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Fabia Binci - quadretti di cioccolata amara PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 18 Settembre 2011 14:55

 

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QUADRETTI DI CIOCCOLATA AMARA

di Fabia Binci
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 luglio 2005




“La Liguria è un paese pieno di pace e di paura

Anna Maria Ortese
 
 
 
I quadretto

Soffriva d’insonnia e se ne compiaceva.
Ogni notte si aggirava per casa, tra le due e le tre, non c’era scampo.
Era una tortura, mi svegliavo di soprassalto e non riuscivo più ad addormentarmi: i suoi tacchetti a spillo mi perforavano il cervello: tic e tic, avanti e indietro, destra e sinistra, un incubo.
Almeno avesse avuto l’accortezza d’indossare un paio di pianelle!
E non c’era verso di fargliela capire. Avevo provato con le buone e con le cattive. Invano!
Mi aveva sfinito.
Era a casa sua, poteva dunque ben fare quello che voleva, che ci pensassi io a trovare un rimedio, piuttosto: che foderassi di sughero il soffitto, che prendessi un sonnifero, che dormissi di giorno, che cambiassi, infine, di casa.
Io!
Io, che tutto il giorno mi sfibro in ospedale - sono inserviente in cucina, e lì non ci sono turni di notte - capite?
Infine mi decisi.
Io sono un pacifico.
E amo tutto il genere umano.
E se c’è una formica sullo zucchero la soffio via con delicatezza.
E il ciliegio in fiore di via Giappone mi intenerisce e commuove fino a farmi piangere.
Ma un essere umano ha diritto alle sue ore di sonno, non credete? E io non posso vivere in una casa isolata: la solitudine mi fa entrare in depressione.
Fu il giorno di San Valentino: aveva Lara il vezzo di tenere sul pianerottolo un enorme ficus Beniamino e ne lustrava ogni giorno con cura civettuola le foglie acuminate in punta come stili.
Fu lì che innescai la trappola. E la preparai con cura - sono furbo io - studiai tutto nei minimi particolari perché nulla riconducesse a me. Misi ben in mostra la scatola di cioccolatini, tra le foglie del ficus, più che mai invitante, appesa com’era a un ramo pendulo con un grosso nastro dorato, a doppio cappio.
Era troppo vanitosa, Lara, per non pensare a un corteggiatore, troppo golosa per non aprire la scatola - bastava guardarle il doppio, triplo mento - smodatamente avida, lo sapevo, e per di più nevrotica.
Ne avrebbe divorato il contenuto.
Prima o poi.
Lo fece subito.
Le fu fatale il primo gianduiotto alla stricnina.


