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Dario Robaldo - file di luci lontane PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 13:43

 

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FILE DI LUCI LONTANE

di Dario Robaldo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 luglio 2005




Il vecchio falciava l’erba nel prato scosceso e lo vide quando ancora era giù in basso, mentre con passo inadeguato risaliva dal fondo valle la strada tortuosa. Lui sapeva che doveva tenersi lontano da un’umanità di quel genere: zaini colorati e scarponi in materiale sintetico erano oggetti che parlavano da soli, indicavano persone che si dicevano amanti della montagna, ma non era vero, identificavano per lo più falsi atleti che usavano quella loro presunta passione per soddisfare esigenze assolutamente private. Ne aveva conosciuti molti: soprattutto in primavera e poi nel tardo autunno non era rado vederseli arrivare quasi in casa durante i fine settimana. Li aveva compresi senza difficoltà, volevano solo sfogare la settimana urbana e forse ritrovare qualcosa di ingombrante che avevano smarrito. Ecco, quella era la loro motivazione più credibile per quelle sgambate: cercavano qualcosa che colmasse il vuoto prodotto dall’ennesima settimana appena conclusa. Spesso desideravano portarsi a casa un souvenir e a volte lui diventava il loro souvenir, lui o le sue povere cose, gli attrezzi rudimentali, falci come quella che stava manovrando ora, rastrelli o gerle esito del suo lavoro nelle giornate invernali. A volte spudoratamente proponevano un prezzo senza considerare minimamente il valore che avevano per lui quegli oggetti, altre, appena abbassava il livello di guardia, se ne appropriavano senza chiedere e senza dare nulla.
Anche oggi doveva stare all’erta, controllare quell’uomo, finire in fretta di falciare, tornare a casa e indossare i panni del guardiano. L’avrebbe trattato bruscamente senza timore d’essere considerato un montanaro burbero e ignorante.

L’uomo sudava la salita. Guadagnava quota spendendo molto, il fiato rotto dalla salita e dalle troppe ore d’ufficio. Sentiva che in quella fatica c’era un senso, un significato da comprendere, qualcosa che ormai riusciva a percepire di rado durante la settimana.
Ora, mentre saliva, il suo sguardo si spostava tra l’avanzare alternato delle punte degli scarponi e la meta che si era prefissato di raggiungere a tratti visibile quando la strada era più esposta sul fianco della montagna. Il silenzio era rotto solo dal proprio ansimare e dal pietrisco sgretolato a bordo strada sul quale poggiava i suoi passi. Rumori che non apparivano nemmeno tali se confrontati con il distratto frastuono di motori cui era sottoposto lui e la più parte di individui costretta a vivere entro i confini della città.
Assaporando l’inusuale silenzio, nel tentativo di trovare una sintonia che ponesse fine al bisticcio interiore tra la sua mente, che non teneva in giusta considerazione l’avanzare degli anni, e il suo corpo che urlava dolore per la poca consuetudine al movimento unitamente all’età non più propriamente verde, si avvide dell’uomo che più in alto falciava regolare, preciso pendolo, un prato assai poco orizzontale.
Affascinato da quella figura si arrestò qualche secondo per meglio inquadrarla e per caricare fiato. Poi riprese a camminare e sempre restando agganciato con lo sguardo a quella mobile immagine, s’era lasciato prendere da un gioco emerso improvvisamente da chissà quale remoto luogo interiore: avanzare di due passi a ogni oscillazione completa eseguita dal montanaro. Non fu facile dare regolarità all’incedere, dovette ammettere che i suoi elementari passi erano assai meno costanti del complesso movimento della falce e dell’uomo che l’azionava. Seguitò il gioco, sbagliò, riprovò più volte e rallentando un poco, accompagnando il passo facendo avanzare di un niente la spalla opposta al piede d’appoggio, scoprì il segreto di quella strana collaborazione. Concentrato com’era non notò da subito che il suo corpo aveva smesso di urlare la propria disapprovazione per lo sforzo eccessivo cui era sottoposto. Solo più tardi, quando quel ritmo divenne suo, s’accorse di poter proseguire senza affanni consumando il giusto che la ripidità del pendio richiedeva.
Ora si provava spesso a distogliere lo sguardo dal vecchio. Provò inizialmente con sei passi poi arrivò a dodici prima di concedersi di controllare se ancora la falce e l’uomo che la impugnava seguitavano a suonare insieme a lui quella musica di movimenti. Quando la strada fu sovrastata dalle cime di un piccolo bosco nascondendogli alla vista il suo personale metronomo, si fermò a bere, spiegò davanti ai suoi occhi la cartina e con intima soddisfazione constatò che la strada, prima di divenire l’originario sentiero, passava proprio nei pressi del prato sul quale era impegnato il montanaro. Soddisfatto di tale constatazione, ripose acqua e cartina nello zaino e riprese l’ormai acquisito passo dell’andare.

