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Sara Arrigone - Milano/Città del Messico PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 15:48

 

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MILANO - CITTÀ DEL MESSICO

di Sara Arrigone
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 luglio 2005




L’aereo era in volo da un paio d’ore e Bianca non riusciva a prendere sonno. Se ne stava seduta accanto al finestrino con i suoi capelli rosso fuoco dai riflessi arancioni, inforcati da un bastoncino di legno che li teneva su dandole un’aria ordinata, ma non troppo. Proprio come piaceva a lei. Aveva un aspetto solare e gradevole, ma non si curava molto dell’estetica, poiché era perennemente assorbita da qualche ragionamento su come migliorare il mondo.
Normalmente andava molto fiera del suo carattere, ma questa volta si malediva di essere entrata in farmacia pensando a come costruire un pannello solare sul tetto di casa sua, poiché questo le aveva fatto completamente dimenticare di comprare i sonniferi per il viaggio. Mancavano ancora otto lunghissime ore a Città del Messico, non aveva nessuno con cui parlare e leggere le faceva venire la nausea, i film proiettati facevano probabilmente parte de “La saga del cinema trash ad alta quota” e iniziava anche a soffrire di puro panico da altitudine. Insomma, era spacciata. Di lì a poco avrebbe iniziato a infilzare le dita tra le pieghe della gonna o ad attorcigliarsi nervosamente i capelli, a recitare le preghiere che aveva imparato da bambina, o quello che riusciva a ricordare, a sussurrare mantra per aumentare la fiducia in se stessa e nel destino e avrebbe chiuso in bellezza lanciando un roboante grido isterico al primo vuoto d’aria. Si sentiva come se stesse camminando in punta di piedi con le scarpe di cuoio su un cornicione stretto al cinquantesimo piano di un palazzo e proprio mentre ebbe la prima vertigine da caduta imminente, qualcuno le sussurrò: “Ehi, tutto bene?”
Il suo vicino di poltrona le stava parlando ed era riuscito a staccarla per un attimo dal suo inevitabile bungee jumping dal ponte del contegno emotivo.
“Tutto bene??? Sì, certo! Con una metafora, direi che mi sentirei più al sicuro sul Titanic dopo lo schianto con l’iceberg... rendo l’idea??!”
“Mmm.., ironia tagliente anche sotto pressione... allora non sei ancora in fase - OHMIODIOFATEMIUSCIREDIQUIINQUALSIASIMODO - Non ti preoccupare, se riesci a dormire un po’ o a distrarti il terrore passa... Tequila? La porto sempre con me per le emergenze...”
Bianca non se lo fece ripetere due volte, prese la bottiglia di alcol puro e butto giù un sorso lunghissimo in apnea. Di lì in poi iniziò a diventare loquace e allegra. Lui si chiamava Stefano, “Steo per gli amici”, studiava storia e stava per avventurarsi in un tour mistico Messico-Guatemala alla ricerca del Peyote e di un’amaca sulla spiaggia, ma anche dei resti delle città Maya e della cultura indigena. Adorava viaggiare e voleva arrivare a trent’anni avendo visto almeno un paese per continente. Bianca e Steo parlarono di musica, di quanto fossero talentuosi i Pink Floyd e di come entrambi preferissero i testi di Roger Waters, dei concerti che avevano visto, di quelli che avrebbero voluto vedere e della possibilità di rincontrarsi per caso in qualche mercato messicano mentre contrattavano il prezzo di un sombrero, souvenir imprescindibile per entrambi. Arrivarono a destinazione senza alcuna voglia di salutarsi, ma nessuno dei due disse nulla. Lui s’incamminò con lo zaino in spalla e lei raggiunse il suo fidanzato ricercatore al Museo di Antropologia della capitale.

