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Antonella Filippi - un nuovo enigma per Sherlock Holmes PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 13:18

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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UN NUOVO ENIGMA PER SHERLOCK HOLMES

di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 luglio 2005




“Una delle passioni più astruse è l’archeologia” stava dicendo Watson all’amico Holmes.
“Passare il tempo a impolverarsi e sudare nel deserto, esultando per il ritrovamento di un residuo di coccio o di un osso calcinato è incomprensibile. E che poi da questi si pretenda di affermare che una civiltà abitava in case con i muri a secco dipinti con l’indaco e la malachite, o che la struttura sociale fosse basata sul natron e sul papiro, è pura presunzione!”
Non si trovavano, come si potrebbe pensare, in vista di qualche scavo, ma nel salotto di Holmes, il quale, in piedi, fumava distrattamente la pipa, mentre accordava il violino.
“Amico mio” aveva detto, sollevando divertito un sopracciglio “Non pensate di essere troppo severo e troppo poco imparziale? Solo perché il Professor Moriarty è riuscito a trafugare la “Luce di Iside” quasi sotto i nostri occhi ve la prendete con gli archeologi che l’hanno dissotterrata?”
Punto sul vivo, Watson aveva ribattuto: “Ma vi rendete conto? Una lastra d’oro che avrebbe potuto chiarire il mistero della Grande Piramide, sparita, così, e tutto grazie all’incuria di chi doveva custodirla…”
La discussione era stata interrotta dal suono del campanello della porta.
Quando Holmes era andato ad aprire (la governante, Signora Hudson, era già andata a casa) non aveva trovato nessuno, solo un biglietto piegato in due, a terra, che, aperto, recava un’unica parola:



A
F
R
I
C
A



Holmes era rientrato, con un vago sorriso sulle labbra, e aveva mostrato il biglietto a Watson, che aveva prima aggrottato la fronte e poi sbarrato gli occhi, in una muta e quasi comica richiesta di chiarimenti.
Holmes aveva spiegato: “Questa mattina, con uno dei miei soliti travestimenti, sono andato da Mamma Shipton, il ricettatore di Upton Row (o forse dovrei dire “la ricettatrice”, anche se con quei baffi è difficile pensare che sia una rappresentante del gentil sesso) e le ho chiesto se avesse sentito parlare o se qualcuno le avesse offerto di acquistare un lamina d’oro egiziano, di 15 pollici per 6, incisa e dipinta con smalti blu e rossi. Ho dovuto insistere un po’, all’inizio pensava fossi uno dei galoppini della polizia, nonostante il mio più puro accento cockney, ma facendo leva sulla sua avidità, che è senz’altro muscolosa come le sue braccia, le ho strappato che sì, forse, era venuta a sapere del furto e che forse qualcuno gliel’aveva offerta, se non che quel qualcuno non si era più fatto vivo. Le ho detto che venivo da lei per conto di un altro qualcuno che non voleva essere riconosciuto, ma che era pronto a sborsare una somma congrua e anonima, ma solo se l’affare si fosse fatto entro due giorni. Quando sono uscito sono andato direttamente dal giovane Carter, che abita di fronte alla bottega di Mamma Shipton..”
Watson l’aveva interrotto: “Volete dire quel ladruncolo perdigiorno che avete fatto mettere in libertà il mese scorso?”
“Sì, proprio lui. Per una volta non era colpevole, ci credereste? E mi doveva un favore. Perciò, quando dalla finestra della sua camera ho visto Mamma Shipton sgattaiolare dal suo antro gli ho detto di seguirla e di farmi sapere dove si fosse recata. Il risultato è questo biglietto.”
“Ma cosa vuol dire? Che il reperto è tornato in Africa? Che l’ha trafugato un africano?”
Ma Holmes si era seduto nella sua poltrona, con gli occhi chiusi, e a Watson non era rimasto che prendere il bastone da passeggio e uscire dalla casa di Baker Street, arrovellandosi sull’unica parola del messaggio.

