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Beatrice Sanalitro - disordine PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 13:23

 

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DISORDINE

di Beatrice Sanalitro
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 luglio 2005




Era immerso nella molle e inerte nera palude?
Assolutamente no!
Tiziano stava pienamente godendo la vacanza sprofondato nella vasca di fanghi gialli di zolfo.
L’odore di uova sode avrebbe impregnato capelli e pelle a ricordo di quel momento e proprio per la pelle era lì, a mollo.
Sgradevole anche alla vista la malattia che già altre volte lo aveva afflitto: incrostazioni bianche come fiori di alghe sul dorso delle mani e sui gomiti lo rendevano simile agli scogli.
La pelle era il suo punto debole, il limite a volte problematico tra il suo io e quello degli altri.
Sapeva bene che, in seguito ad attriti che disseccano gli animi, a urti di parole, al disordine di alcuni rapporti, non c’era modo di contarsela, di giustificarsi con mille ragionamenti: niente da fare, comparivano i bianchi fiori di alghe.
E allora Tiziano cercava di riparare i danni arrecati al suo corpo in conseguenza di pensieri, parole, opere e omissioni, soprattutto omissioni, godendosela nell’isola di Vulcano a bagno nella vasca di zolfo.
Infallibile metodo: fino ad allora l’effetto era stato sempre positivo sia per il potere dello zolfo sia per l’allentarsi delle tensioni consegnate all’acqua, sia per la fiducia che Tiziano riponeva in se stesso, convinto com’era di possedere illimitate frecce al proprio arco: era un artista!
Nel lavoro applicava talento: s’occupava da anni di pubblicità ed era tra coloro che sanno escogitare la giusta formula per rendere un prodotto necessario anche a chi non ha mai pensato di possederlo.
Riguardo al metodo di lavoro, aveva disposto e approvato, tramite scalette di priorità, alcune regole che applicava con scrupolo per girare a vuoto il meno possibile.
Tanto elastico e disciplinato nel lavoro, quanto incostante nella vita privata, non certo per superficialità, ma per il profondo piacere tratto da oggetti, situazioni, persone diverse tutte da ammirare, da cogliere, da vivere senza un ordine stabilito.
Per l’affinità di un attimo.
Questo era il punto: era incline alle fascinazioni.
Ora era attratto dall’insieme ordinato di piccole bolle d’aria tra le gambe.
Ed aveva sorriso.
Come si fa a non sorridere quando si vive di passioni!
Bellezza di oggetti adoperati che l’uso nel tempo fa pulsare; la mano che scivola piano lungo i manici lisci e sinuosi di una teiera di porcellana; l’annusare il portasigari in radica e ammirarne le sfumature… quanti messaggi lo coglievano da tanta promiscuità!
-Come potrei rinunciare alla sfumatura cobalto del mare, alla delizia di una piccola gemma di malachite, alla vita che s’impossessa di un semplice coperchio di pentola che ora percuoto e risuona?-
Lo stesso discorso valeva per le persone: di una lo emozionavano le mani, di un’altra lo sorprendeva il sorriso, l’impulsività e il rossore o la leggerezza o il modo di dormire o il gusto della saliva.
E tutto sarebbe andato bene così, ancora, se non fosse stato per la presenza delle incrostazioni da scoglio sulle mani, sui gomiti.
-Non desidero mi vengano baciate né le une, né le altre, evidentemente!
E sorrideva tra sé.
Ragionava, immerso nella vasca di zolfo, su quale fosse il rosso filo conduttore della sua vita, ora che ne aveva certamente superato la metà, che le vene delle mani si mostravano in rilievo e che i capelli, lasciati sciolti per non imbrigliare le idee, presentavano fili d’argento.
-Mai dire “grigio”: è il colore di chi non sceglie.
Gli pesava, intanto, il pensiero di applicare la scaletta prioritaria anche nella vita ordinaria.
Avrebbe dovuto scegliere per risparmiare vigore; per sconfiggere i bianchi fiori di alga; avrebbe dovuto imboccare la via della rinuncia.
Né questo, né quello, né l’altro.