II quadretto

“Ci vediamo stasera dal bar Nicki? Vorrei parlarti di un progetto che mi gira in testa…”
Ma sta parlando con me?
“È da un po’ che ti osservo. Sei la persona giusta, proprio quella che cercavo da tempo…”
Sta parlando proprio con me, non c’ è dubbio, sono rimasta sola in laboratorio. Se n’è andata anche Lulù…
“Allora? Ehi, sto dicendo a te… Vieni stasera? Ci prendiamo una cioccolata calda. Ti va?”
“Oh, sì! A che ora?”
“Alle otto, va bene?”
“Certo…”
“Vedrai… Preparano una cioccolata come non ne ho mai mangiata, buona da morire…”
Su questo non c’è dubbio: ne morirò di piacere. Io adoro la cioccolata, quando addento una barretta non riesco a fermarmi fino a che non l’ho divorata tutta. Non posso neppure immaginare l’effetto che mi farà una cioccolata al fianco di John: potrò sopravvivere a tanta grazia?
John, il bel John, il grande John ha invitato me, proprio me, lui è con noi al San Raffaele solo da un mese e ce lo mangiamo tutte con gli occhi.
È piombato qui dal Maryland, con un curriculum stratosferico e un fisico da far invidia al più fascinoso dei palestrati.
Arrivo in anticipo da Nicki, sono in paradiso da ore, non riesco a tenere a freno la mia immaginazione. Sono fatta così io, acchiappanuvole per vocazione o alchimia genetica. Chissà se c’è un gene nel braccetto di qualche cromosoma che predispone ai sogni?! Devo chiederlo a John…
Le mie storie le vivo soprattutto nell’attesa, le pregusto, ne assaporo attimo dopo attimo, ne sgrano le dolcezze future. Morbide, voluttuose, inebrianti. Sanno tutte di cioccolata. Densa, bollente, speziata. Sfioro il Nirvana. Adrenalina alle stelle. L’aroma del cacao innesca cortocircuiti emotivi. Il cervello è saturo di serotonina.
Finalmente arriva lui, il mio John, il grande ricercatore d’oltreoceano che per karma o magia è destinato a me.
E in cielo si sono accese tutte le stelle. E il freddo non punge più.
Ma chi è quella spilungona al suo fianco con il viso da cavallo e la criniera leonina? Gli sta addosso, si incolla a lui, non accenna a lasciarlo. Vuoi vedere che questa ficcanaso - sarà quella borsista appena arrivata chissà da dove - mi rovina la serata…
“Largo sorella, vai, John è per me” le sibilo tra me e me. E sputo fiele.
“Ciao, Lucia…” mi sorride dolce lui.
“Ciao, John…” sono un fiume di miele.
“Allora Lucia, come va? Pronta per la cioccolata? Prima, però, lascia che ti presenti mia moglie Mary. Fino a ieri era nell’équipe del dottor Teepu, al Bethesda Hospital, ma ora lavorerà con noi a quel progetto che ti dicevo…”


III quadretto

Era più bella di me, più ricca di me, più brillante di me. E forse perfino più intelligente, anche se i fatti possono testimoniare il contrario.
Paolo ne era soggiogato: quando parlava di lei i suoi occhi acquosi diventavano quasi belli, come acquitrino che un raggio di  sole fenda e faccia esplodere in un caleidoscopio di luci.
A me Paolo non piace, anzi a dirla tutta mi sembra proprio un rospo, con quella sugna che straripa dalla canottiera e la pancia tesa come un otre sul punto di scoppiare. Ma Paolo è potente al giornale e il posto in redazione l’aveva promesso a me.
Da tempo e io lo avevo già pagato in anticipo, in natura, che è tutto dire, con lui.
Fu così che decisi, le mandai l’invito a un party organizzato da un’azienda dolciaria.
“Con te al mio fianco
la cioccolata amara
diventa dolce”
Così scrissi sul biglietto che firmai, contraffacendo con cura la grafia di Paolo.
Leda abboccò come una carpa all’amo. Si presentò sul luogo convenuto all’ora esatta, tutta griffata dalla testa ai piedi, caracollando su zatteroni fucsia. Io, nascosta dietro un’edicola a debita distanza, seguivo la scena, con il cuore in gola. Trasparenze di mare e di cielo. E zaffate sulfuree di petrolio. E stridi di cornacchie.
L’appuntamento era nei pressi del Centro di Cultura Ebraica, in via Saffi, proprio vicino a un cestino di rifiuti.
Al tritolo.
Pista islamica assicurata.


