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Pietro Tartamella - una sigaretta dietro l'altra PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 11:23

 

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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UNA SIGARETTA DIETRO L’ALTRA

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 13 novembre 2005




Era un accendino rosso da quattro soldi, trasparente.
Si accese una sigaretta. Funzionava. La fiammella era regolata al minimo. Lo soppesò nella mano. Prese la mira, chiudendo l’occhio sinistro, e lo lanciò delicatamente. L’accendino volteggiò nell’aria, sfiorò il gabbiano di legno che penzolava dal soffitto, percorse tutto lo spazio della grande cucina di Macondo e finì nel cesto di vimini insieme ad altre centinaia di accendini colorati e trasparenti. “Centro!” pensò.
Pensare! Andrei aveva la sensazione che il suo pensiero fosse un’entità vivente.
Un corpo, nemmeno tanto etereo, che albergava nella sua testa e conviveva con lui. Idee, pensieri, riflessioni, fantasie, sogni: una congerie elettrica di adrenaline, scintille, molecole, illuminazioni, neuroni elettroni neutroni bulloni che gli orbitavano da un lobo all’altro con traiettorie imprevedibili.
Considerava quel corpo ospitato in lui come un “compagno sottile”. Due erano le cose che Andrei considerava “compagni sottili”: il suo pensiero, e il fumo della sigaretta. Con quei due compagni era capace di andare ovunque, di stare solo, di guardare il mondo dall’alto.
Al mattino presto, con l’odore autunnale delle nebbie appiccicate alle finestre, se ne stava seduto dinanzi alla tazzina di caffè per circa un’ora. A guardare i suoi pensieri. Quando il portacenere era mezzo pieno di cicche, finalmente poteva sentirsi sveglio. Metteva in moto la centoventisette bianca. Che si metteva in moto dopo altre quattro sigarette. Partiva per Torino dove insegnava.
Due ore a fare lezione con i bambini senza fumare! Era grintoso. La sua voce rimbalzava per due ore dagli universi del sussurro agli universi del cantato. Nell’intervallo una sigaretta. Altre due ore di cantato e di sussurro.
Uscito dalla scuola una ciminiera. Cenere e mozziconi straripavano dal piccolo portacenere della centoventisette. Da Torino a Macondo, da Macondo a Torino ogni giorno in auto cinquanta chilometri di sigarette una dietro l’altra.
“Ne hai appena spenta una!” gli diceva la moglie a tavola. Lui annuiva, mentre ne accendeva un’altra.
Qualche buon amico gli diceva che fumava troppo. Altri gli dicevano con tono medicale e con assoluta convinzione di scienza: “fumare fa male”. Non gli dicevano nulla di nuovo. Lo sapeva benissimo. Anche il suo medico della mutua glielo diceva.
Glielo disse anche Roby da un letto d’ospedale. Provò una strana vertigine Andrei sentendo le parole fioche di Roby. Roby non aveva mai fumato. Ogni sera, da anni, andava a correre in tuta azzurra per mezz’ora sotto gli alberi del Lungo Po dinanzi alle cancellate dello Zoo comunale.
Le parole di Roby gli risuonarono strane mentre poco prima di andarsene via per sempre, senza più voce, dal letto d’ospedale gli diceva:
“Andrei, prima o poi ci lascerai le penne se continui a fumare così”.
Era buffo vedere quelle parole deboli uscire dalle labbra screpolate di Roby, mentre se ne andava esalando.
Andrei rimase confuso. Non riuscì a capire se era il cancro che si portava via Roby o se era Roby che si portava via il cancro.
La parola “penne” continuava a echeggiare nella sua testa anche in tabaccheria dov’era entrato di filato non appena era uscito dagli odori bianchi e neri dell’ospedale.
Comprò una stecca di sigarette col filtro.
La signora dai capelli nerissimi mise in un sacchetto di plastica la stecca di sigarette. Fece scivolare nel sacchetto, discretamente, anche un accendino giallo trasparente, di quelli economici, come quelli che i marocchini vendono agli incroci. Non tutti i tabaccai gli davano in omaggio un accendino quando comprava una stecca di sigarette.
I tabaccai gli avevano detto che era uscita una legge che li obbligava a non regalare accendini ai fumatori. Quella specie di sconto era considerato una sorta di “istigazione a fumare”. Erano previste sanzioni per i tabaccai che fossero stati sorpresi a incentivare il fumo con quei doni.
Molti tabaccai avevano applicato la legge per risparmiare l’accendino. Altri lo davano in omaggio discretamente. Andrei cercava di comprare le stecche di sigarette presso i tabaccai compiacenti. La signora dai capelli nerissimi lo conosceva come un buon cliente. Gli fece scivolare l’accendino nella busta di plastica con uno sguardo complice. Quando tornò a Macondo, superata la soglia di casa, Andrei si accese una sigaretta con l’accendino giallo da quattro soldi trasparente. Funzionava. La fiammella era regolata al minimo. Lo soppesò nella mano. Prese la mira chiudendo l’occhio sinistro, e lo lanciò delicatamente. L’accendino volteggiò nell’aria, percorse tutto lo spazio della grande cucina di Macondo e finì nel cesto di vimini insieme ad altre centinaia di accendini colorati e trasparenti. “Centro!” pensò.
