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Bruno Burdizzo - il grande fiume PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 13:26

 

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IL GRANDE FIUME

di Bruno Burdizzo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 luglio 2005




Il vecchio Abdulkedir lo diceva sempre: “Lascia che il vento passi su di te! Fletti! Mormora le tue preghiere e suona la tua musica come fa il papiro sulla riva del grande fiume!” Mi sembra di vederlo, il vecchio Abdulkedir, ancora oggi, uscire all’alba dalla sua casa di fango, attraversare ciabattante il cortile nell’ora in cui le sabbie si tingono di rosa, figura magra e lunga, tutto ossa e caffettano, e dirigersi al fiume con la sua nassa di giunco. Mi sembra di vederlo, il volto scavato, la barba paglia rada e grigia, zigomi di cuoio. Un turbante di stracci, un sorriso cavernoso, un dente solo, lungo e giallo, un po’ di lato. “Lascia che il vento passi su di te! Fletti! Mormora le tue preghiere e suona la tua musica come fa il papiro sulla riva del grande fiume!”
Il vecchio Abdulkedir era completamente pazzo. Ma non di quella pazzia dei vecchi, che è una pazzia di cose vissute, di troppi stimoli, di piena intellettuale, no, e nemmeno di quella pazzia dei saggi, di troppa coscienza, di troppa conoscenza. No, il vecchio Abdulkedir era pazzo proprio. Di una pazzia sua. Viveva solo, nella sua casa di fango, pescava gamberi di fiume e nella stagione delle piene coltivava nel limo zichi e patate amare. Un tempo pensavo fosse quella la ragione della sua pazzia: cinquant’anni di dieta a base di gamberi, zuppa di patate amare e zichi, unica bevanda l’acqua calda e gialla del grande fiume. Ma c’era qualcos’altro, sotto. Qualcosa di antico, qualcosa di misterioso che si celava nel suo passato.
Il vecchio Abdulkedir, nella sua solitudine e nella sua follia, aveva sempre una risposta alle tue domande. Che tu gli chiedessi il senso della vita e della morte oppure: secondo te pioverà? oppure: sbaglio o quest’anno la stagione degli zichi è in ritardo? invariabilmente lui si fermava, piantava la pertica della sua piroga, ti faceva un sorriso a tutto dente, e in un alito di patate amare e gamberi raffermi rispondeva: “Lascia che il vento passi su di te! Fletti! Mormora le tue preghiere e suona la tua musica come fa il papiro sulla riva del grande fiume.” Poi riprendeva la sua pertica e a lenti gesti, sempre quelli, guadagnava la vastità dell’acqua e calava la sua nassa in uno sciacquio lontano, nell’ora in cui il sole ti schiaccia e le sabbie s’incendiano d’una luce abbacinante.
Un giorno chiesi a mio padre se il vecchio Abdulkedir era pazzo dalla nascita oppure lo era diventato dopo. Mio padre, Malakhallam, lui si, è un vecchio saggio. A quarant’anni ne dimostrava sessanta, ora che ne ha sessanta è un morto che cammina. Ha sempre avuto alti titoli nel circolo dei saggi e ho sentito voci, ma non si sa nulla di preciso nemmeno in famiglia, che dicono che un tempo mio padre frequentasse la corte dei grandi re, quelli che costruirono le torri a punta, da qualche parte lassù nel nord. Io non le ho mai viste, le torri a punta. Si favoleggia siano meravigliose, ma nessuno di noi le ha mai viste. Una volta ho visto sfilare un esercito che veniva dalle sabbie. Infiniti uomini, snelli, abbronzati, lance, stendardi piumati e una portantina che celava, dicono, il figlio del Dio-Re. Sparirono nella lontananza e non tornarono mai più.