Tre “né” sono troppi; si chiudono a triangolo e non danno scampo.
Era crudeltà nei propri confronti.
Per cosa, poi?
Per qualche fiore di alga o crosta bianca in meno, ma una patina grigia in più sugli occhi.
-Per guarire, a volte, occorre la spada: stack!
-Ma i molti non sono espressione dell’Uno?
Annaspava come se le bollicine fossero piccole pietre che appesantissero il pensiero.
-Disordine, ordine.
-Disordine, babilonia, non comprendo.
-Libero, libero, libero. Tre volte.
Quale libertà non passa attraverso una contrazione?
E allora, allora Tiziano decise di porre ordine nella propria vita per riuscire a contemplare la gemma, (-Magari un’ametista, libero da ubriachezza, almeno!), rinchiusa nello scoglio ricoperto da bianchi fiori di alga.
Tiziano volava basso.
Per diminuire il disordine, non per eliminarlo del tutto, ‘che ci si affeziona anche alla mondezza’, avrebbe dovuto rimboccarsi le maniche.
Avrebbe, quindi, rimandato tutto al pomeriggio visto che, al momento, era in costume.
Assolutamente no!
I comandi interiori esigono una pronta esecuzione.
Tiziano avvertiva la presenza dei crostosi fiori di alghe sulle mani, sui gomiti.
Sapeva che sarebbero tornati al mare appena avesse preso coscienza della causa del disordine dentro di sé.
Era tutto così ammaliante, intorno: sirene dall’irresistibile canto e i capelli rossi (-Non possono che essere rossi i capelli delle sirene, esseri d’acqua con forza di fuoco, già!); anche l’odore di zolfo era profumo (-Si sa com’è l’olfatto: s’abitua) e piacevoli case bianche con buganvillee viola e cremisi, i bianchi gelsomini lunari e la ragazza sdraiata nella vasca, forse qualche pustola, ma il sorriso tenero e nari altere e focose.
Addormentare i sensi, ma perché, poi?
Non tuffare più il naso nei suoi lunghi capelli slegati, non sfiorarle più le ascelle per sentire i puntini dei peli, non girellare con l’indice attorno all’ombelico, non, non, non…
Sarebbe sopravvissuto posando lo sguardo sul comodino orfano della bella lazulite o sull’anonimo pentolino del tè al posto della teiera col fischio?
Sarebbe sopravvissuto dopo avere rinunciato a giocare?
Sì, sarebbe sopravvissuto.
Certamente!
-Che il padre faccia il padre, la madre la madre e il figlio il figlio!
Questo è ordine.
Ma sentiva una pustola in più sulla mano destra, quella dell’azione che conserva o distrugge.
Tiziano pensò che, ahimè, con la sola ostinazione non avrebbe ottenuto che effimeri risultati positivi.
Cominciava a far caldo nella palude dove sta chi non prende decisioni: per tuffarsi in acque limpide e fresche non avrebbe potuto continuare a omettere per apatia.
Tiziano che, tutto sommato, non era un vero e proprio accidioso, ‘che le cose le faceva con sufficiente cura, era solo un po’ disordinato, sì, ma del tipo gaudente, poi ci sono i disordinati menefreghisti, quelli cronici, gli sporchi, gli stolti, i senza metodo, gli indaffarati e siamo così a sette’, Tiziano, si diceva, cominciò a essere attratto dalla bellezza dell’acqua che vinceva la pastosità dello zolfo e faceva tante bollicine in fila verticale tra le sue gambe.
Dalla profondità della Terra calore, gas!
-Tutto è colmo di vita! pensò.
-Tutto può essere entusiasmante. Tutto ha il Dio, dentro!
E cominciò a lanciare piccoli sassi che trovava sul fondo della vasca per colpire le bollicine, ma quelle schivavano il colpo e Tiziano rideva di quella situazione così semplice e dalle pietrine passò ai fiori bianchi di alghe sul dorso delle mani e poi a quelle ancorate sui gomiti.
Fino a che si sentì guarito.
Al suo disordine, all’assegnare un posto logico agli avvenimenti, agli affetti, alle cose, non pensò più.
L’armonia con gli altri era il suo Ordine.
Solo lo avvolgeva una grande compassione quando vedeva altri essere nel disordine.
E, allora, iniziavano insieme il gioco del tiro al bersaglio alle bolle di mare.




 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:17 )
 

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