E pensò alla legge che vietava ai tabaccai di regalare gli accendini. Tutto gli sembrava assurdo. Che lui fumasse così tanto sembrava assurdo a molti. Che lo Stato facesse una legge che vietava gli accendini gli sembrava ancora più assurdo. Si sentiva triste.
Aveva cominciato a sentirsi ancora più triste quando si accorse che nei bar che aveva sempre frequentato non riusciva più a concentrarsi. Era un assiduo frequentatore di bar e gran bevitore di caffè. Cercava i bar che lo “ispirassero”. Ne ispezionava parecchi, finché non trovava quelli che facevano al caso suo. Non sapeva quali erano i motivi per cui si trovava bene in un bar, né quali erano i motivi per cui quello o quell’altro bar li sentiva estranei. Andava a intuito, a pelle, a sensazione. Si sedeva in un angolo, respirava lo spazio, gli odori, l’atmosfera. E quando aveva trovato il bar che lo avvolgeva con un clima particolare, tornava a frequentarlo con i suoi appunti vaganti, con la sua cartellina, con i suoi libri, con le sue sigarette. E la fantasia cavalcava nelle nuvole di fumo delle sue sigarette e le idee e i pensieri e le riflessioni le appuntava su un foglio con una biro veloce per inchiodarle alla pagina.  Il portacenere a portata di mano. Il pacchetto di sigarette sul tavolo. L’accendino posato sul pacchetto a coprire le scritte nere a caratteri di lapide “IL FUMO INVECCHIA LA PELLE”, “IL FUMO UCCIDE”, “IL FUMO NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE”.
Ora che la legge vietava di fumare nei bar si sentiva perso. Non aveva più trovato un luogo che stimolasse la sua fantasia, la sua creatività, la sua produzione di pensieri e idee. Si sentiva come uno specchio in frantumi. Beveva il caffè in piedi, appoggiato al bancone. Quando decideva di sedersi al tavolino non resisteva più di cinque minuti. Doveva alzarsi e uscire fuori a fumare, lasciando la giacca a tenere occupato il posto. Non era una consolazione vedere dinanzi alla vetrina del bar passeggiare avanti e indietro altri fumatori usciti anche loro. Tenevano gli occhi bassi rivolti alle cacche di cane e agli scaracchi.
Rientrava nel bar. Qualche minuto seduto, e poi si infilava la giacca. E usciva a passeggiare. Pensava e fumava per strada. Ma d’inverno gli mancava il tepore delle voci estranee che in sottofondo chiacchieravano nei bar.
Da giovanotto, studente all’Istituto Tecnico per Geometri, ogni giorno viaggiava in treno per quasi due ore da Ventimiglia a Imperia andata e ritorno. Negli scompartimenti di legno fumava e leggeva, fumava e studiava, fumava e pensava cullato dal brontolio di ferro del treno che sferragliava e dall’odore dei binari e delle stazioni. Per cinque anni, ogni giorno, aveva respirato quel dondolio delle carrozze di legno, tanto che gli era entrato nel sangue, come il fumo delle sigarette che avvolgeva il suo scompartimento. Non riusciva più a essere creativo lontano dal fischio del treno, lontano dagli odori delle stazioni, lontano dallo sfrecciare delle carrozze. Quando si trasferì a Torino per studiare all’università l’atmosfera del treno gli mancava così tanto che spesso si recava in stazione a Porta Nuova ed acquistava un biglietto di andata e ritorno per Milano. Si portava dietro un paio di libri. Si isolava in uno scompartimento e studiava. A Milano prendeva un caffè al bar della stazione e aspettava il treno del ritorno. Non aveva niente da fare a Milano. Solo così, per poter respirare l’aria familiare dei viaggi in treno che lo ispiravano e mettevano in fibrillazione la sua immaginazione. Ma un giorno, molti anni dopo, un ragazzo scavezzacollo lanciò una bottiglia dal finestrino di un treno e ferì gravemente un passeggero che se ne stava affacciato tranquillamente qualche finestrino più in là. Da quel momento i treni ebbero i finestrini sigillati. E quando la legge proibì di fumare anche sui treni, il giorno che Andrei ne prese uno per Napoli fu uno strazio. Prigioniero, intrappolato, sigillato come in una tomba senza poter fumare. La sua tristezza aveva imboccato la depressione.
Venne la legge che multava ogni cittadino che fosse stato sorpreso a gettare un pezzo di carta o un mozzicone di sigaretta per strada. Operazione “città pulite” la chiamavano. Si sentì soffocare ancora di più. Per dispetto, per poter tollerare tutta quella depressione che si ingigantiva, gettava guardingo i mozziconi di sigaretta dal finestrino della sua centoventisette quando andava a lavorare a Torino e quando tornava a casa.
Lo trafisse una nausea viscerale quando sentì alla radio la notizia di un attore che recitando sul palco aveva acceso un sigaro dal vivo per caratterizzare il suo personaggio. Dalla platea si era levata nel silenzio una voce di donna a sbraitare inorridita e isterica che quello era un locale pubblico e che era vietato fumare, e come si permetteva. Montando un tale fracasso che lo spettacolo dovette essere interrotto.
La tristezza gli diede un altro giro di vite.