Mio padre parla poco. È un grande saggio, un sapiente, lo dicono tutti, ma a differenza del vecchio Abdulkedir lui non ha mai una risposta alle tue domande. Passa il tempo a riempire tavolette d’argilla con file di strani disegni. Che tu gli chieda il senso della vita e della morte oppure: secondo te pioverà? invariabilmente mio padre si ferma, posa lo stilo, ti guarda seguendo per un attimo il filo dei suoi pensieri come stesse per dire: “il senso della vita è morire e il senso della morte è esser vissuti”, oppure: “pioverà, ammesso che si fermi una nuvola, oppure no”. Invece non dice niente. Riprende lo stilo e a lenti gesti, sempre quelli, guadagna il largo dell’argilla umida e la riempie di file e file di voci silenziose. Ho cominciato a pensare che in quelle tavolette, che due volte all’anno mio padre infila in un sacco e porta lontano, nel nord, dove si dice che il grande fiume sfoci in un’acqua senza fine, dove si dice sorga una biblioteca immensa (io non lo so cos’è una biblioteca, l’ho chiesto una volta a mio padre, ma non ne ho ottenuto risposta), ho cominciato a pensare che in quelle tavolette ci siano le risposte a tutte le domande di una vita.
Quando ho chiesto a mio padre se il vecchio Abdulkedir è pazzo dalla nascita, lui non stava scrivendo, era seduto in cortile e faceva la punta a uno stilo. Senza alzare lo sguardo dal suo lavoro ha mormorato: “Il vecchio Abdulkedir era pazzo già molto tempo prima di nascere”. Sempre così, mio padre: o non risponde, o dà risposte ambigue.
Quello era il giorno in cui mio padre partì per l’ultimo viaggio verso l’acqua senza fine. Portò in casa il fascio di stili che aveva finito di affilare, e che sono ancora là, mai più utilizzati, uscì col suo sacco pieno di tavolette d’argilla, slegò il cammello e si avviò seguendo il corso del fiume, nell’ora in cui il sole si posa all’orizzonte e le sabbie si tingono di fuoco.
Passarono stagioni, molte fertili piene, abbondanza di gamberi, molti raccolti di zichi e di patate amare. Io li detesto, gli zichi. Frutti che quando sono acerbi legano i denti e ingrippano le gengive, ma appena maturi volgono al marrone e prendono un sapore catramoso di fango putrido. I gamberi di fiume sono tutti corazza e antenne, polpa ne hanno un milligrammo, annidata tra le puntute cartilagini, e quel milligrammo sembra marmellata di zichi maturi. In quanto alle patate amare, poi, se ne fa un puré, buono come intonaco per le case di fango, meglio dello sterco di cammello, perché secca al sole in una crosta bianca e impermeabile. Noi viviamo nel fango delle grandi piene. E quando non è fango, è polvere. Il mio villaggio sono quattro case, orti, piroghe. Nient’altro. Ho passato la mia gioventù in questa desolazione. Sono il tredicesimo figlio della sesta moglie di mio padre, Malakhallam. Mia madre si chiama Axàn, ed è una donna mite. Costantemente incinta. Continuò a fare figli anche nei sette anni in cui mio padre rimase lontano da casa. Ne fece otto. Qui nel villaggio siamo quasi tutti parenti e quando raggiunsi l’età del matrimonio cominciarono i problemi. Donne in età da marito ce n’erano, ma erano quasi tutte mie sorelle. O cugine di primo grado. Mio fratello Haxùm sposò una cugina, Axìn, ed ebbero due figli, Haxò e Hixìx. Per effetto della consanguineità vennero fuori entrambi ben più matti del vecchio Abdulkedir.
No, non è un gran bel vivere.
Un giorno, per sfuggire alla disperazione, chiesi al vecchio Abdulkedir di portarmi con lui a pescare. In mezzo al fiume c’è una pace che non vi dico, nell’ora in cui le sabbie si tingono di rosa. Il mondo intero, intorno alla piroga, sembra tutto acqua e cielo. Il villaggio non è più che un segno verdastro, capanne pallide che si affacciano tra i papiri e le fronde degli zichi selvatici. Dietro ci sono le sabbie, una striscia sottile, ma tutto il mondo ti sembra solo acqua e cielo. Mentre aspettavamo, calata al nassa, mentre il vecchio Abdulkedir sbucciava, da un secchio, patate amare per la colazione, dissi, rivolto più a me stesso che a lui: “Bisognerebbe andar via. Prendere una piroga e discendere il grande fiume. Arrivare alle acque infinite e andare a vedere quello che c’è di là. Magari ci sono isole, penisole, continenti. Magari ci sono città e palazzi. Non