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Lucia Gaiotto - ricordi in soffitta PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 08:09

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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RICORDI IN SOFFITTA

di Lucia Gaiotto
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 13 novembre 2005




Salgo le scale di legno con passo leggero, ma teso. Rivedere la mia casa dopo tanti anni mi fa sentire piccola e vulnerabile.
La polvere, che negli anni si è adagiata con noncuranza sui gradini, ora attutisce i rumori e si alza in bizzarre nuvole fumose.
Sono passati più di quarant’anni da quando correvo su per queste scale, che allora erano linde e odoravano di mogano.
Quarant’anni trascorsi nella velocità di un battito d’ali.
Allora arrivavo alla soffitta così in fretta che non mi accorgevo assolutamente dei piccoli dettagli, delle venature del legno, delle crepe che sono ormai diventate fratture simili a quelle della crosta terrestre.
Ora, con la calma e forzata lentezza dei miei sessant’anni, posso godere di ogni più piccolo particolare, posso osservare queste scale profumate di abbandono con un’attenzione mai usata prima.
Eccomi. Arrivata alla porta, frugo nella mia borsa in pelle piuttosto logora, in cerca della chiave. Trovata! La giro nella toppa ed entro in soffitta.
Per un breve istante i miei capelli d’argento tornano a essere pieni di luce ramata, la pelle di ruvida tela diventa seta liscia e morbida, il mio cuore ritorna forte, battagliero, indomito e un po’ incosciente, sempre superiore a ogni regola.
Mi guardo attorno.
Pallidi raggi di sole sbucando dal lucernaio, colpiscono tende e teloni e fanno sembrare i consueti movimenti della polvere una danza sospesa, elegante. Avanzo di qualche passo e scosto un lenzuolo indaco, per scoprire ciò che è rimasto nascosto per tanto tempo. Un’arpa. E non un’arpa qualsiasi.
Era la mattina di Natale, quando la vidi per la prima volta. Io ero appena diciottenne. Come spesso succede a dicembre, l’aria era frizzante, pacifica e silenziosa.
Trovai il regalo accanto al caminetto. L’oro della vernice brillava, accarezzato dai riverberi scarlatti del fuoco, portando una nuova luce dentro di me.
Non ci fu bisogno di parole e di ringraziamenti. I miei genitori lessero tutta la gioia che provavo direttamente nell’azzurro dei miei occhi.
Poche settimane dopo imparavo a creare note di cristallo con un giovane maestro, pieno di passione per le poesie e la musica, dalle mani gentili e dai sorrisi rari e sinceri.
M’innamorai subito dell’arpa, del suo suono. E m’innamorai subito di Nicolas.
Ora osservo questo magico strumento, ancora pieno di elegante dignità. L’oro è un po’ scrostato: il tempo non è clemente per nessuno, neanche per un’arpa. La copro nuovamente e mi trovo a osservare un tavolo lì vicino, in procinto di sgretolarsi grazie al lavorio paziente dei tarli.
Sul tavolo, un libro che odora di acido per essere stato chiuso troppo a lungo. Mentre lo sfoglio, qualcosa scivola dalle pagine ingiallite e cade a terra, senza alcun rumore. Un fiordaliso. Un fiordaliso ormai privo del suo blu profondo, ma pur sempre un fiordaliso.
Rivedo nella mia mente quel pomeriggio estivo, quando tra grano e fiori, respirando il calore dell’aria, Nicolas e io ci svelammo il nostro amore senza l’aiuto delle parole, solo con gli sguardi. Sorrido tra me e me, in questa soffitta semibuia, ripensando ai miei vent’anni.
Poi li noto. Nascosti, sparsi a terra, sotto al letto. Mi chino a fatica, appoggiandomi alla fredda testiera in ferro battuto. Raccolgo fogli scritti a mano, con una scrittura che non mi appartiene più. Fogli scritti in una notte terribile, dopo la fatidica decisione.
Nicolas voleva cercare fortuna in qualche paese lontano dalle nostre campagne francesi, voleva fuggire da ciò che provava per me perché non era più certo di niente, perché aveva paura di ciò che avrebbe detto la gente se mi avesse sposato. Io, bella e colta ragazza di nobili origini; lui, povero musicista senza radici. Quando Nicolas mi spiegò i suoi progetti e le sue decisioni sentii un dolore sordo, nascosto nel mio cuore.
Le pagine che sto guardando sono ancora piene di tutta la rabbia e l’angoscia di quella notte orribile.
“Celine! Dove sei finita? Dobbiamo andare…”. La voce forte, così familiare, mi riporta alla realtà di soprassalto. “Arrivo”, rispondo.
Do un’ultima occhiata alla soffitta, chiudo la porta e scendo le scale della mia vecchia casa, che tra breve metterò in vendita.
Esco da casa con mio marito, che mi ha pazientemente aspettato mentre mi perdevo tra i ricordi. Lo guardo e scorgo uno dei suoi rari e sinceri sorrisi. Benedico in cuor mio il momento in cui non ha dato importanza ai pregiudizi della gente, il momento in cui ha deciso di non partire, il momento in cui ha scelto seguendo il suo cuore.



 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:22 )
 

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