Rocky, suo suocero, era riuscito a smettere di fumare da un momento all’altro. Dopo un’avvisaglia di infarto che lo aveva rovesciato a terra impietosamente sopra un marciapiede, quando si fu ripreso la prima cosa che fece fu quella di scaraventare contro il muro con gesto rabbioso il suo pacchetto con alcune sigarette rimaste. Se ne liberò per sempre. La sua forza di volontà e la sua determinazione furono oggetto di molte discussioni in seguito. Mostrava in modo plateale il suo gesto contro il muro come esempio ammirevole di scelta definitiva e cercava di convincere Andrei a fare lo stesso.
Morì d’infarto nel giro di pochi anni senza fumare.

Andrei in molti casi aveva dimostrato una forza di volontà fuori del comune. Any, sua moglie, non capiva perché Andrei non avesse la forza di chiudere definitivamente con le sigarette e con il fumo. Quando Andrei le chiedeva di comprargli una stecca di sigarette lei, spesso, se ne dimenticava. Una volta glielo disse chiaro e tondo: “Se vuoi avvelenarti fallo pure, ma non chiedermi di essere tua complice, non dirmi di comprarti le sigarette!” Andrei la capiva benissimo. E faceva il confronto tra lei e i tabaccai che non davano l’accendino. Sentiva che avevano qualcosa in comune, ma non volle mai approfondire per scoprire in cosa consisteva la similitudine e in cosa la differenza. Quello che sapeva era che quando Any si ricordava di comprargli una stecca di sigarette spesso i tabaccai non le davano l’accendino. A lui invece glielo davano.
Quando Andrei tossiva di notte Any, che aveva il sonno leggero, si rigirava nel letto.
Andrei sapeva benissimo che si stava avvelenando col fumo. Fumava troppo davvero. Sessanta sigarette al giorno. Lo sapeva che gli facevano male. Sapeva che aveva il fiatone. Sapeva di tossire. Sapeva.
La logica avrebbe dovuto condurlo a una conclusione ovvia: se dunque sai perfettamente che ti fa male, perché non smetti? Ecco la questione: perché? Perché uno non smette? Nei discorsi da salotto, nei convivi, nelle quattro chiacchiere tra amici, rimbalzavano sempre gli stessi perché:
“Ci vuole forza di volontà”
“Io ho smesso da un momento all’altro”
“A me in fondo piace fumare, perché devo privarmi di questo piacere”
“Ho provato un paio di volte, ma non ci sono riuscito”
“Sto provando con l’agopuntura”
“Uso i cerotti, guardiamo se stavolta ce la faccio”
“Sono riuscito a smettere con l’orecchino”
“Io ci sono riuscita, ma sono ingrassata”
“Anch’io ho smesso, con il sistema delle caramelle, ma mi è venuto il diabete”
“Io vado in un centro, siamo un gruppo di persone, seguiamo una terapia; parliamo”.
“Io non voglio smettere”

