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Stefano Camera - quando il fiume racconta... PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 11:37

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
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QUANDO IL FIUME RACCONTA…

di Stefano A. A. Camera
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 13 novembre 2005




Quando il sole, calando a ovest oltre le cime dei monti che stanno sul confine del mondo, si ferisce scontrando contro quelle creste ruvide e scoscese e tutto il cielo s’inonda e s’infiamma col suo sangue multicolore; quando le vaghe stelle della sera iniziano a est a far capolino tra le maglie lise e consunte del vetusto manto della notte; quando valli e pianure s’acquietano liete cullate dal monotono frinire dei grilli; in quell’ora beata in cui la vita è più serena, la morte più dolce, la tristezza più nostalgica e la gioia più malinconica, il fiume, come ogni sera, comincia la sua eterna serenata alla luna.
La luna, dovete sapere, non è per nulla un’amante facile. Lei, la luna, si prende giuoco di chi la cerca e la brama, tra le nubi notturne fa capolino, pudica e maliziosa, nascondendosi agli occhi assetati di lei. Scompare fra le frasche d’un boschetto di pioppi, riappare all’improvviso laggiù, oltre quella cima solitaria, si tuffa nelle acque d’uno stagno, si specchia in pozza di neve ghiacciata, sempre un passo più lontano di dove voi possiate raggiungerla. Quando è offesa o vuol farvi soffrire non compare neanche nel cielo, e la notte è così più buia e più triste. Quando è adirata si tinge tutta di rosso fiammante. Quando è felice la sua luce argentata trasforma il paesaggio addormentato in un sogno di fiaba. La luna è volubile. Lunatica. Per questo anche i suoi pretendenti più appassionati si stancano presto di lei. Tutti, prima o poi…
…tutti tranne il fiume.
Era il quarto giorno quando si incontrarono per la prima volta. Il giorno precedente Lui aveva fatto ritirare le acque che stavano sotto il cielo in modo da creare l’asciutto e così era nato il fiume, allora solo un rivolo che scorreva attraverso la terra vergine verso il mare lontano. Poi, il quarto giorno per l’appunto, dopo che l’azzurro fu rischiarato da un sole giovane e gagliardo, all’arrivo della notte, per la prima volta, apparve la luna. Giovane, bella, luminosa e sensuale. Fu un colpo di fulmine, se così si può dire, visto che probabilmente non era ancora mai piovuto.
Da quel giorno lontano, ogni sera il fiume la ammira con gli occhi incantati di un innamorato sognante.
Da quella notte lontana, ogni sera il fiume le canta la sua serenata.
Se in una notte di luna calante (in quei giorni infatti è più stanca e meno propensa a scherzare e giocare) vi avvicinate di soppiatto all’argine erboso, vi nascondete alla luce tra i cespugli verdeggianti, magari laddove un boschetto di tenui betulle scende degradando lungo la riva, e vi mettete comodi, sdraiati sul morbido muschio, potreste anche riuscire a sentirlo. È molto timido, il fiume, e se si accorgesse della presenza di qualche curioso ascoltatore non si farebbe sicuramente udire. È per questo che è necessario tutto quel sotterfugio. Ma se i vostri passi saranno stati silenziosi e i vostri movimenti accorti, dopo qualche tempo, certo se in quella comoda posizione non doveste già esservi addormentati, finalmente lo sentireste.
E potete pur starne certi, non è una cosa da poco udire la serenata del fiume alla luna! Chi la sente non la scorda più. Quanti poeti si sono ispirati a quella serenata. E già, perché da dove credete che abbia preso l’ispirazione chi scrisse “Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi che fai silenzïosa luna?”

Io? Oh, solo una volta ho avuto il piacere e l’onore di poter ascoltare quel canto notturno.
Era una notte particolarmente dolce e cheta. Avete presente quelle notti di tarda primavera, quando ormai il freddo ha allentato i suoi rigori e l’aria inizia a essere odorosa di fiori? Una di quelle notti in cui il profumo del pittosporo è trasportato lontano, cullato dalla brezza, e si mischia alla menta e al gelsomino. Beh, quella notte mi trovavo per caso in vista del fiume, nascosta però dall’ombra di una pallida nuvola. La luna, invece, era ben visibile nel cielo scuro, quasi piena, forse più bella di sempre. Mi sembrò di udire qualcosa in lontananza, laggiù al di sotto delle sponde di umido terriccio. Inizialmente non capii, ma poi, pian piano, compresi le parole con sempre maggiore chiarezza.
Era un canto. Una voce bassa e profonda, a tratti guizzante come la spuma d’un torrente di montagna, a volte calma e placida, ma anche sinuosa e sfuggente, intonava quella ninnananna silenziosa. Il fiume stava cantando per la luna, le augurava la sua buonanotte e, per farla addormentare, le narrava tutto ciò che nel corso del giorno aveva visto e ascoltato.
Oh, avreste dovuto sentirlo. Com’era dolce e affettuoso! Sapendo che la luna non avrebbe mai potuto vivere un solo giorno, lui le raccontava quello che accadeva per renderla partecipe di ciò che a lei era impossibile sapere. Condivisione e comunione. Affinità elettive.
E sapeste che strane storie erano quelle! Centinaia e centinaia di brandelli di vite di uomini e donne che si incrociavano per caso sulle rive del fiume. Persone che spesso nulla avevano a che fare l’una con l’altra. Storie a metà, racconti interrotti. Quando qualcuno si allontanava dalle sponde la narrazione lo abbandonava per parlare di chi in quel momento, per caso, prendeva il suo posto sull’argine. Storie sconclusionate, eppure così affascinanti e avvincenti.
Tutto quel guazzabuglio di fatti e persone e avvenimenti e gioie e tristezze ed errori e casualità e stranezze, l’insieme di quei frammenti di umanità fluviale, quei pezzetti di giornata normale o anormale che tanto insensati e vani possono sembrare a pensarci un po’ su, ebbene formavano nella notte tranquilla il più splendido mosaico che avessi mai visto.
Quanta dedizione c’era nella creazione di quell’opera d’arte! Questa era, è e sarà sempre la notturna serenata del fiume alla luna.
Bella, imprevedibile e infinita.

Ah, se solo anche a me un giorno qualcuno dedicasse una simile serenata!
Ma io, ahimé, non sono la luna… sono solo una pallida, lontana e dimenticata stella.



 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:20 )
 

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