Il vecchio lo percepì dietro a sé proprio mentre valutava l’ipotesi di poter, per quel giorno, terminare il proprio lavoro di falciatura. Alle sue spalle molti metri di prato erano ormai ricoperti di erba coricata a terra e nei polmoni entrava aria satura dell’insospettabile, fino a che una lama non compie il proprio lavoro, profumo di prato. Avrebbe potuto interrompere, ma il caldo estivo ancora esitava a imporsi sulla frescura notturna e così decise di seguitare ancora qualche metro prima di mettere mano al rastrello.

Alla roccia dove era seduto c’era arrivato da poco. O almeno a lui così sembrava perché ora che poteva osservarlo da dietro, quel vecchio, ne fu catturato e ancor di più fu rapito dallo studio di quel movimento preciso: la falce che portata a destra e un poco posteriormente si alza, l’inversione di direzione, velocità che aumenta mentre discendendo e portandosi davanti all’uomo, disegna un arco perfetto. L’impatto della lama con i primi fili d’erba, gli steli che al centro dell’azione cadono fitti falciati di netto e infine il raggiungimento del punto morto: istante nel quale l’oscillazione si conclude, istante nel quale tutto pare arrestarsi. La falce, l’uomo, l’erba, il mondo attorno. Quindi ritorno e preparazione per la successiva oscillazione. Il tutto semplicemente così, come non costasse niente, movimento privo di sforzo apparente, di incertezze o sbavature, senza rumori se non quel fruscio indispensabile. Se una parola poteva dire per provare a descrivere la sua meraviglia di spettatore rispetto a quel gesto antico, era proprio quel termine poco consono ai tempi: essenzialità.

Il vecchio cessò di tagliare. Senza riposo posò la falce, dispose un telo quadrato a terra, raggiunse il largo rastrello di legno non prima d’aver osservato, severo e per la prima volta in viso, l’uomo che l’osservava da tempo a un tiro di voce. Pettinò il prato alle sue spalle accumulando l’erba tagliata sul telo, riunì i quattro angoli e con azione decisa fece roteare il sacco che aveva ottenuto fino a farlo accomodare sulle sue spalle curve: raccolti i suoi attrezzi si diresse verso il gruppo di case che dominavano dall’alto il grande prato al quale era stato appena sottratto parte del suo patrimonio d’erba.
Sentì, sorpreso, che i suoi passi erano seguiti da altri passi uguali ai suoi, realizzò che quel cittadino non lo avrebbe abbandonato tanto velocemente e questo sentire, in cuor suo e senza comprenderne il motivo, non gli fece dispiacere.
Raggiunta la casa, prima di ogni altra cosa portò l’erba nella stalla da dove provenne un muggito: di lì fuoriuscì andando a riporre gli attrezzi nel capanno e nel fare tale percorso ebbe modo di vedere che l’uomo era ora visibilmente preda di un’indecisione circa il da farsi. Si era trattenuto a una distanza che entrambi silenziosamente considerarono adeguata e ora si intratteneva con la cartina dispiegata.

“Il sentiero che porta al colle passa davanti alla porta di casa mia. Da questa parte” disse il vecchio allargando il braccio in direzione della casa e constatando, un attimo dopo averlo eseguito, la goffaggine di quel suo movimento venuto male che evidenziava palesemente una indecisione interiore: a metà strada tra l’indicazione appena verbalizzata e un invito a qualcosa di diverso. L’uomo ripiegò la cartina e si mosse nella direzione suggerita, ma, prima che potesse sparire sul sentiero, il vecchio fece in tempo a tirare fuori dall’acqua della fontana il vino e ancora con un gesto poco chiaro invitò l’uomo a sedersi sulla pietra piana e levigata posta a ridosso della sua dimora. Sinceratosi d’esser stato compreso, piegando il capo, oltrepassò il basso uscio e dopo poco riemerse con due bicchieri sospettosamente sporchi di precedenti vini che ne avevano marcato indelebilmente il vetro con un velato alone rosato.
Bevvero piano gustando il corposo e fresco vino per un tempo poco propenso a essere misurato.

