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Florian Lasne - non mi dispiace l'appartamento ma... PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 18 Settembre 2011 15:01

 

 

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NON MI DISPIACE L’APPARTAMENTO MA…

di Florian Lasne
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 luglio 2005




Pom… pom-pom… pom…
Pom-pom-ma… cosa fanno… popom… pom…
Pom-pom-hmm… passerà… popom… pom-pom…
Pom-pom-wo… ora basta però… pom… popom…
Pom-pom-aeuh… ma non potrebbe essere che…
Pom-si… pom-pom-no… pom-aie… pom-pom… ma stop. Stanno distruggendo tutto lassù. Pom-pom. Sì sì, si comincia sempre così, sì sì. All’inizio si dice: “Togliamo questo muro per fare uno spazio più grande”. Però poi quando si comincia a dare dei colpi di mazza per abbattere il muro uno prende gusto a questa violenza. Allora decide di colpire più che un muro. E ora ecco ciò che succede a quello di sopra. Ma poi, non mi stupisce così tanto, perché quando sono arrivato in quest’appartamento, ho visto che tipo di persona era lui… Voglio dire… quello di sopra. Per esempio, nelle scale, quando ci s’incontra, ti saluta, anche simpaticamente. Ma in fondo, si vede che qualcosa di violento, anzi di barbaro, c’è. Nel senso che, negli occhi, una goccia di cattiveria si legge, chiaramente. L’altra volta mi ricordo che già ha provato a farmi cadere in una trappola. Ha detto cosi: “Ciao Luca, (sono io) come stai? Perché non vieni a prendere un caffè da me?”. Da un anno ci incrociamo nelle scale, non ci siamo mai veramente parlati. “Passa dopo, mi farebbe piacere”. Ecco come fa lui, ma io ho capito subito che cercava di combinare qualcosa, perché poi se n’è andato con un piccolo sorriso che denunciava la sua perfidia. Le labbra le più povere ti denunciano con un sorriso, sai. Ma io sono più furbo. Ho risposto che non potevo venire perché soffrivo di vertigini. Allora andare al piano di sopra mi faceva paura. Al che questo viziato ha proposto di venire a casa mia: uccidere i poveracci nella loro tana; vedete cosa è capace di fare lui, sadico. Però non mi lascio prendere così facilmente. Ho spiegato che non si poteva entrare a casa mia perché cominciavo un allevamento di uccellini carnivori che non si controllano bene. Obbediscono solo a me. Dunque era un po’ pericoloso per lui. Mi ha creduto, l’imbecille. Ecco ancora un esempio della sua malvagità. I cattivi non capiscono mai niente e credono a tutto. Nei film è sempre cosi, è che dev’essere vero.
Pom, popom, pom-pom. Per questo adesso è arrabbiato. Essendo che ho fatto fallire i suoi piani orrendi, non sa più cosa fare. Allora come fanno tutti i brutti cattivi bastardi, colpisce i più deboli. Cioè adesso i suoi muri. Cosi è facile, non c’è rischio, non possono dire niente, neanche vendicarsi. Ma io non sono fatto dello stesso legno (dicono i francesi), né della stessa pietra. Posso rispondere e questo gli fa paura. Pom. Dai picchia i tuoi muri, infame! Popom. Sei incapace di confrontarti con qualcuno in vera carne! Non hai le palle! Pom, pom, pom, pom, pom, pom, pom… ma… però magari è molto incazzato… pom, pom, pom… colpisce ancora più forte… pom, pom, pom… sarà che comincia a impazzire… pom… distrugge tutto il suo appartamento… pom… e poi quando avrà finito con il suo, ché non potrà più annientare niente, verrà da me… pom, pom… e allora, pieno della forza nevrotica della sua pazzia, colpirà. Prima la mia porta, poi non vedendo gli uccellini diventerà ancora più nervoso, perché ho mentito. A quel punto sarà la mia fine. Con il suo martello enorme di un metro e dieci chili sconquasserà prima i miei mobili, i miei libri, la mia anima, poi sputerà sulle mie violette, brucerà le mie canzoni e farà dispetti ai miei gatti. E, per finire, mi proseguirà, mi perseguirà, per polverizzarmi. Pom, pom-aie, pom, pom. Allora morirò combattendo fieramente!... o se no, salterò dalla finestra… no… la finestra no… perché gli ho detto che soffro di vertigini. Rischia di essere deluso della mia menzogna e mi riempirà di ancora più mazzate. No. Pom. No no. Pom pom. No-no-no! Non posso lasciarlo fare questo; devo essere coraggioso e anticipare la sua impresa. Basta! Non mi fai paura, Thor in erba! Puoi venire con il tuo martellino. Sono pronto. Anzi meglio, vengo da te, fifone. Bisogna tagliare l’erbaccia alla radice. Adesso preparati. Arrivo. Giuro vengo. Salgo le scale. Busso alla porta. E gli salto addosso senza preavviso, mordendo subito la gola, ficcando le mie dita nei suoi occhi schifosi di malvagio ammazzatore di muri deboli che non hanno mai chiesto di essere picchiati perché alla fine sono solo intorno a te per proteggerti gentilmente. Insensibile. Pom… hmm hmm… pom… euh… pom pom… però magari… pom pom… voglio dire… pom pom… non mi dispiace l’appartamento ma… pom… pom… pom… ho paura del mio vicino!
Ho dormito male stanotte. Dopo aver finito il caffè, ho letto il mio futuro in fondo alla tazza. Diceva di stare attento alla gente che mi sta intorno. Difatti, davanti alla porta c’era un bigliettino: “Scusa per ieri, ho montato un soppalco”.
Bugia. Non si sa mai fin dove può andare una persona per fregarti. Non si ferma, cerca tutti i modi per strozzarti… torturarti… cancellarti…
Odio il mio vicino di casa!




 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Martedì 20 Settembre 2011 07:41 )
 

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