La stessa sera, un biglietto portato a mano da un monello impertinente aveva convocato Watson a casa di Holmes, dove aveva trovato anche il sovrintendente Shaw.
“Volete partecipare al recupero della “Luce di Iside”?”
Watson aveva annuito piuttosto stolidamente e si era accodato a Holmes e Shaw, che avevano fermato una carrozza guidata da un cocchiere infreddolito, a meno che il naso rosso non fosse sintomo di una precoce malattia cardiaca o di una torpida devozione al malto fermentato.
Holmes aveva sibilato al conducente: “King Street 99/A, ma fermati all’isolato prima”.
Nella carrozza Holmes aveva raccomandato a Watson e Shaw il massimo silenzio, una volta arrivati a destinazione.
“Non voglio rischiare di preavvertire il nostro nemico di sempre. L’ispettore Pitt e gli agenti sono già appostati?” aveva domandato a Shaw.
“Come da vostre istruzioni. Non nego che mi sorprende che da una sola parola siate arrivato a capire…”
“Più tardi! Per ora recuperiamo il maltolto” lo aveva interrotto Holmes.
Erano scesi, nel buio e nel silenzio della sera londinese. Un fioco lampione, all’angolo della strada, tagliava la nebbia in tanti veli intirizziti.
Avevano camminato lentamente e in silenzio per quasi tutto l’isolato, avvicinandosi al 99/A, quando, d’improvviso, si era accesa la fiamma di un acciarino e Holmes aveva spiccato un balzo in avanti, gridando: “Seguitemi!”
Un rapido trambusto aveva fatto seguito alle sue parole, e alcuni spari, e un grido, e il rumore di vetri infranti.
Holmes aveva aperto con una spallata la porta del 99/A e salito velocemente le scale, seguito da Watson e Shaw, mentre Pitt e gli altri agenti si spargevano nei vicoli puzzolenti che circondavano la casa.
Al di là dell’unica porta aperta, su un tavolo, brillava una lastra dorata.
Holmes l’aveva afferrata e messa al sicuro nella tasca del suo pastrano, affacciandosi poi alla finestra con i vetri rotti.
“Non lo prenderemo più. Ci è sfuggito un’altra volta. È sempre pieno di risorse, devo ammetterlo!” aveva commentato, con un misto di stizza e ammirazione, pur se a malincuore, per un nemico ingegnoso.
Watson aveva pensato, ma non l’avrebbe mai detto al suo amico, che la fuga del Professor Moriarty e le sue probabili e prossime nefande imprese erano uno dei motivi che tenevano in vita Holmes e la sua lucidità mentale, a volte offuscata o resa più tagliente, chissà, dal quotidiano consumo di oppio.
Una volta tornati a casa di Holmes, confortevolmente seduti davanti alle fiamme che crepitavano nel camino e rinfrancati dal freddo con il grog bollente, Watson e Shaw avevano insistito con il padrone di casa perché spiegasse, finalmente, come era riuscito a decifrare quello scarno messaggio.
“Elementare, Watson” aveva risposto Holmes, con la sua usuale interiezione “Se lei avesse osservato bene il biglietto avrebbe visto che, dopo alcune delle lettere, era segnato un punto:



A
F.
R.
I
C.
A



Nel nostro alfabeto la A è la prima lettera, la F la sesta, la R la diciottesima. Ho capito che Carter mi stava dando le coordinate del luogo dove aveva seguito Mamma Shipton. Ho preso l’Almanacco di Londra, che riporta le strade della nostra capitale, e alla diciottesima pagina, all’incrocio della prima con la sesta colonna erano segnate due strade, la prima delle quali era King Street.”
“Sì, ma le ultime tre lettere del messaggio?” aveva interrotto Shaw.
“IC, in numeri romani, equivale a 99, perciò 99/A. Non c’è che dire” aveva proseguito Holmes “il giovane Carter ha dimostrato ingegno e una capacità crittografica non comuni. Ha avuto una discreta istruzione, anche se poi si è rovinato con le sue stesse mani. Mi ha confessato di nutrire una grande passione per l’avventura e di non avere paura del lavoro duro. Vuole riscattarsi dalla vita condotta finora. Credo che lo raccomanderò a Lord Carnarvon, che sta partendo per l’Egitto alla ricerca delle tombe reali. E chissà che non riescano a trovare proprio quella che gli archeologi stanno cercando da anni, quella del faraone-bambino, Tut-ankh-amun.”




 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:18 )
 

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