IV quadretto

Notte tiepida.
In lontananza, nella bruma sbiancata dalla luce lunare, si ritagliano netti i contorni dei monti.
La felicità è a portata di mano.
Sono tutti attorno a Lui e tra i tanti anch’io.
Mi nota, mi scruta, mi sorride, sembra incoraggiarmi, mi avvicino, sgomitando tra i tanti.
Non oso avvicinarmi troppo. Avanzo. Esito. Mi ritraggo. Mi sorride di nuovo. Oso.
Finalmente, posso quasi toccarLo con un dito. È il mio Mito.
Dalla finestra spalancata sul mare giunge rauco il respiro delle onde.
Allungo tremante verso di Lui il Suo ultimo successo “Cioccolata amara”.
E Lui mi sfodera un sorriso a 360 gradi.
“Ci conosciamo?”
“Sì. Cioè, no… Io, sì, La conosco! Leggo tutti i Suoi libri…”
“Eppure mi sembra di conoscerla. È sicura che non ci siamo mai visti prima?”
“Oh, sì. Sono sicura. Però, era da tanto che aspettavo il momento di incontrarLa.”
Sorrido timorosa, un rivolo lungo di sudore tra le scapole, un brivido gelido, le guance in fiamme.
“Il suo nome?”
“Anna. Anna Tanfani.”
“Ah, volevo ben dire… Lei scrive, vero?”
“Sì, poesie….” Lo interrompo rinfrancata e finalmente - i suoi occhi nei miei - trovo il coraggio di tendere verso di Lui il mio libretto. Dorso in tela, copertina cartonata color glicine, Caruggio editore.
Mi ferma con un gesto:
“Lo dicevo io! Le ho già le sue poesie, Anna…”
“Davvero? Com’è possibile?”
“Davvero. Me le ha mandate l’editore e le dirò: le ho lette tutte e mi sono piaciute!”
“Dice sul serio?!”
“Ma sì! Sono molto intense, c’è in esse ritmo, c’è spessore, sapore. Sanno di praline al cacao. Fanno venire l’acquolina...”
“Grazie… Lei mi confonde, grazie - la mia testa gira - ma dice davvero?”
“Perché? Non mi crede?” e mi restituisce il libro consacrato dal Suo autografo. Le mie gambe tremano, sussurro un grazie brancicato con l’ultimo filo di voce.
Mi allontano. Stringo al petto “Cioccolata amara” e cerco un angolo appartato del Grand Hotel per leggere, lontana da sguardi curiosi, quello che Lui, il mio Lui ha scritto per me.
Pochi segni amaranto, nervosi, affilati come stilettate:
“Camera 21, ore 24. Non farmi aspettare.”


V quadretto

È successo tutto in un attimo. Un’infinitesimale frazione di secondo. E l’inferno si è sprigionato con lingue di fuoco, possenti e biforcute, alte fino al soffitto.

Avevo preparato la cioccolata, l’avevo rimescolata con gesti accorti ed esperti, tutta compresa nel rito. La mia cioccolata è famosa, ho ingredienti segreti, che non intendo rivelare a nessuno.
Eh no, non lo dico neppure a voi, non ci sperate. Non dico che porterò il mio segreto nella tomba, ma per ora dovete aspettare. E accontentarvi di sorbirla, degustarla lentamente, con croissant, panini al burro, dolcetti… Buona, eh? Spumosa e consistente come si vede nella pubblicità e io non aggiungo fecola, è un trucco da quattro soldi quello. Solo cacao di primissima qualità.
Era squillato il telefono. Nessun problema: la cioccolata aveva raggiunto la densità giusta, ero proprio soddisfatta. Avevo spento il gas ed ero andata a rispondere. Mi sentivo leggera, inebriata dagli aromi del cacao e delle spezie, cannella, zenzero, assenzio… Ero felice per il pomeriggio che mi aspettava: mia figlia stava per arrivare, avrebbe portato in casa la sua freschezza e la sua euforia. L’inverno bianco e gelido sarebbe rimasto fuori della porta. Il vento non avrebbe più smosso le tegole del tetto e gli alberi del giardino irrigiditi dalla galaverna sarebbero sembrati in fiore.
Avevo prolungato la telefonata, mi sentivo in pace con il mondo.
L’indomani sarebbe stato Natale, ma per me lo era già allora. I miei pensieri s’innalzavano diritti al cielo. Sulla frangia di Cris imperlata di brina avrei cercato le stelle e la cometa.
Ero tornata in cucina, sempre leggera e svagata. Il corridoio di casa mia è lungo e tortuoso, ci volle un po’ prima che intuissi il disastro. Sulla soglia inorridii e precipitai nell’incubo. Tutta la stanza era invasa da un fumo, denso, vischioso, acre come un rimorso.
Era successo che avevo girato la manopola del gas dalla parte sbagliata. Terrore, panico. Che ne era della mia cioccolata? Come non provare a vedere?
Lo chiamano effetto bomba. La combustione avviene in assenza di ossigeno… Ma se sollevi il coperchio…!!!
Amaro epilogo: ustione di terzo grado alla mano sinistra, la mano del cuore, e un mese al Centro Grandi Ustionati di Sampierdarena.
Tutto in un attimo. Un’infinitesimale frazione di secondo.


