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Osvaldo Gaiotto - nella coltre di nebbia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 08:21

 

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NELLA COLTRE DI NEBBIA

di Osvaldo Gaiotto
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 13 novembre 2005




Eravamo partiti a notte fonda. La giornata secondo i meteorologi sarebbe stata stupenda, ma a noi non importava un granché. Dieci ragazzi, dieci ragazze, tra loro alcuni trans e gay. Camminammo veloci e senza sosta tutta la notte, senza incontrare ombra strusciante. Il luogo, montagnoso e aspro, era deserto. Attraversammo passi, lontani da occhi umani.
Ci fermammo soltanto quando il sole era a mezzogiorno per assorbirne il calore. Gli occhi erano chiusi, per accogliere meglio quelle calde radiazioni, cercando di diffonderle lentamente alla fronte alla bocca, alla gola, all’addome e poi giù giù fino alle piante dei piedi, intirizziti per la lunga camminata a piedi scalzi. I nostri corpi nudi cercavano questo tepore, ci sedemmo in cerchio, prendendoci per mano. Il calore circolava tra di noi facendoci sentire un unico corpo. Nessuno fiatava. Questa era una delle poche regole che ci eravamo dati: il silenzio; l’altra di non guardarci mai negli occhi; ci bastava il profumo degli altri, il fremito della pelle…
Attorno anche la natura rispettava questo silenzio. Il vento assente, neanche un sibilo! La mancanza assoluta di vegetazione non ospitava il popolo degli uccelli, ma l’aria frizzante delle alture faceva vibrare, seppur tacitamente, le nostre membra. Gli ipermercati erano ormai lontani e dimenticati; non eravamo su un’isola, non stavamo sognando…
Le città lontane non le avremmo viste neanche se avessimo avuto l’occhio dell’aquila che volteggiava su di noi.
La nudità non era esibita e non ci procurava alcun fastidio. Eravamo come in una sorta di intimità, senza colori che ci distinguessero, senza povertà o ricchezza. Avevamo noi stessi accuratamente rasato i nostri corpi e successivamente li avevamo profumati con unguenti preziosi. Anche i capelli erano stati rasati.
Riprendemmo a camminare. Lo stretto sentiero che conduceva a valle ci fece mettere in fila, attenti a non far scivolare i piedi scalzi sulle rocce bagnate da qualche rivolo d’acqua dei ghiacciai in disgelo.
Alcuni di noi soffrivano visibilmente nel loro incedere sui ciottoli aguzzi, ma l’empatia degli altri, totale e profonda, stemperava il dolore nel gruppo che avanzava in un fragile silenzio.
Nessun suono proveniva dalla natura anch’essa zittita. Noi soli in cammino. Si percepiva il palpitare degli uomini, il respiro più affannoso e rarefatto delle donne, unica violenza al profondo sipario tra noi e il mondo in pace.
Si procedeva a testa china, rispettando l’intimità degli altri. Percepivamo l’essere, non l’uomo, non la donna, non gli schemi finalmente infranti, non le frontiere al fine annullate, non i nostri nomi, non le nostre professioni, né la nostra provenienza. Passato e futuro erano il nostro presente.
La scoscesa discesa s’interruppe per proiettarci in un’immensa distesa verde smeraldo. Il tappeto erboso era morbido e fine, molto simile al muschio: niente di meglio per i nostri piedi tormentati.
Prendemmo a volteggiare, a roteare a 360 gradi; nient’altro appariva che questa pianura erbosa. Le montagne da cui eravamo smontati, sparite, dissolte dietro una lievissima cortina di nebbia, poi il sole e infine un’immensità di muschio. Il sole poteva darci qualche direzione, ma non cercavamo dove andare, né un luogo da incontrare né c’importava chi eravamo. Esserci e basta!
Ci sedemmo in cerchio, schiena contro schiena, le gambe raccolte e la testa chinata sulle gambe. C’era voglia di coglierci intimamente, di comunicare la gioia di essere.