Andrei lanciava un altro accendino, verde, nel grande cesto di vimini.

Ricordava la prima sigaretta fumata da ragazzo di nascosto. Aveva un buon sapore. I suoi amici più grandi fumavano già tutti. Aveva sentito dire da alcune donne sposate che un uomo non era un uomo se non fumava. Alle donne piaceva dunque il sapore del fumo? Non ne era sicuro. Aveva sentito altre donne che detestavano il fumo, ma aveva sentito dalle loro camicette levarsi un vago profumo di tabacco. L’odore di sigaretta, di fumo, di tabacco, probabilmente è diverso dall’odore liquido del tabacco confezionato in bottiglietta con lo spruzzo.
Quando aveva 18 anni trovò il coraggio di parlare ufficialmente a suo padre, una domenica tardo pomeriggio estivo, mentre insieme risalivano la stradina di mattoni rossi disposti a coda di pesce che li riportava a casa a Ventimiglia Alta, dopo essere stati al cinema Impero a vedere Ben Hur. Gli disse che aveva deciso di iniziare a fumare.
Suo padre era rimasto senza parole. Non si aspettava che così candidamente gli chiedesse il permesso. In verità Andrei una sigaretta ogni tanto, con gli amici, la fumava già da alcuni anni. Ma non se la sentiva di ingannare suo padre ancora. Il padre disse soltanto che ormai era grande e che poteva decidere. Cercò anche di mettergli un dubbio, abbozzando una ragione per dissuaderlo. Ma tacque.
Andrei, ora che aveva il permesso del padre, fumava con gli amici come un grande, senza sensi di colpa. Fumavano una sigaretta dietro l’altra per impregnare il più presto possibile la loro bocca del sapore di tabacco che piaceva alle donne. Dopo che l’odore di tabacco ebbe impregnato le sue mucose, la sua voce, la sua pelle, si assestò su quindici sigarette al giorno.
Gli piaceva stare sui libri, leggere, studiare. Quando la sua immaginazione entrava in fibrillazione accendeva una sigaretta. A ogni pagina riusciva a trovare una frase, un pensiero, una metafora che metteva in fibrillazione la sua immaginazione.
Con gli anni il riflesso condizionato si radicò talmente che il gesto di accendere e portare alle labbra una sigaretta divenne automatico. Scrivere e fumare, pensare e fumare erano quasi la stessa azione, tanto si erano compenetrati.
A trent’anni la sua media era salita a venticinque sigarette al giorno.

Però altri riflessi condizionati potenti era riuscito a spezzarli, Andrei. Come quando aveva cominciato a masticarsi le unghie. Aveva una decina d’anni. Si era accorto che stava diventando un gesto automatico e incontrollabile, ne stava diventando schiavo.
Ci lavorò neanche un mese con una dedizione e una concentrazione assolute. E si tolse quel vizio delle unghie!
Lanciò un altro accendino, viola, nel cesto di vimini. Mancò il bersaglio. L’accendino finì sul pavimento. “Mancato!” pensò semplicemente.
Lo raccolse e lo mise nel cesto.
Il telegiornale parlava di sassi lanciati da un cavalcavia.
Il telefono squillava. Un amico gli stava comunicando che Gregory era morto in un incidente d’auto.
Che lui stesso potesse morire in un incidente d’auto l’aveva supposto più volte. In giro per l’Italia a fare spettacoli, letture, conferenze, viaggiando di notte, percorrendo migliaia di chilometri, di corsa, beh, il rischio era alto. Considerando le statistiche e le probabilità, morire in un incidente poteva essere possibile.

