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Elisa Versiglia - il castello di Melina PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 13:52

 

 

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IL CASTELLO DI MELINA

di Elisa Versiglia
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 luglio 2005




C’era una volta, come in tutte le fiabe che si rispettano, una giovine fanciulla che abitava in un castello. Già, c’era una volta, perché ora la giovine fanciulla è un’anziana signora, che vive ancora nel castello, ma insieme alla nipote prediletta, che si chiama come lei: Melina.
Melina e Melina sono le due persone più diverse che si possono immaginare: Melina ha sedici anni, un piercing all’ombelico, pantaloni a vita bassa e amici proletari col motorino, che d’estate vengono a prenderla per andare insieme alla festa del paese; Melina, invece, di anni ne ha ottantatré, ha imparato che cos’è un piercing dalla nipote, porta rigidi tailleur blu, ha studiato nei migliori college europei e ha, o aveva, solo amici di sangue blu, blu come i suoi abiti.
Melina nonna, che per distinguerla da Melina nipote la chiameremo la Grande M, ha incontrato il conte Alessandro suo marito alla festa delle debuttanti. Lui indossava l’uniforme dei cadetti, inappuntabile e affascinante; le si è avvicinato e gentilmente l’ha invitata a ballare. Da quel momento, la Grande M non ha avuto dubbi sull’esistenza del principe azzurro e ha aspettato solo il giorno in cui lui le avrebbe chiesto di sposarla. E il giorno è arrivato, così come Camilla e Alberto, la mamma e lo zio di Melina. Ma questa è un’altra storia.
La storia che vi voglio raccontare è invece quella di Melina, che vive nel castello della nonna perché la mamma è scomparsa prematuramente in uno stupido incidente d’auto. Melina era molto piccola e della sua mamma ricorda solo il profumo di miele e di zucchero. Però ha tanti bei ricordi legati alla sua infanzia, che grazie alla nonna è stata felice: Melina ricorda volentieri i pic-nic con le amiche nel parco del castello, le arrampicate sugli alberi per mangiare solo i frutti migliori, la volta che ha spaventato lo zio Alberto con un topino di campagna catturato da Gatto Venceslao, la volta che la nonna l’ha scoperta correre sul muro di cinta del parco dopo averglielo proibito, la volta che ha dato una mano di flatting allo stesso Gatto Venceslao, che poi non l’ha più voluta come amica, e le innumerevoli volte che ha fatto i codini con il riportino di nonno Alessandro, che pur essendo un conte concedeva alla nipote quasi ogni capriccio.
Ma ora Melina è cresciuta, è un’adolescente, ribelle come ogni adolescente che si rispetti, e il castello, benché immenso, le sta stretto. Melina è in quell’età in cui non si è più bambini e non si può più correre a perdifiato nel parco, ma non si è ancora adulti, quindi l’aperitivo con le amiche non è permesso e qualora anche lo fosse sarebbe noioso. Melina si sente sola nelle grandi stanze decorate a cassettoni, gira a vuoto negli immensi corridoi pieni di specchi e di quadri di antenati nobili e tormenta sua nonna con la balzana idea di una festa in maschera. Ma la Grande M ha altro cui pensare: il castello richiede manutenzione continua e ora che suo marito non c’è più non sa come fare a pagare i conti e sta pensando di rendere il castello, o almeno una parte di esso, un Bed & Breakfast. Così la Grande M resiste per settimane all’assedio di Melina, ma alla promessa di migliori risultati a scuola e niente tatuaggi almeno fino ai 18 anni cede, e da quel momento il castello si riempie degli echi delle risate e delle esclamazioni di Melina, che tira sempre fuori qualche nuova idea per la festa.
Innanzitutto il tema, importantissimo: dopo conciliaboli telefonici infiniti con le amiche, Melina decide per una festa P, cioè tutti dovranno avere un abito il cui nome incominci con la P. Poi gli inviti: Melina vuole alla sua festa solo i compagni di scorribande, ma non può non invitare quell’odioso di Carlo, che è il nipote di un’amica della nonna. Lei Carlo lo detesta: è un vandalo, rovina sempre tutto ed è sicura che farà altrettanto con la sua festa. Ma la nonna su quello è stata categorica: Carlo deve essere invitato. Alla fine, dopo mille discussioni e lai, l’elenco degli invitati viene presentato alla Grande M che, per una volta, perde il suo aplomb da manuale e si lascia andare in un “Perbacco! Mi sembrano piuttosto numerosi…” che stupisce anche Melina.
