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Ugo Goy - alla fine del viaggio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 15:58

 

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Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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ALLA FINE DEL VIAGGIO

di Ugo Goy
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 luglio 2005




Scoprire di aver ascoltato solo verità fasulle dal proprio padre non poteva che suscitare un trauma difficile da superare per Vittorio. Inutile quindi tormentarsi su come tutto sarebbe potuto cambiare se la scoperta fosse avvenuta con altre parole, in altri luoghi, secondo modi e tempi diversi. Giungere a questa sofferta conclusione segnò, di fatto, la fine del lungo viaggio che, tanti anni prima, il padre di Vittorio, Alexander, uomo di poche parole ma “buono e premuroso con i bambini”, almeno così com’era ricordato dai conoscenti, aveva intrapreso.
In tante occasioni, i lunghi silenzi avevano lasciato spazio a fantasiose ricostruzioni di quella che poteva essere stata la realtà di un passato che appariva assai lontano quindi misterioso. Un gioco adolescenziale nel quale Vittorio eccelleva. Poi, con la maturità, il divertimento di re-inventarsi un mondo così ‘esotico’ partendo dagli scarni racconti paterni aveva lasciato posto al lavoro, agli amori, alle difficoltà quotidiane.

L’immaginazione rende ogni cosa più dolce, un procedimento simile avviene per i ricordi… quelli di Alexander dolci non furono mai. Non è infatti dolce il ricordo in sé o il luogo che si cerca di rievocare,  ma noi in quel momento.

Il timore di essere scoperto aveva spinto Alexander a fingere anche con i suoi figli e con la donna che aveva sposato. La nostra latente inconsapevolezza rende accettabile la commedia che recitiamo tutti i giorni: la sua consapevole finzione lunga una vita fu più difficile da interpretare. La stanchezza, prima o poi, ha la meglio. Così fu anche per Alexander.

Abbandonate ambizioni e sogni, la maturità spesso ci vede travolti da una frenesia che non ti lascia pensare, ma in fondo all’anima qualcosa di non compreso rimane sempre a tormentarti. Per qualcuno è più difficile che qualcosa affiori, per altri è più semplice, a maggior ragione quando si ha netta la percezione di non poter contare su alcuni punti fermi. È importante, per comprendere se stessi, comprendere prima i nostri genitori, il loro mondo, la cultura che li spinse a prendere quelle decisioni che così fortemente possono incidere sulla nostra esistenza. Non c’è comprensione senza conoscenza. Alexander appariva a Vittorio, a tratti, come uno sconosciuto troppo taciturno.

Tra gli storici si discute su quanti anni debbano esser trascorsi da un avvenimento per poterlo giudicare senza esserne influenzati.
Cinquanta non sono bastati a Vittorio, solo adesso, a 60 anni da quei fatti è arrivato il momento del distacco emotivo, a dieci anni ormai dalla morte di Alexander Dectovic, profugo ucraino vissuto in Italia dal ’45 al giorno della sua morte, il 20 maggio 1995.

Successivamente all’invasione dell’Unione Sovietica, operazione Barbarossa nel 1941, alcuni lettoni, lituani, estoni, ma anche russi e ucraini, si unirono spontaneamente all’esercito tedesco.
Quattro anni dopo, al momento della ritirata nazista, lo scontro già cruento si trasformò in una lotta per la sopravvivenza. Per chi aveva ‘tradito’ non ci sarebbe stata pietà. Alexander aveva tradito una ‘patria’ che non riconosceva.
Vittorio non conobbe mai quali furono i delitti che Alexander volle coprire inventando la storia della sua prigionia in Germania e della fuga a ovest per evitare eventuali ritorsioni nei confronti di chi, forse troppo facilmente, era stato fatto prigioniero; scoprì solo negli ultimi giorni di vita del padre la verità, un racconto comunque incompleto, nel presagio della fine.

Dopo l’angoscia, il disprezzo per il genitore impedì un confronto e una qualsiasi elaborazione dell’evento, troppe le menzogne, troppi i silenzi ora compresi, troppe le ambiguità ora chiarite.
Dopo la rabbia, lo sconforto di non aver mai potuto conoscere profondamente il passato, ma anche i pensieri intimi del padre. I sensi di colpa per non avere compreso quello che forse poteva essere intuito e poi il rammarico, con il passare degli anni, di aver stancamente messo a tacere il desiderio di capire.
L’appropriazione, in un momento, di un intero mondo costrinse Vittorio a chiedersi quante volte il genitore fosse stato sul punto di rivelare tutto e su quante volte aveva poi desistito, lo costrinse a mettere in dubbio certezze acquisite, idee non più discusse, fino ad arrivare alla stessa consapevolezza di sé.
Adesso, dieci anni dopo, Vittorio ha smesso di odiare il padre, ha smesso di giudicarne le scelte.
Alla fine del viaggio c’è nuovamente, come da bambino, la volontà di conoscere come fu compiuto quel viaggio e cercare di capire perché Alexander volle iniziarlo.
Perché Papà?




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:12 )
 

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