Con l’arrivo dell’autunno riprendeva le sue lezioni a Torino. Il caos delle auto e i rumori della città, quando restava imbottigliato, lo deprimevano.
Ogni tanto al telegiornale sentiva di un morto accoltellato o sparato a causa di un sorpasso. La sua tristezza aumentava. Sentiva i politici che avevano dato inizio a una nuova moda: parlarsi addosso, essere aggressivi, vomitanti di parole, tutti con il disperato bisogno di affermare la propria ragione, con il disperato bisogno di essere ascoltati, di vincere, di far soggiacere l’avversario. Vittorio Sgarbi era stato il primo a proporsi come personaggio aggressivo e litigioso e il suo stile aveva contaminato tutti i personaggi pubblici. Poi era venuta l’era dell’isola dei famosi, del chi l’ha visto, l’era del c’è posta per te. Una roboante montagna televisiva di superficialità, luoghi comuni, stereotipi. Poi venne la legge che consentiva di mettere videocamere ovunque per controllare e punire gli automobilisti indisciplinati. Poi venne la legge sulla privacy e la gente comune si sentiva protetta da quella legge e cominciò ad avere atteggiamenti e pretese che travalicavano il buon senso. Mettere un volantino in una buca delle lettere poteva diventare reato. Mandare una e-mail non richiesta poteva diventare reato.
Ovunque Andrei si sentiva osservato e controllato e, sempre più triste, lanciava un altro accendino colorato sfiorando il gabbiano di legno che pendeva dal soffitto.
Si ricordò di quando era morta sua nonna materna e poi uno zio. La cerchia dei suoi conoscenti e dei suoi affetti era limitata, allora. La morte bussava alle sue orecchie a distanza di anni. Ma ora che conosceva migliaia di persone non passava settimana che non gli giungesse notizia di qualcuno che era morto. La morte bussava al suo telefono con ritmi vertiginosi.
Un altro accendino lanciato.
E i telegiornali gli raccontavano di gente morta in ospedale per errori dei medici e si sentiva un burattino comandato dai fili di un potere invisibile che aveva mezzi potenti per condizionarlo e indirizzarlo verso strade che sempre più premevano per allontanarlo dalle sue scelte.
Venne la legge dei cappellini e dei guanti obbligatori per i commercianti. Venne la revisione obbligatoria delle auto ogni due anni, vennero le targhe alterne che lo obbligavano a comprare un’auto nuova, ché la sua centoventisette non era catalitica, ma non avendo risorse rischiava due volte la settimana una multa salata andando a lavorare a Torino, sentendosi sempre più triste e depresso. Avevano costruito un’auto, gliel’avevano venduta e ora lo obbligavano a comprarne un’altra se non voleva vivere con quella tensione. Il suo lavoro ogni anno, per due giorni la settimana, era messo a rischio. Le strisce blu dei parcheggi a pagamento si estendevano a macchia d’olio. Fra i costi del disco orario e le multe, a fine anno facevano una bella sommetta. Lui lasciava a terra come un segno di Zorro i suoi mozziconi di sigarette.
La tristezza diventava sofferenza quando confrontava l’iperbolica lucentezza e perfezione delle auto pubblicizzate in televisione con tutto quello sfasciume chilometrico di metallo parcheggiato lungo le strade. Torino era un ammasso di auto polverose, vetri rotti, gomme a terra, ruggine, grigiore, liti, ingorghi. In autunno le montagne di foglie ammassate nei viali e gli alberi spogli, che un tempo erano per lui poesia, ora erano solo tristezza e depressione e le sigarette fumate arrivarono a cinquanta al giorno.
Poi vennero le leggi di Murphy sull’infernalità dei computer. Quando il suo PC si bloccò con uno scoppio e tutti i dati che aveva inserito (centinaia di ore di lavoro) furono perduti, rimase per molti giorni senza parlare, tanta era la costernazione e l’abbattimento morale e il senso di straccitudine che lo accasciava. E quando vide in televisione le noci, provò un tale nodo alla gola che quasi lacrimava. Le sue noci!
Da anni nei suoi spettacoli di poesia usava noci che contenevano una poesia haiku.
E aveva costruito delle ciotole di terracotta raku che contenevano una noce, e dentro la noce aveva inserito i suoi haiku. E le vendeva nei mercatini. E diceva alla gente: non aprite la noce, vi prego, non apritela per soddisfare un banale bisogno di curiosità, ma aspettate un momento significativo, bello o brutto non importa, ma significativo. Solo allora aprite la noce: l’haiku che troverete acquisterà un significato che avrà relazione con il momento che state vivendo. E riuscirete a comprenderlo se sarete davvero in ascolto; è un “sentiero di medicina” è una cosa indiana, una cosa rossa rossa, un pensiero Sha Sha. Aspettate ad aprire la noce. Aspettate un momento importante.
C’era poesia in quell’oggetto che la gente acquistava al suo banchetto. Si era instaurata una profonda comunicazione con le persone che si allontanavano con il pacchettino in mano: una piccola ciotola di argilla e una noce con dentro un haiku da leggere un giorno, anche fra molti anni, rompendo la noce.
Ecco, quando vide in televisione il conduttore di un programma di cui non ricordava nemmeno più il nome, né del programma, né del conduttore, quando vide che agli ospiti veniva offerta una noce con dentro un pensiero e l’ospite apriva la noce e leggeva il pensiero. Gli avevano copiato la noce! Non riusciva a crederci. Qualcuno aveva potuto concepire l’idea di portare la sua noce in televisione! Trovò talmente povero e misero quel quadrato acceso di 21 pollici, e talmente spudorato il conduttore, e la noce talmente svuotata di ogni senso, ridotta a consumo, a semplice e asettico espediente, a curiosità, talmente banalizzata la poesia della sua noce che sentì… un rossore, una sorta di vergogna per l’umanità televisiva che svuotava e riduceva a nullità ogni cosa che toccava. Provò un vago senso di vergogna quella sera.

