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Franco Pariante - Africa PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 15:06

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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AFRICA

di Franco Pariante
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 luglio 2005




Il sole era allo zenit, la savana ardeva come un mucchio di braci e il Re non aveva ancora trovato niente da cacciare. Era uscito di casa che ancora il sole doveva fare capolino dalle catene montuose che circondavano la sua terra, dando un’occhiata fugace ai suoi sei figli che ancora dormivano accoccolati in un cantuccio, aveva fiutato l’aria e seguito le poche tracce che era riuscito a scorgere nella terra raggrinzita come la pelle di una vecchia sciamana. Adesso, dopo ore di cammino, la calura lo attanagliava bruciandogli la gola senza che all’orizzonte si potesse scorgere uno specchio d’acqua o il movimento di una gazzella. Soprappensiero affilava continuamente e inutilmente le sue micidiali armi, chiedendosi se fosse il caso di lasciare la terra dov’era nato, in cui le sue radici penetravano profonde come quelle di un baobab, ma la risposta sprofondava in un vortice di nostalgia e di rabbia infinite, di domande.
Sentiva in bocca il sapore di una morte lenta, fisica, per fame, confrontandolo con il lento consumarsi per la lontananza dai luoghi da cui suo padre, suo nonno e i suoi avi gli avevano tramandato storie e tradizioni, leggende ed esperienze che gli avevano insegnato a vivere, a cavarsela da solo…
I suoi figli avrebbero conosciuto un mondo diverso, se fossero partiti, un mondo ostile, nuovo, ma almeno avrebbero vissuto.
Un battito d’ali convulso proveniente dalla macchia poco distante lo distolse dai suoi vaneggiamenti…
Movimento, vita.
Poteva significare cibo, sopravvivenza, strappare ancora qualche giorno o qualche ora a una dolorosa partenza verso l’ignoto.
Ce la faremo.
Si avvicinò lentamente, come sapeva fare, senza lasciarsi dietro un fruscio o un sussurro, preparando le armi e tendendo i suoi sensi come corde, attendendo il comparire di una preda. Una preda di cui poteva già sentire il respiro, palpare la paura di non vedere il sole di domani che accelera il battito del cuore.
Si lasciò scivolare tra il folto fogliame, attento a non farsi notare, ma in agguato, nell’ombra, una bestia più scaltra di lui stava aspettando di iniziare una battaglia da cui sarebbe uscito un solo vincitore. Un gran rumore lo colse di sorpresa, una rete calò implacabile dall’alto intrappolandolo, stringendo e lacerando le sue carni in una morsa soffocante e subito un gran numero di uomini che parlavano una strana lingua e non vestivano di pelli ma di abiti di fogge e colori a lui sconosciuti, si strinsero intorno, trascinandolo e picchiandolo crudelmente, annientando ogni suo tentativo di reazione, umiliandolo e riducendolo all’impotenza della prigionia. La violenza dei colpi gli fece perdere i sensi, sprofondandolo nel buio di una voragine senza coscienza.
Quando i suoi occhi si riaprirono, cullati da uno strano movimento ondulatorio, fece fatica a vedere nell’angusto antro oscuro in cui si trovava. Nel buio riusciva a scorgere solo sguardi intrisi di rabbia e paura, come del resto doveva essere il suo, fiero guerriero della savana, ora bestia ferita e prigioniera.
L’attesa fu interminabile, la fine di quello che doveva essere un viaggio verso chissà dove arrivò dopo lunghe sofferenze, fame, quando l’odore della morte dei compagni più deboli ormai appestava l’aria e l’inavvertibile susseguirsi dei giorni e delle settimane venne sostituito dall’oblio, da una sorta di animazione sospesa.
Quando la luce gli ferì gli occhi come una lama di rasoio, si accorse di essere in un porto, di un paese straniero e lontano, con centinaia di occhi puntati addosso come a valutarlo, come a decidere se comprare l’oggetto…
Il pensiero volò lontano, verso i suoi figli, cuccioli sfortunati destinati probabilmente alla morte nel ventre di un’amata madre terra tiranna, con un po’ di nostalgica invidia. Dopotutto umiliato, deriso, piegato, lui sarebbe stato costretto a vivere ancora molto a lungo come schiavo in una piantagione o come fiera dietro le sbarre di uno zoo, portandosi dentro uno degli innumerevoli pezzi rubati, sparsi per il mondo, di mamma Africa, grande e magico continente devastato dall’avidità del mondo “civile”…



Torridi veli
deformano i contorni
della savana.




 

5x100

 
 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:14 )
 

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