ho idea, Abdulkedir, di cosa sia un palazzo, o una città, o un continente. Conosco solo il fango, la polvere, il fiume. I gamberi, le patate amare, e gli zichi! Ma cos’è una città? E mio padre? La sua grande biblioteca? Forse dovrei andare a cercare mio padre. O forse avrei dovuto unirmi a quell’esercito che andava a conquistare il mondo? Forse dovrei andare a vedere le torri a punta e le statue degli dei. Bisognerebbe andar via. Potrei prendere un cammello e inoltrarmi tra le sabbie. Magari là ci sono pianure verdissime, praterie, pascoli, e montagne. Anche se qualcuno dice che c’è una piana arida dove biancheggiano le ossa dei viandanti, fiaccati dal troppo sole. Non so. Forse. Che dici? Forse varrebbe la pena di provare.”
Il vecchio Abdulkedir finì di pelare l’ultima patata amara, conficcò il coltello nello scalmo, raccolse la fune e mentre a lenti gesti, sempre quelli, levava la nassa grondante brulicante di chele, antenne e corazze, disse: “Lascia che il vento passi su di te! Fletti! Mormora le tue preghiere e suona la tua musica come fa il papiro sulla riva del grande fiume!” Poi, depositata la nassa nel ventre della barca, si alzò, conficcò la pertica nel fondo limaccioso e scivolammo via veloci verso il villaggio, i papiri e il folto degli zichi, che erano il mondo, per noi.
Mio padre tornò lacero e stanco molti anni dopo. Feci fatica a riconoscerlo. Aveva perso un occhio, trafitto da un dardo macedone, aveva perso il braccio sinistro, stroncato di netto da un carro lanciato all’assalto delle mura di Mheroe. Tornò spezzato, mio padre, nel fisico e nell’anima. Trovò una casa vuota e un figlio già vecchio. Mia madre era morta da un anno, dissanguata nel parto degli ultimi tre gemelli. Anni di carestia avevano decimato il villaggio. Le piene sempre più magre, i raccolti sempre più scarsi. E poi malattie, pestilenze, una febbre portata da una carovana malata di scheletri d’uomini e cammelli venuti dalle sabbie... Mio padre, che aveva visto le torri a punta e le statue degli dei, le acque infinite, le navi, gli eserciti, i continenti e le città, si fermò, vecchio e stanco, come un uomo spezzato, in quello sfacelo.
Ma quell’anno, finalmente, arrivò la pioggia. La polvere si spense. Gli zichi rinverdirono. I coccodrilli legnosi che morivano sulle secche ritrovarono le loro correnti. Tra i sassi del greto tornarono a brulicare grassi gamberi di fiume. Persino le patate, quell’anno, sembrarono più dolci. Gli zichi maturarono di un rosso acceso e mai polpa mi parve più buona, zuccherina e succosa. Facemmo una gran festa, ballammo tutta notte al suono dei sistri, degli zufoli e dei tamburi a sonagli, alla luce dei fuochi, e festeggiammo fino all’ora in cui si spengono le stelle e le sabbie si tingono di aurora.
Ma mio padre non fu mai più quello di prima. Non lo vidi mai più scrivere le sue parole mute. Era un cadavere triste. Diceva: “La nostra civiltà è morta. Ho visto l’ultimo dei nostri eserciti sconfitto e la nostra terra invasa dalle genti straniere che parlano altre lingue e venerano altri dei. L’ultima dinastia dei nostri re è caduta. Il nostro mondo è finito.”
“Ma che dici, padre?” dissi io per consolarlo, mentre stavamo seduti nel cortile, io intento a pelare zichi rossi e il vecchio Abdulkedir a scorticare i più grassi gamberi di fiume che avessimo mai visto “Che dici? il nostro mondo, padre, è rinato! È tornata la pioggia. È tornata la piena. Siamo salvi".
Ma mio padre era un uomo spezzato. Nel fisico e nel cuore. Guardò il vecchio Abdulkedir, che non disse niente. Poi si volse verso il fiume, e guardò i papiri che come sempre mormoravano le loro preghiere, suonavano la loro musica e si flettevano, senza spezzarsi mai, lasciando che il vento passasse su di loro.





 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:17 )
 

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