Scivolò su di loro il giorno: il tempo trascorse tra brevi racconti e riflessivi lunghi silenzi, avevano commentato il tempo e i tempi, il vecchio prese a parlare di epoche passate, della propria solitudine, della montagna che via via mostrava sempre più chiaramente la sua agonia. Spese molte parole a proposito di amici come fossero temporaneamente assenti e ne indicò le diroccate abitazioni segno evidente che quel racconto aveva perduto la propria attualità almeno da una trentina di anni.
Il passeggiatore domenicale ascoltava. Ascoltava e si stupiva di come quell’individuo era riuscito a fuggire gli eventi e i cambiamenti radicali di cui era stato certamente testimone. Inconsapevolmente gli aveva narrato gli ultimi cinquant’anni e la storia di chi li aveva attraversati, che poi altro non era se non quella comune a molti luoghi e a molte persone di questo paese. Senza supporlo gli aveva raccontato la propria: quella della sua famiglia che aveva dovuto trasferirsi in città abbandonando la miseria e l’avara terra appartenuta alle generazioni precedenti sacrificandola e facendosi mancare il sole e il vento, l’esperienza dei vecchi e la libertà di poter calpestare terra e respirare aria in cambio di un piatto pieno e qualche soldo da spendere.
Lui era figlio di coloro che avevano accettato il compromesso e avevano dato un taglio netto con il proprio passato. Lo stesso di quello che oggi aveva rivissuto nel racconto di quell’uomo che aveva deciso di resistere, di continuare a vivere nel solco tracciato dal tempo e dalle vite che lo avevano preceduto. Lui non sembrava esser venuto troppo spesso a patti con la modernità. Giusto una penzolante lampadina, forse un piccolo frigorifero. Non aveva visto televisione né telefono quando lo aveva fatto entrare per mostrargli la foto della defunta moglie.
Un’esistenza inutile avrebbe pensato, quella del vecchio, se quell’incontro anziché viverlo gli fosse stato raccontato, ma in verità non avrebbe saputo trovare qualcosa di più utile nella sua o in quella dei genitori e a ben pensarci cominciava seriamente a dubitare di quella sua tacita presunzione.
Di quel giorno cominciava a tirare le fila: ora sapeva che trovare il manico curvo per l’impugnatura della falce non era impresa da poco: bisognava scavare vicino a determinati alberi alla ricerca di una radice adatta e già un poco curva, ma non gli importava nulla della fatica per trovare una radice adatta a svolgere il compito di manico per la falce: lui quel giorno aveva abbondantemente scavato e le proprie erano tornate alla luce e ora stavano lì lucide a farsi rimirare. Nessun nonno o altro parente era riuscito a farle emergere così nitidamente come c’era riuscito quel montanaro. L’interrogativo che ora non osava porre al vecchio era teso a chiarire in lui se fosse consapevole di quello che restando lì, nell’unica casa della sua vita, s’era perso o, come lui sospettava, risparmiato. Non gli sembrava possibile che avesse operato scelte consapevoli e così lungimiranti, ma la saggezza delle misurate parole proferite dal montanaro sembravano non lasciare spazio a dubbi.

Seduti sulla pietra addossata alla casa avevano trascorso il giorno gettando sguardi al fondovalle e alla pianura dove la città, che da lì appariva più lontana di quanto non fosse realmente, aveva allungato i suoi tentacoli e nel tempo s’era mangiata un pezzo alla volta produttivi terreni agricoli vomitando di continuo catrame di nuove strade e cemento di quartieri nati improvvisamente. Sempre seduti sulla pietra avevano diviso una povera ma gustosa cena e attesero il primo buio in compagnia di un vento bambino che rapidamente ripuliva il cielo lì e sopra la grande città.
Il vecchio fece notare molti dettagli di quella pianura: a volte non erano gli occhi a dover guardare, si doveva osservare attraverso le parole del montanaro per poter vedere. Ma da che aveva imparato a camminare al ritmo della falce, il cittadino poteva seguire senza troppa fatica qualsiasi parola del vecchio che ormai non tentava nemmeno più di sostituire le espressioni famigliari del dialetto con quelle più decisamente più ostiche della comune lingua italiana.

