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Riccardo Brosio - la paura PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 11:28

 

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LA PAURA

di Riccardo Brosio
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 13 novembre 2005




Quel giorno, come tutti gli altri giorni, Dante Gualtieri affrontò la sua esistenza cominciando con un caffè nero e poco zuccherato preparato dalla moglie. In viso aveva un’espressione vacua, neutra, come se lo bevesse, ma senza gustarne l’aroma. La moglie non ci fece caso. Lui neppure.
Uscì di casa, sempre alla solita ora, secondo più, secondo meno; salì in auto in maniera meccanica e altrettanto meccanicamente guadagnò il suo posticino nel traffico dell’ora di punta e percorse a memoria la solita strada. Accese la radio, il solito canale trasmetteva il solito notiziario. Lui ascoltò, ma senza sentire e non cambiò stazione nemmeno quando gli intermezzi pubblicitari, sempre gli stessi, gli avrebbero potuto anche dare noia. Non rilevò anomalie nel suo abituale comportamento e come sempre arrivò a destinazione.
La sua giornata trascorse anonima tra cartelle da ordinare, documenti da inoltrare e altri incarichi privi di vita. Non si chiese mai perché facesse ciò che faceva e se il tutto avesse un senso. Anche oggi passò. Senza strascichi. Senza differenze.

A casa lesse il giornale. Lo acquistava tutte le mattine, lo teneva in macchina a riposare sul sedile di fianco al guidatore e alla sera, prima di cena, lo leggeva.
Lo leggeva, ma senza attenzione. Ogni tanto gli scappava un commento sui fatti del giorno, ma non sembrava in nessun modo rammentare di avere già usato altre volte quelle stesse parole in contesti simili e per notizie analoghe. Le diceva e basta.
Durante la cena guardò la TV e dopo la cena anche, ma senza vederla realmente. Sua moglie non notò nulla di anomalo, anzi si sentì rassicurata dallo sguardo trasparente del marito.
Come ogni venerdì Dante si avvicinò a sua moglie sotto le coperte e con gesti consueti fecero l’amore. Un’altra donna forse avrebbe notato una certa abitudine nei movimenti del marito, una sorta di calda assuefazione, un segnale. Non lei. Lei non notò nulla di nuovo e dopo l’amore si coprì fino al naso con questa sensazione di dolce consuetudine e giusta inalterabilità, presente in lei, come una sequoia ultracentenaria, anche in questo aspetto della sua esistenza. Entrambi forse avevano letto sul giornale, sentito parlare in giro, da qualche parte o avevano scorto qualche esempio in TV di questo sentimento che dicono ti cresca dentro in maniera irrefrenabile e a volte corrode, e a volte rende euforici, ma vivi: passione e insieme trasporto e con quello scariche di adrenalina. L’immagine sfocata passò attraverso i loro pensieri immobili come una Ferrari sfreccia in autostrada attraverso una galleria vuota e senza illuminazione. Dante spense la luce, si girò sul fianco verso il comodino e sua moglie fece lo stesso.


Forse era già inverno quando Dante aprì la cassetta delle lettere rassegnato a trovarci solo bollette e pubblicità e così fu, ma una busta tra le altre attirò la sua attenzione. La osservò. Ben sigillata, sprovvista di timbri e francobollo. Nessuna scritta sopra, tranne il suo nome e cognome stampigliato con un carattere antiquato, da macchina da scrivere. Asettico come tutto il resto.
Si sedette. Sul momento non capì perché in quel giorno, in quel luogo, in quell’istante, stava dando così risalto a una busta. Sentì qualcosa di molto simile alla curiosità salire dentro, ma evitò di approfondire. Scansò gli altri involucri dal contenuto prevedibile e si concentrò sull’ignoto.
Rimase colpito dalla calligrafia. Uno stile insolito. Per la perfezione e la sicurezza del tratto dava l’impressione di essere stampato, ma non lo era. Lettere curate da uno scrittore fuori dal tempo, lontano da vincoli e scadenze. Chiunque fosse, sicuramente si concentrò senza assilli e curò anche i particolari con accurata naturalezza.

Lesse il testo:

“Egregio Sig. Dante Gualtieri,
in data 13 novembre 1979, Lei espresse in più occasioni, con pensieri, sogni, parole, la volontà di lasciare questo mondo in maniera incruenta. In particolare specificò che la dipartita dovesse avvenire nel sonno ed essendo preventivamente informato dell’istante esatto.
Le scrivo per metterLa a parte delle conseguenze di tale volere.
Non dovrà preoccuparsi di nulla. Assolutamente.
Penseremo noi a tutto.
Al momento giusto La accompagneremo a destinazione.
Lei non deve fare altro che trascorrere il tempo che La divide dal momento segnato nella maniera che ritiene più opportuna. Le raccomando di farsi trovare pronto al mattino del 23 dicembre 2003.