Restammo lì, in silenzio, a sentire: “vibrazioni, scosse, tremiti, emozioni, intimità nascoste svelate, paure, desideri…”, senza muover un muscolo, accarezzati dal sole, a volte velato da nuvole passeggere, restammo lì fino a pomeriggio inoltrato. I nostri corpi si sfioravano appena, quando riprendemmo a scendere. Il manto soffice del muschio rendeva ancor più irreale il nostro incedere lento. Lievemente sudati, con le dita delle mani, degli uni e degli altri, così vicine da sentirne il calore, formavamo una catena lunga e incerta, senza sapere chi fosse colui al quale prestavamo la mano o colei dalla quale ricevevamo la stretta. Ogni tanto l’ordine di marcia cambiava, chi guidava il gruppo si ritrovava in coda. Talvolta ci si fermava ad ascoltare noi stessi, come statue in un giardino incantato. Camminando percepivamo le sensazioni in continuo mutamento sui nostri corpi, prima caldi poi freddi, per il sopravvenire della sera. Non più gocce di sudore che improvvise si staccavano e come una sciabolata creavano un brivido lungo la schiena, ma il pizzicore della pelle stimolata dalla prima brezza serale.
Aumentammo perciò il ritmo, non per arrivare, non dovevamo arrivare, ma per scaldarci e vincere il fresco incombente.
Improvvisamente l’ampia radura verde che stavamo percorrendo cambio colore e consistenza: una distesa lattiginosa come nuvole al suolo.
Il passo ci mancò appena penetrammo questa bianca landa vaporosa. Il terreno cedette sotto i nostri piedi, il viottolo prese a scendere. Ci ritrovammo presto come se il nostro corpo fosse stato tagliato a metà. Ci si poteva osservare solo dalla cintola in su, mentre gli arti inferiori sfumavano nella nebbia. Così di schiena, visibili solo dalla vita in su, appariva davvero del tutto improbabile attribuirci un sesso qualunque. Avresti potuto abbracciare chiunque di noi certo di null’altro che del suo essere. E poi ancora scendemmo, molto molto lentamente. Scomparvero nella nebbia anche le spalle per rimanere soltanto i volti senza corpo a essere percepibili in questa sottile bambagia.
Qual era il senso di tutto questo?
Esseri senza corpo o esseri senza testa? Esseri che scomparivano a poco a poco per riapparire, forse di lì a breve, in un altro mondo.
Violare questo diaframma o non violarlo divenne il nostro dilemma, ma il sentire comune, avvertito come una scossa che attraversò le mani di tutti, ci convinse ad andare oltre nonostante il passo alquanto incerto per la stanchezza delle 48 ore di marcia.
La nebbia ci trovò persi in questa depressione nella quale stavano lentamente, timorosamente, scendendo. Per qualche centinaio di metri di discesa ancora, la nebbia continuò ad avvolgerci completamente lasciandoci sentire solamente i profumi della natura, gli odori dei compagni, le mani fredde o calde del proprio vicino, il fondo ruvido che stavamo calpestando.
Quando l’aria tornò tersa, capimmo di essere in un cratere vulcanico, ormai quasi spento.
La coltre di nebbia che avevamo attraversato con timore ora ci isolava dalla luna e dalle stelle che dovevano essere ormai sorte da tempo.
Questo sottile ma impermeabile diaframma ci rassicurò. Perciò ci inoltrammo decisi verso la fioca luce rossa che si scorgeva al fondo del cratere. Camminammo per un tempo indefinito, forse qualche ora, forse eoni, guidati dalla fiamma, in punta di piedi, come a voler rispettare quel terreno, mai calpestato prima.
Gli odori delle muffe, il colore delle pietre lucide e nere, le loro angolosità e asperità, ci accompagnarono fino a raggiungere quel braciere rimasto di un antico vulcano.
Formammo un cerchio intorno al fuoco, doveva essere la mezzanotte, dio solo sa di quale giorno.
Il dolce tepore del fuoco, il lungo procedere, le esasperate sensazioni fecero sì che la stanchezza ci vincesse.
Ci assopimmo così, in cerchio, appoggiati, con il corpo reclinato, gli uni alle altre, accarezzandoci dolcemente a occhi chiusi, sognanti… il silenzio rotto soltanto dalle faville del fuoco.
Eravamo soli, esseri sperduti, ma non perduti, in un cratere, protetti da un esile velo di nebbia.

Il sorgere del sole, al mattino, tentò di squarciare quello strato di panna che ci sovrastava.
Ci svegliammo.
Per la prima volta, ci guardammo negli occhi.
Sorridemmo, sorridemmo a lungo finché, nel guardarci, scomparve del tutto in ognuno di noi quella naturale paura, ritrosia, a osservare e a essere osservati, finché quel sottile diaframma che ci separa dall’altro, si dissolse come la nebbia che ci separava dal sole.

Sentimmo nell’aria un ritmo di sirtaki.
I nostri corpi, abbagliati, apparivano trasformati, irriconoscibili.
Danzammo, danzammo, danzammo fino all’ultimo dei nostri respiri, fino all’ultima delle nostre faville.



 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:21 )
 

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