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Andrea Giardina - i tre castelli PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 13:14

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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I TRE CASTELLI

di Andrea Giardina
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 luglio 2005




“C’era una volta…”
“Quale racconto non inizia con “c’era una volta”, vecchio?”
Ma il vecchio continuò:
“C’era una volta un grande re potente...”
“Eh già, non poteva mancare anche IL GRANDE RE POTENTE…”
“Mi vuoi far continuare?!”
“Ok, ok, continua la tua storia vecchio, se mi addormento non mi svegliare, però.”

“C’era una volta un grande re potente che regnava su una terra lontana e sconfinata. Tutto procedeva per il meglio nel suo impero, la gente era pacifica, il commercio prosperava, la città con il suo castello era un famoso centro culturale e i rapporti con i regni vicini erano in armonia.
Ma, si sa, l’abbondanza non può arrivare se non in compagnia della paura di perderla e così il re decise che bisognava far qualcosa per preservare quella pace nei secoli avvenire.
Si mi mise a riflettere su tutto ciò che di bello e positivo non avrebbe mai voluto perdere; si chiuse nelle proprie stanze a tracciare e ricercare i fili di quell’esistenza di successo e ricondusse tutto a due temi: Amore e Sapienza.
Prese dunque la sua decisione, chiamò a sé gli architetti e gli ingegneri e ordinò loro di costruire due castelli agli angoli estremi del suo regno; uno, si disse, lo arrederò di libri e lo popolerò dei più grandi saggi, nell’altro custodirò l’Amore in tutte le sue forme. E così fece, ritrovando la tranquillità per molti anni.
Nel frattempo la nascita di un figlio gli aveva fornito nuovi spunti e nuovi interessi; non smise mai però di seguire da vicino il progetto dei castelli, impegnandosi con maggiore foga e passione di prima per avere due case degne da offrire al proprio primogenito.
Attese che il figlio avesse vent’anni per parlargli con le parole che ti dirò ora, ragazzo:
“Figlio mio, hai vent’anni ormai ed è giusto offrirti una nuova vita più ricca e più piena di quella che già conosci. Come sai ho fatto costruire due castelli agli angoli del mio regno, il castello della Sapienza e il castello dell’Amore.
Voglio che tu trascorra un anno in ognuno dei due castelli per tornare quindi da me e scegliere la tua dimora.”
Il ragazzo, ben contento della nuova esperienza che gli si offriva, partì subito per il castello dell’Amore come gli suggeriva la sua giovane età.
E qui trascorse un anno meraviglioso. Scoprì l’Amore dai mille colori, della carne e degli occhi, la dolcezza e la lussuria, l’amore di sé figlio per la madre lontana e l’amore di una madre per i propri cuccioli, l’amore per la Bellezza e l’amore per la Poesia e l’amore per la Musica e l’amore per la Vita.
Passato l’anno preparò le proprie valige fedele alla volontà del padre e si incamminò per la lunga strada che l’avrebbe condotto, dopo un’estate di cammino, all’altro estremo del regno.
“Rimango fedele alla volontà di mio padre e per questo passerò un anno nel castello della Sapienza, ma son già certo che sceglierò il castello dell’Amore come mia futura dimora” si disse.
Il castello della Sapienza gli si parò davanti all’alba di una mattina d’Autunno. Dall’aspetto suscitò subito in lui maggiore simpatia di quanto credesse. Si immaginava un luogo tetro e silenzioso, tutto dedito allo studio e alla contemplazione.
Ma non era così, c’erano colore e allegria ovunque. Il castello era una meravigliosa opera di architettura, la pareti sembravano fatte di soli libri e se, per caso, in un momento qualsiasi, camminando per i lunghi corridoi, un qualcosa suscitava la tua curiosità potevi esser certo che, come per magia, ti saresti potuto fermare, alzare lo sguardo e lì subito subito trovare un libro pronto a colmare la tua curiosità.
Ma i libri erano solo una parte, minima, della meraviglia di quel castello, la vera meraviglia erano le persone che lo popolavano, esperte in ogni arte e in ogni disciplina, in grado di far luce su qualunque problema in poche parole e trasmetterti la propria passione con un semplice sguardo.
Al momento di partire il ragazzo scoprì non solo di sapere molto di più di quando era entrato, ma anche di essere molto di più.
Riprese la via per il castello del padre, stavolta felice e senza rammarico. Era ormai Inverno ed erano trascorsi tre anni quando rimise piede nella sua città natia.
Il padre capì subito quanto fosse cambiato, era lo sguardo allegro e beffardo, dalla luce profonda che più di ogni altra cosa mostrava il cambiamento.
“Dimmi dunque, figlio mio, hai scelto la tua casa?”
Il ragazzo continuò a sorridere, si guardò intorno e si diresse verso il grande tavolo al centro della stanza.
Si sedette, tirò fuori dalla tasca un mazzo di carte e con fare lento si mise a costruire un castello di carte.
“Ecco padre, questo è l’unico castello che voglio per la mia vita. Vedi? Questo castello non ha mura e non ha porte, non è forte e non protegge, ma ci si deve forse proteggere dalla vita? In questo castello ci sono le carte di danari, e questo è tutto l’oro di cui ho bisogno. Ci sono le donne e i fanti, così che io non dimentichi mai la bellezza degli Uomini, e ci sono le sono le spade per non dimenticarmi mai di essere forte. Vedi? ci sono anche i cuori, a ricordarmi sempre di ricercare l’Amore.”
Poi, con un soffio, fece volare in aria le carte e disse:
“E vedi padre? Il mio castello vola” raccolse le carte e se le mise in tasca “e poi questo castello lo posso portare via con me, io lo chiamo “Il castello degli uomini liberi”.
Baciò il padre e la madre, si voltò e riprese il Viaggio, senza carrozza e senza scorta, questa volta.”

“Bella favoletta, vecchio, peccato che non ci sia nessun Re e nessun regno.”
“Hai proprio ragione ragazzo, ma qui c’è un mazzo di carte. Tieni, gioca.”




 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:18 )
 

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