L’ultima casa sull’ultima spiaggia dell’ultima isola sperduta del Mare Egeo aveva quattro stanze in affitto. Bianca aveva cercato quel posto per molti mesi, perché era decisamente l’opposto della vita frenetica di Milano che ogni giorno le succhiava un po’ di esistenza felice e le faceva credere che quello fosse l’unico mondo possibile. Non le piaceva lavorare in una multinazionale e usare le lingue che aveva studiato con tanta passione per ordinare e vendere piastrelle e pavimenti, ma aveva bisogno di lavorare per pagarsi la casa e piaceri come un massaggio, un corso di arrampicata e, naturalmente, le vacanze, sacre più della montagna Sacra di Uluru, quella roccia rossa in mezzo al deserto australiano che tanto l’attirava e che, prima o poi, avrebbe visto dal vivo. Si sarebbe sposata a dicembre con un avvocato che non le dedicava molto tempo e amore e che l’aveva spedita in Grecia da sola perché troppo indaffarato col lavoro, o con qualche cliente particolarmente accondiscendente, tra le possibilità, ma in fondo non le dispiaceva particolarmente. Dopo la storia finita male con l’antropologo di Città del Messico aveva deciso di accasarsi in fretta con un buon partito, stipulare qualche chiaro accordo per una convivenza serena e pacifica e non pensarci più: in fondo aveva quasi trent’anni e, come tutti cercavano di farle credere, era ora di pensare alle cose serie e concrete e a metter su famiglia.
Quella mattina si alzò tardi e andò a far colazione nella grande cucina azzurra della bellissima casetta bianca col tetto blu mare, pensando a quanto si sentisse vecchia nonostante non lo fosse. Si versò il latte nella tazza e iniziò a osservare la coppia che sedeva al tavolo di fronte a lei. Erano italiani anche loro, probabilmente di Bologna dall’accento: lui la prendeva in giro e lei rideva, sembravano davvero felici. La ragazza bolognese si alzò e uscì per andare in spiaggia a prendere il sole e il ragazzo si versò ancora un po’ di caffè. Poi, guardandosi intorno, si girò verso Bianca e iniziò a fissarla .
“Ma sei davvero tu???”
“Scusi?”
“Ma sì, l’aereo per il Messico... ricordi? Tu avevi paura e io ti ho raccontato un sacco di storie per distrarti perché eri terrorizzata... Stefano, quello dei Pink Floyd, dei Maya e dell’amaca sulla spiaggia”.
“Oh, cavolo! Certo che mi ricordo di te... non ti avevo riconosciuto... avevi i capelli rasta e la barba e ora hai l’aria così... pulita! Come stai? Sei sopravvissuto agli effetti allucinogeni del Peyote? ”
“Non hai perso la tua verve strafottente, vedo... diciamo che mi sono laureato in Storia, scrivo per un giornale di viaggi e ora sono in vacanza con la mia dolce metà... guarda un po’ qui,... ci siamo sposati un anno fa. Comunque anche tu sembri molto diversa con questi capelli così precisi...”
“Già”. Dopo quelle parole Bianca ebbe l’esatta percezione di come Stefano avesse realizzato i suoi sogni e lei no, di quanto si fosse arresa, di come avesse venduto i suoi capelli rossi ribelli per un caschetto nero perfettamente in ordine senza volerlo davvero.
“Peccato non essersi più rivisti. Ma è incredibile rincontrarsi qui, è un posto talmente fuori mano...”
“Per questo mi piace.”
“Sì, anche a me.”
“Ma alla fine sei andata in Australia? Me ne avevi parlato tanto.”
“No, non ancora. Sono stata un po’ indaffarata. Magari il prossimo anno.”
“Questa volta ricordati i sonniferi. Non so se troverai un altro disposto a parlarti per otto ore di seguito senza sosta e alla fine non ci prova nemmeno...”
“Ah, è andata così...beh, io ero fidanzata all’epoca...”
“Ecco perché... avevo percepito qualcosa del genere...”
“Beh, dai, nonostante il trauma di non essere stato così irresistibile non ti è andata poi così male, no?”
“Vero... neppure a te spero... beh, mi ha fatto davvero piacere rivederti, Bianca. Abbi cura di te, mi raccomando.”
“Anche tu.”

La libreria stava per chiudere e Stefano si era infilato di corsa tra la porta e la serranda per comprare un libro. Doveva scrivere un articolo sull’Australia e si era ricordato di Bruce Chatwin perché gliene aveva parlato una bellissima ragazza su un aeroplano per il Messico, una ragazza che voleva vedere la Montagna Sacra degli Aborigeni in mezzo al deserto e la barriera corallina, che aveva fatto un lungo viaggio pur avendo una paura folle di volare perché aveva bisogno di conoscere e vedere posti nuovi e che l’aveva colpito per il suo desiderio di migliorare il mondo e rischiare. Si ricordò di averla rivista su un’isola sperduta della Grecia, per caso, molto cambiata rispetto alla prima volta, ma con gli stessi occhi curiosi e appassionati, solo un po’ più spenti. Non sembrava troppo felice, nonostante lo mascherasse bene e non era stata in Australia. Che peccato.
Trovò il libro, lo pagò e uscì. Aveva divorziato da poco e gettarsi nel lavoro sarebbe stato un ottimo modo per non pensare. Si sedette su una panchina e iniziò a leggere la prefazione. Parlava di viaggi, di un grande continente pieno di contraddizioni, cadute in picchiata e panorami da restare senza fiato. Lui c’era stato, aveva visto quei posti ed era tutto incredibile, esattamente come veniva descritto. Anche la Montagna Sacra e la barriera corallina. La frase conclusiva recitava: “Vale la pena di andarci, anche se hai il terrore di volare e non c’è nessuno che ti racconta storie divertenti per almeno otto ore di seguito.” In basso la firma dell’autrice, Bianca Staffetta.
“Sì, Staffetta. Come la corsa! Carino, eh???!!!”
Stefano si ricordò di quella frase, dimenticata in un angolo della sua memoria per circa quindici anni. Poi realizzò: Bianca, che per lui era rimasta la ragazzina dai capelli rossi che voleva cambiare le cose, era stata davvero in Australia e doveva aver scoperto qualcosa d’importante laggiù per scrivere la prefazione di un libro importante come quello. Si era ripresa la sua curiosità e aveva di nuovo sfidato l’aria e il coraggio. All’improvviso si rese conto che stava sorridendo, nonostante fino a pochi minuti prima si sentisse completamente avvilito. In quel momento tutto gli sembrò possibile. Scappò a casa, accese il computer, cercò Bianca su Internet e la trovò. Con tanto d’indirizzo di posta elettronica.





 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:12 )
 

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