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Domenica Dodò Sangiorgi - tacchi a spillo nella notte PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 13:47

 

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TACCHI A SPILLO NELLA NOTTE

di Domenica Dodò Sangiorgi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 luglio 2005




Sospettoso e maldestro l’uomo camminava nel parco guardandosi alle spalle come se qualcuno potesse colpirlo nella piega dei desideri. Quel buio insidiava i suoi pensieri, rubava i suoi sogni e la speranza.
Il respiro incalzava fino all’affanno. Non poteva confessare a nessuno il segreto che gli covava in cuore da quando bambino giocava nel cortile indietreggiando rispetto a un sole troppo caldo per essere sopportato, troppo alto per essere sconfitto.
Si appartava a osservare dall’angolo spoglio del capanno, a una distanza che gli permettesse di infrangere gli oggetti interposti all’obbiettivo: un tavolo, una cesta con rimasugli di corda penzolanti, una bottiglia semipiena di un liquido untuoso ormai giallastro. Sembrava non visto, come se proprio lì non fosse. Acquattato, taciturno, quasi inerte confuso nel cemento grigio delle pareti. Lo sguardo privo di riflessi come se un’atonia colpisse il suo intero essere.
Dall’aia accanto provenivano le voci delle ragazzette ora distribuite in squittii, ora pullulanti in litanie, ripetute all’infinito fino alla nausea “Un, due e tre...tocca a te” “Ein, zwei, drei... Malerei!... Vier , funf, sechs...!”
Le bimbe si rincorrevano, saltellavano, si accompagnavano a due a due per fare un “tuca tuca” con le mani che incrociavano le une sulle spalle dell’altra, per poi ridiscendere lungo il corpo con piccoli tocchi andando a sbattere di piatto in sincronia. Ridevano.
Verso il tramonto si riunivano in crocchi per imbandire cene fasulle fatte di acquette colorate di petali di fiori di foglie guarnite dai sassi del giardino.
Le ragazzette vestivano e svestivano le loro bambole con voci da signora come mamme, come amanti, come forme in crescita già avvezze a perseguire il loro destino di donna.
Odori, sapori privi di promiscuità, decisi di anno in anno a farsi corpo adulto.
L’uomo della notte, allora bambino, spiava quei giochi che sembravano burlarsi di lui: apparivano e scomparivano in lontananza dietro i tralicci della siepe.
Avvertiva il piacere della trasparenza avvolto nel profumo dell’estate.
Fingeva, senza saperlo, di esistere aspettando un richiamo che definisse il suo nome. Divenne grande, impeccabile, cordiale.
Vestiva con eleganza assecondando le mode maschili del momento.
Vestale delle sue stesse abitudini, l’uomo riusciva a preservare il proprio mondo da qualunque coinvolgimento d’affetto.
All’imbrunire lo attendeva la notte dove i luoghi si fanno più oscuri, dove gli alberi coprono gli sguardi e le forme si allungano e si ingoffiscono fino a trasformarsi in tenebra. 
L’uomo si accostava in un posto “tutto suo”, dietro al chiosco abbandonato dei meloni, dove uno spazio di retrobottega gli permetteva di stringersi accanto al cassone di ghiacciaia, oggetto da modernariato, ma la cui esistenza veniva ravvivata di sera in sera come fosse il sacrario di una chiesa o il palco di un prestigiatore: si illuminava delle piccole cere disciolte, si rispecchiava nello spicchio di specchio rotto alla parete, si offriva a raccogliere ogni sorta di belletti, profumi, intimità celate a compiere un rito puntuale, privo di sbavature e di incertezze.
L’uomo si rivestiva da capo a piedi: i capelli scendevano lungo il viso affilato con gli occhi sottolineati appena. La gonna ne molleggiava i fianchi lasciando trapelare il rumore della seta.
I tacchi, sempre a spillo, davano cadenza al passo lasciando un tintinnio di ninnoli e il profumo fiorito dell’estate.
Scintillante nella notte, ombra della propria ombra, l’uomo vagava nel parco senza meta inseguendo quel desiderio che da sempre gli stava appostato dentro.




 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:16 )
 

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