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Marta Iulita - il destino? No! PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 15:14

 

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IL DESTINO? NO!

di Marta Iulita
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 luglio 2005




Ogni famiglia porta in sé un vario campione di donne diverse, la mia non fa certo eccezione. La zia Maria era una bambina strana, sua madre si stupì subito dopo averla data alla luce, i suoi occhi erano limpidi e vecchi, la nonna disse che era un cattivo presagio, perché le donne è meglio che non siano troppo sagge, la saggezza complica la vita di una donna, le impedisce di affrontare il destino.
La prima parola della zia Maria arrivò molto tardi, aveva quasi 7 anni e si era sempre espressa a gesti; una sera la nonna le mise davanti il lavoro a maglia e le disse che era ora di cominciare a imparare il lavoro di donna, la zia la guardò e disse con voce chiara e ferma “No”. Da quel giorno parlò solo se era indispensabile, passava le giornate a leggere, imparò a scrivere e a scappare sul tetto nelle notti di luna piena. La trovavano poi addormentata con i gatti sul tetto.
Sua madre ne fece una malattia, la nonna era ogni giorno più preoccupata, cosa non aveva funzionato? Cosa c’era di sbagliato in questa strana bambina che non parlava mai, scappava dai doveri, amava la conoscenza e aveva gli occhi dei gatti? Tutti in paese la chiamavano la gattina, ma non era un complimento alla sua innata eleganza, era selvaggia con i capelli sempre in disordine, silenziosa e veloce nel suo incedere, curiosa e attenta per tutte quelle stupide cose del mondo che la affascinavano così tanto… Cominciarono a girare strane voci su di lei, l’avevano vista la notte di Santa Lucia fare il bagno nuda al fiume come fosse estate, la sua pelle era bianchissima perché, si diceva, la luna marchia le sue figlie e lei amava la luna come una madre.
Quando cominciò a crescere si rivelò essere la più bella fra le sue sorelle, unica, perché il suo corpo era generoso nelle forme, femminile ed elegante, gli occhi neri incantavano chiunque e la criniera di capelli che si portava dietro le dava un’aria felina e selvatica. Era la donna più sensuale che si fosse mai vista.
Gli uomini la sognavano, la desideravano, ma la temevano perché il suo sguardo li poneva davanti a se stessi come nudi bambini, la sua assoluta femminilità li disarmava e li rendeva ebeti e facili prede di istinti sconosciuti che andavano al di là del sesso corporeo. Si udì qualche giovane giurare di desiderare la sua anima. Le donne la invidiavano e temevano la sua presenza che le faceva sentire inadeguate.
Ogni giorno la nonna le ripeteva che era inutile tutto ciò che pensava, credeva e faceva, perché il destino l’avrebbe punita, perché più continuava a vivere da animale, più duro sarebbe stato il colpo quando il destino avrebbe presentato il conto. “Le donne hanno un unico destino…”, quante volte aveva sentito quelle parole “sacrificio”, “dovere”, “destino”… zia Maria aveva imparato presto che certe parole possono strozzare l’anima, appesantire il cuore e impedirgli di volare… lo vedeva ogni giorno nelle donne intorno a lei, poche avevano scelto la vita che conducevano, nessuna era felice.
No! Non avrebbe mai permesso che poche parole conducessero il suo futuro, ne esistevano molte altre che, a lei pareva, si addicessero di più al mondo che aveva dentro.
“No, nonna, il destino non esiste!”
“Ma cosa credi, che il destino non bussi alla tua porta solo perché non ci credi? Mia povera bambina, temo il giorno in cui capirai che l’inevitabile è già su di te, quel giorno non potrò fare nulla per aiutarti.”
“No! Quel giorno non arriverà mai, il destino esiste per te perché tu lo hai voluto, vi siete arrese a una parola come davanti a Dio, ma io non mi piego alle parole, loro esistono perché noi le creiamo e, come note su pentagramma, siamo noi a comporle e decidere dove ci porterà la musica! Quindi, nonna, continua a vivere come schiava di parole e di uomini, io non sarò serva né di inchiostro, né di uomo!”
A nulla servivano le botte, le serrature alla sua porta, la privazione del cibo e dei libri.
La zia Maria era una strega, tutti ormai lo dicevano, e la sua magia era potente, i suoi sogni erano presagi, le sue poche parole rasoi che squarciavano la realtà, le sue erbe curavano l’anima e i suoi occhi facevano dimenticare i dolori.
A diciassette anni era una donna meravigliosa dallo sguardo antico, mai aveva guardato un uomo, mai aveva amato e mai aveva provato il minimo sussulto nel cuore.
Accadde che venne in paese una compagnia di artisti girovaghi, la zia Maria fu affascinata da quegli uomini che tanto le somigliavano. Quegli zingari che tutti temevano erano lo specchio delle loro anime, non v’era in loro ipocrisia, servilismo e falsità, le donne ballavano e cantavano con voci limpide e felici, i loro corpi si muovevano su ritmi veloci come se la musica fosse parte del corpo e le parole tangibili come gatti addormentati.
Fu così che la zia Maria s’innamorò per la prima e unica volta nella sua vita. Amò come solo un cuore libero sa amare e giurò alla luna che mai la sua anima avrebbe desiderato un altro corpo. E così fu.
La notte di S. Antonio zia Maria aveva già perduto il suo cuore e decise che il suo corpo avrebbe seguito l’anima ovunque quell’amore la portasse.
La guardò ballare fino a notte fonda e il suo desiderio così caldo e umido, quanto sconosciuto, aumentava a ogni suo movimento. Lei era bella, scura, la sua pelle era dura e cotta dal sole, i lunghi capelli neri l’avvolgevano come quel velo della madonna in chiesa, gli occhi erano azzurri come l’acqua dei laghi di montagna, il suo odore era intenso e sensuale, il suo corpo era di femmina, ma lo sguardo che posava su zia Maria era di uomo. Mai, nessuno sguardo l’aveva mai fatta ardere di desiderio e mai si era sentita più femmina. Quella notte i due generosi e meravigliosi corpi di donne si unirono come fossero uno solo, non era possesso, ma condivisione, non era frenetico bisogno, era lento piacere d’amore. La zia Maria si lasciò invadere da quel piacere e sulle ondate dell’orgasmo concepì un nuovo orizzonte, capì che quella donna l’aveva aspettata da sempre, capì che era proprio lei che chiamava e cercava nella luna tutte le notti, e seppe anche che quella era l’unica notte in cui sarebbe stata sua.

Quella notte di metà giugno la zia Maria scomparve e nessuno la vide più, i gatti la cercavano sul tetto e l’aspettavano davanti a casa, ma lei non tornò più.
Cosa vide in quegli occhi di zingara nessuno può dirlo, i maligni sussurrarono che incontrò il destino e che fu così crudele da ucciderla di dolore.
Io credo che la zia Maria sia ancora in giro per il mondo a inseguire quell’amore che si è scelta e a dire No a tutto ciò che in quell’amore non crede.
Il destino esiste?




 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:14 )
 

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