Da quello stesso luogo aveva avuto il tempo per osservare cambiare il mondo. Gli sbuffi di vapore bianco del treno diretto in Francia erano stati sostituiti da elettrici locomotori già da molto tempo, ma lui li aveva visti con gli occhi di bambino e li aveva impressi nella memoria. Anche gli orari ricordava perché così dovevano fare i figli quando era bambino: ascoltare e guardare come facevano i grandi e ricordare il più possibile.
Serbava memoria e ancora indicava luoghi e nomi di paesi e borgate ora inglobati nel cerchio urbano e poi di fiumi, torrenti, canali scomparsi, incanalati altrove, interrati.
Sembrava sapere qualcosa degli uomini che vivevano là assediati dal cemento, ma poca importanza sembrava attribuire loro: appariva più che altro un guardiano di quel pezzo di mondo controllabile dalla panca di pietra. Era stato, ed era ancora, spettatore critico di un dramma senza fine che si svolgeva nella pianura: unico spettatore rimasto seduto sulle gradinate di quell’immenso teatro romano costituito dai versanti delle montagne aperti verso la pianura divenuta  palcoscenico.
Da quell’osservatorio e dalla sua capacità di osservare gli arrivavano le informazioni per poter raccontare il mondo partendo da dove più desiderava l’interlocutore del momento e quella sera, quando fu ormai buio, mentre terminava di intagliare un legno che sarebbe divenuto dente nuovo per il rastrello, gli raccontò la storia delle luci che illuminavano la pianura. Narrò di un tempo di  poche luci e di molto buio: di flebili luci tenute lontane da lunghi intervalli di buio prima di altre luci tremolanti. Lontane le une dalle altre da poter nominare esattamente il nome del luogo illuminato. Così era stato a lungo, ma poi arrivò il tempo sorvolato da aerei carichi di morte e le luci si spensero tutte. Fu quando il rombo di quegli aerei divenne ricordo che le luci cominciarono a moltiplicarsi nella pianura: più la gente abbandonava la pianura, più si accendevano luci là in fondo. Si spegnevano le lanterne qui e si accendevano lampadine laggiù. Da principio fu bello osservare accendersi file di punti luminosi in tutte le direzioni, sembrava facessero una gran festa da quelle parti, ma presto esagerarono illuminando la pianura come fosse una sola enorme lampada per rischiarare il cielo più che la terra e lui, che dapprima ne fu attratto, comprese che quello non poteva essere mondo adeguato a uno come lui regolato da generazioni per vivere e dormire quasi come lo sono gli animali con ritmi determinati dall’alternanza del giorno e della notte, dalle stagioni.
Quella luce era per lui peggio del cemento che si vedeva bene nelle giornate nitide: non poteva ignorarle e se anche volgeva il capo dalla parte opposta ne vedeva il riverbero sulle rocce e nel cielo non più scuro. Troppo tempo era trascorso da quelle prime allegre file di luci lontane e lui ora era stanco: ringraziava l’età avanzata e la sua montagna che lo aveva protetto dalla magnetica attrazione esercitata dal mondo fatto di luminarie confuse. A lui in fondo ora bastava chiudere gli scuri delle sue piccole finestre per ottenere quanto desiderato e immaginare il resto del mondo immerso in quella benefica oscurità.

La strada buia e in ripida discesa scorreva veloce sotto gli scarponi dell’uomo che al mattino l’aveva risalita faticando. Ora si sentiva più leggero, ma anche più denso e se non fosse per il fatto che si stava dirigendo verso quelle luci che per la prima volta avvertiva fastidiose, si sarebbe potuto dire perfino felice. Si, Felice, come nome di quel vecchio montanaro spettatore, sentinella e memoria inconsapevole di un tempo finito e di uno sempre più inconsapevole.




 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:16 )
 

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