Da qualche anno l’inverno lo infastidiva. La nebbia e la neve lo infastidivano.
Nelle scuole dove insegnava non c’era un’aula dove i bambini fossero avvolti dal silenzio. Frastuono di auto dalle finestre, clacson, lavori in corso e martelli pneumatici, grida di bambini che giocavano negli intervalli. Bambini distratti fin dal mese di novembre dalle luci di Natale e dai regali. Il tempo della quiete e della riflessione scomparso dal mondo. Perfino le colonne sonore dei film in televisione venivano spezzate dopo le prime note. Tutto complottava per ridurre uomini e donne e bambini a frammenti di vetro. La gente era sempre uguale. Misera, troppo misera. Misera e prevedibile. Dilagava nel mondo dell’arte, della poesia, del teatro, dell’arte di strada l’abitudine a essere sponsorizzati dalle istituzioni. Andrei aveva sempre pensato che la poesia, per sua profonda natura e definizione, non può stare culo e camicia con il potere e l’istituzione. Ma l’istituzione si era infilata ovunque, gestendo il tempo libero, comparendo con i suoi sigilli di sponsor in ogni iniziativa. Il libero incontrarsi della gente stava scomparendo. La Chiesa da tempo governava la nascita, la morte, il matrimonio, la sessualità, i rituali importanti dell’esistenza.
Ogni tanto un incontro con persone di grande levatura. Troppo pochi quegli incontri per togliergli la disillusione e quel senso di tristezza.
Allora capì perché non riusciva a smettere di fumare, perché una sigaretta dietro l’altra. La risposta non apparteneva alle risposte e ai perché dei salotti e dei convivi. Capì che voleva essere lui a decidere come morire. Non per casualità in un incidente, non per un cancro che lo coglieva all’improvviso, non in una guerra che altri decidevano per lui, non in una lite per caso a un semaforo. Voleva sottrarsi volontariamente a quelle leggi mortificanti, a quella idiozia galoppante, a quel clangore di fumo e veli e oppio che gli riversavano addosso. Ma per propria mano, per propria scelta, piano piano silenziosamente raccontando a se stesso quanto egli fosse divenuto un corpo estraneo in questa umanità così piccola e misera e miserevole.
Con un sorriso lanciò due accendini azzurri nel cesto di vimini.
Ancora un paio di accendini, un paio di accendini di un colore qualsiasi e la montagna di accendini si sarebbe riversata sul pavimento.
Con un solo sbuffo fece uscire dalla bocca un trenino di cerchiolini di fumo.



 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:21 )
 

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