senza ferite da questa piccola avventura.
La metropolitana è come un grande ascensore che viaggia orizzontalmente e come in ogni ascensore si è appiccicati agli altri e più si è appiccicati agli altri più si è soli e distanti. E si pensa. La metropolitana è densa di pensieri e io li posso vedere.
Ad esempio, quella signora laggiù è disperata: vaghi ricordi della sua infanzia, vissuta in un povero orfanotrofio, con severe regole, le affollano la mente ora che anche la sua unica famiglia si sta dividendo per le numerose litigate.
Ma non bisogna pensare che la metropolitana sia un luogo dove si rievocano le brutte esperienze. Infatti, c’è un signore di fronte a me che porta un cilindro fucsia ed è truccato in modo strano. È un attore. In questo momento è felice perché il suo nuovo spettacolo è ben riuscito.
Anche il volto rivela i pensieri a un osservatore attento. C’è gente assonnata e altra arrabbiata. Ogni persona è in una situazione propria.
Mi ricordo anche che, perlustrando le menti dei passeggeri, ho scorto una delle immagini più belle mai viste nella mia vita: il protagonista era sulla spiaggia e il vento soffiava forte, scompigliandogli i profumati capelli, ma lui non se ne dava pena. Il suo sguardo era rivolto al mare in burrasca. Su nel cielo i gabbiani stridevano felici. Improvvisamente, i suoi occhi si illuminarono: all’orizzonte stava passando la metropolitana dei pensieri che lo invitava a salire e a produrre fantastiche storie in cui tutti avessero la propria parte.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:09 )
 

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