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Paolo Severi - le scarpe di farfalla PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 18 Settembre 2011 15:24

 

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LE SCARPE DI FARFALLA

(Volo quasi autobiografico)
di Paolo Severi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 luglio 2005

 

 

Il bambino correva, ma non sapeva di correre. Era il suo modo normale di muoversi; era felice, anche senza sapere di esserlo. Certo, i genitori lo riprendevano bonariamente, non si può mica correre sempre, ma, più che altro, era una po’ di invidia perché non ce la facevano a stargli dietro.
Era circondato da cose meravigliose: la sua mamma, il gatto, il giardino con tutte quelle cose fantastiche, il canto degli uccelli, le lucertole, le libellule… e tutti che volano, scappano, ognuno in modo diverso, tranne il gatto che un po’ scappa, un po’ ti tende agguati…
Poi la scuola, le regole, i giochi di squadra, le compagnie, la musica… La musica!
Anche la musica è piena di regole, ma si snoda con libertà, vince sui rumori, impone la sua atmosfera… Ricordava il suo piccolo giardino, che gli sembrava sconfinato, con quei suoni, profumi, voli di uccelli e di farfalle, e lui che si sentiva libero e partecipe, ma… Ma gli sembrava che, per ogni cosa che imparava, ne perdeva una che già sapeva…
Poi, la magia dell’adolescenza, il sorriso di quella ragazzina che ti scombussolava tutto, e… E quel giorno che ti ha invitato al saggio di danza classica, e tu che ci sei andato non certo per la danza classica (la musica che ascolti è rock duro e chiassoso), ma perché… E quando hai visto quelle ragazze che erano tutt’uno con la musica… Beh, quel giorno qualcosa è cambiato.
Per una farfalla, la parola “libertà” è del tutto priva di significato. Io, che non posso volare, sento questo limite, invidio la farfalla, e non mi sentirò libero fino a che non avrò imparato a volare! Certo, hanno inventato razzi ed elicotteri, ma non è la stessa cosa. Certi amici si riuniscono in gruppi di meditazione, dicono che fanno viaggi con il corpo astrale, ma le farfalle sono diverse. So che ci sono dei ragazzi che fanno altre esperienze, ma i loro viaggi non mi interessano. I loro occhi non sono felici.
Il ballo di quella ragazza, quello sì. Quello è un’altra cosa! La libertà è superare dei confini e in quel ballo non c’era distinzione fra musica, movimento, scenografia, atmosfera, sorriso, volo… Certo, mi piaceva l’idea che quella ragazza, la terza della seconda fila, fosse la prima ballerina (non c’erano prime ballerine; era un saggio collettivo!) e che avesse organizzato tutta quella messa in scena esclusivamente per me… Ma, forse, era proprio così. Perché l’atmosfera era assolutamente magica e anch’io partecipavo a quel volo magico che, a distanza di anni, ha lasciato il segno.
Se un paio di scarpette per danza classica possono essere la chiave per aprire uno spiraglio di paradiso, qualunque cosa lo può essere!
Quella ragazza, sono passati tanti anni, l’ho perduta di vista; il suo volo, chissà dove l’avrà portata… Io ho la sfortuna, o la fortuna, chi lo può dire, di muovermi come un caprone, di essere la completa negazione di ogni tipo di danza, pur amandola e invidiando chi la pratica. Così, non potendo ballare io, faccio danzare il mio lavoro, le mie parole, le mie opere… Me ne rendo conto ora, che vedo il mio nipotino correre dietro alle farfalle.
Con i piedi doloranti ho percorso le strade del mondo in cerca di pietre, che molti pensano cose statiche, immobili. Ho contato come ogni cosa, su questa terra, è terra in qualche modo trasformata, e come la potenzialità di questa trasformazione, che permette a ogni cosa di trasformarsi in ogni altra cosa, altro non sia che un passo di danza, del tipo di quello di Shiva, e che il compito di ogni artista è quello di partecipare, e far partecipare, a un momento di questa danza sacra, di questa armonia infinita. Io avevo scelto le pietre, o le pietre avevano scelto me, chi lo sa. Ma il mio compito era quello di farle danzare, e con esse le emozioni e gli sguardi di chi le partecipava… Chissà se ci sono riuscito, ma non importa. Con le pietre ho danzato per tutta la vita, e continuo a danzare, e, in qualche modo, so che danzerò per sempre, anche con i piedi doloranti.
Certe cose si dimenticano, per poi tornarti in mente, magari a distanza di oltre mezzo secolo. Quando, alla fine di quel saggio di danza, da ragazzo avevo incontrato la mia amichetta e le avevo detto che era troppo brava, lei, quasi piangendo, a dirmi che le scarpe le andavano strette, ma che non erano arrivate per tempo le scarpette nuove, e che un sassolino le ha dato fastidio per tutto il tempo, e che aveva paura che tutti se ne sarebbero accorti, e che quelle scarpette le voleva buttare via, e io a pregarla di regalarmele, anche con dentro il sassolino.
Penso che siano andate perdute con un’alluvione una ventina d’anni fa, ma non si può mai dire. Può darsi che siano ancora da qualche parte.



Danza, farfalla.
Dona a un caprone
le tue scarpine.




 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Martedì 20 Settembre 2011 07:40 )
 

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