VI quadretto

“Fa’ del tuo amore una pioggia di baci sulle mie labbra”.
Il biglietto, tutto cuoricini trafitti da frecce, con i versi di Shelley che sfarfallavano in inchiostro dorato, era caduto dal diario di Lisa. Mauro lo aveva raccolto in fretta, poi qualcosa gli aveva impedito di infilarlo di nuovo tra le pagine della Smemoranda.
Terza liceo, esame di stato in vista e da qualche tempo la certezza di essere innamorato. Di Lisa, tutta sorrisi e fossette. Fino a ieri sembrava uno scricciolo ossuto e canterino, poi di colpo era sbocciata in curve armoniose ed era ammutolita.
“È innamorata” dicevano i compagni e a Mauro batteva il cuore, sperava e temeva.
Non aveva il coraggio di dichiararsi per primo perché aveva paura di non sopravvivere al rifiuto. Ma oggi avrebbe parlato: era il giorno di San Valentino. Il santo degli innamorati gli avrebbe dato una mano, ne era certo. Aveva nello zaino una grossa scatola di baci Perugina, doveva trovare il coraggio di darglielo e di invitarla per quella sera.
Ora o mai più.
L’intervallo era finito, tutti si affrettavano a rientrare in classe, Lisa al suo fianco armeggiava tra quaderni e libri. Sempre più affannosamente. Sembrava cercare qualcosa tra le pagine del diario, tra i libri, in terra, sotto il banco.
“Cosa cerchi Lisa? Non trovi la versione di greco? Ti passo la mia…”
“No, Mauro. Grazie. Hai per caso visto un biglietto azzurrognolo?...”
“Un biglietto con la poesia di Shelley di cui ci ha parlato ieri la Rossi?”
“Sì. Allora l’hai trovato! Sei un tesoro, mi hai salvato. Domani non avrei trovato il coraggio di darglielo…”
“A chi, Lisa?”
“A te posso dirlo, sei un amico, però devi conservare il segreto. Giurami che non lo dirai a nessuno, per nessuna ragione...”
E gli sorrise, tutta fossette e riccioli. Ma in Mauro qualcosa si spezzava e quando Lisa, con i suoi occhi stellati, gli sussurrò il nome del fortunato prescelto, le orecchie gli ronzavano e il sangue pulsava alle tempie così forte che non ne sentì neppure una sillaba.


VII quadretto

A tradirlo fu una pralina Rocher. Adorava quel tipo di cioccolatini con ripieno cremoso di nocciola intera. Non era certo l’unico cui piacevano quelle delizie bitorzolute. Ma sicuramente solo lui aveva il vezzo di arrotolare la stagnola dorata, dopo averne gustato il contenuto, di lisciarla poi a lungo per farne minuscoli origami che gettava via, con noncuranza.
Lo aveva fatto anche quella volta, per maledetta abitudine, e così aveva firmato l’assassinio di Giorgio, il suo rivale.


VIII quadretto

Non ci volle molto per liberarmi di lui: era avido e disgustosamente ingordo.
Bastò una pralina al rum, con ripieno di peperoncino e pepe di Cayenne, al sapore di mandorle amare.
Soffocò schiumando bava rossastra e strabuzzando gli occhi porcini.


IX quadretto in forma di haiku


Tramonto estivo
Di fronte al vasto mare
Pane e Nutella

 
 
 
L’amaro è nel ricordo di un tempo che non è più.




 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Martedì 20 Settembre 2011 07:43 )
 

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