E il giorno della festa arriva: Melina, neanche a dirlo, ha scelto un vecchio abito della nonna trasformandosi in una magnifica Principessa, ma nell’immenso salone si vede di tutto: un Pino, un Pranoterapeuta che con la scusa cerca di toccare le fanciulle presenti, un Pistolero, un Post-it gigante, un Pesce Palla (doppio punteggio per la gara del miglior vestito), un Picasso con tanto di tela e colori, un Pollo, un Pinguino, un Pentito, un Brontosauro (è uno che ha confuso la lettera), un Pennuto, un Puffo, un Pensionato, solo per citarne alcuni. Ah, Carlo ovviamente è il Pranoterapeuta. E ora sta avanzando pericolosamente con un cocktail rosso in mano verso il preziosissimo quadro del bisnonno Vittorio, un cimelio cui Melina e la nonna sono molto legate. Melina gli corre dietro, ma non fa in tempo: Carlo inciampa e rovescia la bevanda sulla barba a olio del bisnonno. Melina fissa la scena inorridita e la vede come al rallentatore: Carlo che cammina, la sua scarpa scollata, lui che inciampa con la suola e il liquido rosso che finisce sul quadro. Tremendo. E ora cosa dirà alla nonna? “Ha già abbastanza spese per la normale manutenzione del castello, restaurare questo quadro proprio non ci voleva”, pensa Melina. Non ha ancora finito questo pensiero che Carlo già si è buttato sul divanetto del ‘700 con tutti i suoi settantatré chili, rompendo una gamba del suddetto divano.
Melina si sente svenire, qualcosa deve pur farlo, non può restare immobile di fronte al disastro. Decide per prima cosa di intervenire sul quadro: prende un tovagliolo di carta tra quelli sul tavolo dei dolciumi e si avvicina delicata alla tela. Con la leggerezza di una mamma che per la prima volta abbraccia suo figlio strofina la barba dell’avo. Il cocktail viene via, e con esso anche uno strato di colore. Disperazione! Sgomento! Strappi immaginari di capelli! La situazione non fa che peggiorare.
Melina tampona la barba, sperando di non portar via altro colore, quando le sembra di scorgere un altro disegno sotto il volto del bisnonno. “A questo punto il danno è fatto, pensa Melina, tanto vale controllare”. Gratta ancora un po’ con il tovagliolo ormai a brandelli e vede comparire sotto i suoi occhi stupiti la piantina del castello, come in quel vecchio film che vedeva sempre da bambina… come si chiamava? Ah, sì, I Goonies. Lì veramente non era la piantina di un castello, ma la mappa di un tesoro, inoltre non era sotto il ritratto di un antenato, ma insomma l’idea è quella.
Melina decide di andare in fondo alla cosa e con gli amici cancella tutta la giacca del bisnonno. Sotto compare per intero la piantina del castello, con scritte strane e una x proprio al centro del foglio, in una stanza che Melina non sapeva nemmeno esistesse. Cosa fare? L’istinto di Melina le dice di andare a vedere. Raccoglie alcuni volontari nel gruppo, quasi tutti per la verità, stacca la piantina dalla cornice e cerca di capire da dove accidenti si dovrebbe partire per raggiungere la x, che non si sa nemmeno che cosa rappresenti. Carlo sostiene che si tratta di un tesoro, ma lo dice solo per scusarsi di aver rovinato il quadro. Comunque rimane il problema della partenza. Se si parte dal posto sbagliato si arriva anche nel posto sbagliato. La freccia indica un vano in una stanza esagonale, molto grande. La stanza sembrerebbe corrispondere al salone da ballo in cui si svolge la festa, ma del vano in questione nemmeno l’ombra. A un tratto l’illuminazione: Melina sposta la cornice dalla sua sede e tra le macchie di umido scorge una fessura. Infila il dito dentro e la parete d’un tratto ruota. Melina non crede ai suoi occhi, sembra davvero uno dei tanti film visti in tv, solo che stavolta la protagonista è