So che ora si sentirà confuso e incredulo, ma le assicuro che tutto Le apparirà chiaro.
In questo contesto i nomi e le persone non rivestono alcuna importanza, ma per venirLe incontro mi firmerò come se esistessi veramente.

Cordiali saluti,
Virgilio”

Dante si fermò sulle scale di casa, la lettera in mano, un’espressione ebete sul viso, ma molto meno trasparente del giorno prima. Ebbe la netta sensazione di essere osservato. Si guardò intorno, ma scorse solo strisce di nebbia densa tagliare a fette un freddo cielo grigio invernale. A proposito, gli venne in mente anche il mese: dicembre.
22 dicembre.
22 dicembre 2003.

Ingoiò una noce di saliva e paura. Rimase immobile. Ancora. Per un tempo indefinibile. Poi decise di fare finta di nulla. Come sempre.

Salì in auto, accese la radio. Dal momento che era in ritardo di qualche minuto sul suo solito percorso, il notiziario era ormai finito e imperversava la pubblicità. Si accorse che era la stessa del giorno precedente e che avrebbe potuto ripetere ogni slogan a memoria. Non lo fece, ma provò a cambiare canale.

In ufficio si sforzò di ricordare se avesse mai provato all’altezza della bocca dello stomaco quel senso di peso. Come avesse ingoiato una palla di piombo e gli si fosse fermata proprio lì e non ne volesse sapere di andare giù o di tornare su. Gli vennero in mente alcuni nomi per definirla: si decise per ‘noia’, ma altri gli bussavano nella mente. Si accorse che anche questo non gli era mai capitato prima. Forse qualcuno stava cercando di mettersi in contatto con lui, di avvertirlo, di ispirarlo. Eppure, per un istante infinitamente piccolo, ebbe la certezza che quella vocina provenisse da sé, come la eco luminosa di una supernova esplosa un milione di anni fa.

Tornando a casa decise di non raccontare nulla alla moglie di quella strana giornata. Anche perché non era ancora del tutto certo di vivere nel sogno o nella realtà.
Accese la TV. Il telegiornale aggiornava sulle atrocità commesse in varie parti del mondo, su imminenti catastrofi ambientali, su epidemie, su guerre necessarie e preventive, su un eroe americano che per sbaglio aveva bombardato un ospedale scambiandolo per il covo di un noto terrorista… e, notizia dopo notizia, sentì nascere un’altra forza che non credeva gli appartenesse, ma quando se la ritrovò davanti la salutò come una vecchia amica che non sentiva da una vita. Questa amica la chiamò rabbia.
Dopo un servizio molto dettagliato sull’omicidio di un ciclista da parte di un automobilista che aveva fretta, venne il turno di conoscere i motivi della separazione tra un calciatore e una velina e lì Dante compì un gesto nuovo. Il cervello diede impulso ai muscoli e ai tendini e ai nervi di muovere in maniera diversa dal solito e in un momento diverso dal solito le dita che comandavano il telecomando e la TV si spense.
La moglie di Dante avvertì come un refolo di aria fresca sul collo e poi lungo la schiena. Pensò a uno spiffero e si assicurò che la finestra della cucina fosse ben chiusa.

Dante si diresse verso la camera da letto nonostante lo sguardo stupito della moglie e nonostante fosse uno stupidissimo lunedì. Stavolta provò a scavare dentro di sé e dentro di lei per trovare quella famosa passione di cui avevano entrambi sentito parlare. Sentì una scossa, come una scarica elettrica e poi una strana energia e poi la guardò negli occhi, ma diversamente dal solito. Come la vedesse ora, veramente, e lei insieme a lui. E poi, forse, sempre insieme a lei, ma di questo Dante non era sicuro, provò un formicolio, come una fretta, una voglia, una scoperta. Una paura.
La paura di perdere quella donna, la paura di perdere quell’istante, quella dolcezza, di perderne la consapevolezza, di perdere la vita dopo averla ritrovata. La paura di essersi sbagliato, di avere vissuto un’esistenza non sua e di avere permesso che si svuotasse senza rabboccarla mai.

Le immagini nitide attraversarono i suoi pensieri in tempesta come un veliero in mezzo all’oceano il cui comandante conosce la rotta, ma fatica a mantenerla sotto la spinta delle correnti.
Dante spense la luce, si girò sul fianco verso sua moglie e sua moglie fece lo stesso.

Poi, pronto per il viaggio, chiuse gli occhi cercando di non pensare al passato e si addormentò.



 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:20 )
 

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