lei. Melina, seguita da Carlo e dagli altri volontari, si infila nello stretto cunicolo che si trova dietro la porta. Per fortuna qualcuno ha un coltellino svizzero con dentro la pila. Sarà piccola, però meglio che niente. Proseguono nella semi oscurità per quello che sembra un tempo infinito, fino a quando giungono in uno stanzino di due metri per due, dove entrano a malapena tutti. La piantina in un attimo finisce al centro del gruppo di teste che hanno formato un cerchio e si alza un coro di voci: “Dovrebbe esserci un varco sulla parete di destra, ma non lo vedo!”, “No, dovrebbe essere a sinistra, gira la piantina, scemo!”. Dodici paia di occhi si voltano a sinistra, ma di varchi non se ne vedono. Melina prova a infilare le dita in tutte le fessure: è andata bene una volta, perché ora non dovrebbe funzionare? Ma niente. Nulla si muove. Carlo, nella sua sbadataggine, mette il piede su quello che sembra un mattone caduto da chissà dove e… oplà, apriti sesamo!
Scarpe di ogni marca si affollano presso il varco, spingono per entrare per prime e vedere cosa c’è al di là. Purtroppo al di là non c’è nulla. Solo un’altra stanzina con il pavimento in terra battuta e i muri pieni di muffa. Melina sospira di sconforto. Chissà cosa si era aspettata. Un tesoro, magari, con cui ristabilire le sorti disastrate del castello. E invece no. Solo una finestrella che fa passare una lama di luce e in quella finestrella uno stupido, vecchio e sporco foglio di carta. Ssfff! Sospiro generale. Un momento. Un foglio di carta? E se… Melina si butta sul foglio di carta. Sopra c’è un disegno, una stanza con al centro una piccola fossa e al fondo una scatola di metallo. Che ci sia ancora uno sforzo da fare? Melina manda un amico a recuperare una vanga in giardino. Dopo quella che sembra loro un’eternità, il ragazzo torna. Con la vanga scavano un buco, più o meno nel punto descritto visivamente dal disegno. Scava e scava sembra loro di arrivare in Cina, ma la scatola non appare. Ad un tratto si sente un rumore sordo, metallico: la vanga ha urtato qualcosa. Dopo pochi minuti viene fuori una scatola minuscola, di metallo sbalzato, con una grossa serratura chiusa da un lucchetto. Un colpo di vanga e il lucchetto salta, come se fosse di burro. Le mani tremanti di Melina aprono la scatola. Dentro c’è un libricino minuscolo, scritto a mano con una grafia antica, elegante e un po’ frettolosa, come di una persona che ha molte idee da buttare giù prima di dimenticarle. Lo scorre brevemente e riconosce alcune delle sue fiabe preferite di quand’era bambina. È felice, però questo non l’aiuterà ad aggiustare il quadro del bisnonno e il divanetto, né tantomeno pagherà i conti salati del castello. Delusa mette il libricino in tasca e torna lentamente nel salone della festa.
La festa continua, con musica ad alto volume e luci intermittenti che fanno venire il mal di testa. Melina va a dormire, col vestito da Principessa ancora addosso. La nonna il giorno dopo la sgrida per i danni arrecati all’arredamento e solo allora Melina si ricorda di raccontare del libro trovato. La nonna sbianca: ne aveva sentito parlare, ma pensava che fosse una storia per bambini. Invece Melina estrae dalla tasca il volumetto. La Grande M lo apre e scorge in prima pagina quello che aveva ardentemente sperato: la firma di Andersen, il noto autore di fiabe, che su quel quadernetto aveva annotato gli appunti per poi scrivere Il brutto anatroccolo, I vestiti nuovi dell’imperatore e molte altre storie. Si trattava di un quaderno privato, di cui quasi nessuno era a conoscenza e di cui il bisnonno era venuto in possesso in una fortunata mano a poker, ma che ora permetteva a Melina di aggiustare il suo castello e deciderne il futuro per molti anni.
Adesso il quaderno si trova nel museo dedicato all’autore, insieme a molti altri oggetti appartenutigli, e Melina ama raccontare alle figlie come è andata che lei e la nonna hanno trovato i soldi per rendere il castello così sontuoso.




 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:16 )
 

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