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Enzo Pesante - egomorfosi PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 08:01

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

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Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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EGOMORFOSI

di Enzo Pesante
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 13 novembre 2005




Fu una mattina d’autunno.
Era il 3 ottobre di tre anni fa, un mercoledì, mercoledì 3 ottobre: S. Gerardo abate.
Io credo ai segni.
Quel mattino il centrino sul tavolo era arricciato e spiegazzato. Mi guardava. Soffriva. Sono cose che rimangono impresse.
Erano passati tre minuti dall’ultimo rintocco delle sei (antimeridiane). Io li conto sempre i rintocchi, tutte le notti. Non posso permettere che il tempo mi sfugga. Almeno finché non avrò finito il mio lavoro.
C’era una nebbia fitta quella mattina, ma a me non dava fastidio. Anzi, mi permetteva di concentrarmi meglio. Allora ero molto riflessivo. È importante capire. La gente non sa quanto è importante.
Così abbassai l’avvolgibile per impedire all’alba di guastare tutto. Ma da quelle fessure bastarde filtravano barlumi di luce. Certamente da lì penetrava anche l’aria, si insinuavano microrganismi, particelle di polvere, batteri, bacilli, cocchi, l’invisibile che ti può soffocare.
Io non ammetto il male. Sono un artista. Mi occupo della vita. Totalmente.
Chiusi anche le ante di legno e poi tirai le tende e quindi i tendoni.
Amo il buio, perché nel buio si apprezza di più la bellezza del silenzio e amo il silenzio, perché nel silenzio il buio è perfetto. Buio e silenzio che scopano: niente altro.
Per questo mi odio. Perché la mia mente che assiste al coito nero ronza e riluce. Sporca la perfezione, degrada la purezza del nulla.
Semplicemente, io non dovrei esserci. Dovrebbe esistere solo l’arte senza l’artista, l’opera senza il creatore, l’universo senza dio, la vita senza i viventi.
Io odio i viventi. Si muovono. Annaspano.
Per questo sto solo. Non vedo nessuno, non conosco nessuno, non ho vicini: né a destra, né a sinistra; né sopra, né sotto. Non sopporto di essere guardato, controllato, spiato.
Eppure, quella mattina ebbi la netta sensazione di essere osservato.
Aspettai fino alle ore sette e tre minuti. Immobile, all’erta. Sentivo una presenza avvolgermi, vibrare sulla pelle. Ogni quarto d’ora avevo ruotato il mio corpo di novanta gradi. La simmetria e la logica inflessibile del mio operare comunica ordine e pulizia.
Esattamente alle ore sette e tre minuti io aprii il tendone; alle ore sette e cinque minuti la tenda; alle ore sette e sette minuti le ante; infine, alle ore sette e nove minuti l’avvolgibile.
Nessuno.
Solo uno specchio e il me maledetto a osservarmi osservare.
Assassinarmi fu istintivo.
Nei frammenti dello specchio sparsi per terra, irridenti spezzoni d’immagini di me: un naso, mezza bocca, un quarto di idea, mezzo ricordo, un’illusione, uno scarno residuo di sentimento…
Da allora, da quel maledetto mercoledì nebbioso, da quel 3 ottobre di tre anni fa, da quel funesto S. Gerardo abate, tento invano di ricomporre il mio io spezzato. È per questo che perennemente torno a quel dannato giorno. Sempre. A ogni sorgere del sole, ogni ora, ogni momento.
Per capire l’ordine degli ingranaggi, la circolarità degli eventi. Per trovare il punto dove inserire la leva capace di interrompere la sequenza infame che mi ha frantumato…

Fu una mattina d’autunno.
Era il 3 ottobre di tre anni fa, un mercoledì, mercoledì 3 ottobre: S. Gerardo abate.
Io credo ai segni.
Quel mattino il centrino sul tavolo era arricciato e spiegazzato. Mi guardava. Soffriva. Sono cose che rimangono impresse.
Erano passati tre minuti dall’ultimo rintocco delle sei (antimeridiane). Io li conto sempre i rintocchi, tutte le notti. Non posso permettere che il tempo mi sfugga. Almeno finché non avrò finito il mio lavoro.
C’era una nebbia fitta quella mattina, ma a me non dava fastidio. Anzi, mi permetteva di concentrarmi meglio. Allora ero molto riflessivo. È importante capire. La gente non sa quanto è importante.
Così abbassai l’avvolgibile per impedire all’alba di guastare tutto. Ma da quelle fessure bastarde filtravano barlumi di luce. Certamente da lì penetrava anche l’aria, si insinuavano microrganismi, particelle di polvere, batteri, bacilli, cocchi, l’invisibile che ti può soffocare.
Io non ammetto il male. Sono un artista. Mi occupo della vita. Totalmente.
Chiusi anche le ante di legno e poi tirai le tende e quindi i tendoni.
Amo il buio, perché nel buio si apprezza di più la bellezza del silenzio e amo il silenzio, perché nel silenzio il buio è perfetto. Buio e silenzio che scopano: niente altro.
Per questo mi odio. Perché la mia mente che assiste al coito nero ronza e riluce. Sporca la perfezione, degrada la purezza del nulla.
Semplicemente, io non dovrei esserci. Dovrebbe esistere solo l’arte senza l’artista, l’opera senza il creatore, l’universo senza dio, la vita senza i viventi.
Io odio i viventi. Si muovono. Annaspano.
Per questo sto solo. Non vedo nessuno, non conosco nessuno, non ho vicini: né a destra, né a sinistra; né sopra, né sotto. Non sopporto di essere guardato, controllato, spiato.
Eppure, quella mattina ebbi la netta sensazione di essere osservato.
Aspettai fino alle ore sette e tre minuti. Immobile, all’erta. Sentivo una presenza avvolgermi, vibrare sulla pelle. Ogni quarto d’ora avevo ruotato il mio corpo di novanta gradi. La simmetria e la logica inflessibile del mio operare comunica ordine e pulizia.
Esattamente alle ore sette e tre minuti io aprii il tendone; alle ore sette e cinque minuti la tenda; alle ore sette e sette minuti le ante; infine, alle ore sette e nove minuti l’avvolgibile.
Nessuno.
Solo uno specchio e il me maledetto a osservarmi osservare.
Assassinarmi fu istintivo.
Nei frammenti dello specchio sparsi per terra, irridenti spezzoni d’immagini di me: un naso, mezza bocca, un quarto di idea, mezzo ricordo, un’illusione, uno scarno residuo di sentimento…
Da allora, da quel maledetto mercoledì nebbioso, da quel 3 ottobre di tre anni fa, da quel funesto S. Gerardo abate, tento invano di ricomporre il mio io spezzato. È per questo che perennemente torno a quel dannato giorno. Sempre. A ogni sorgere del sole, ogni ora, ogni momento.
Per capire l’ordine degli ingranaggi, la circolarità degli eventi. Per trovare il punto dove inserire la leva capace di interrompere la sequenza infame che mi ha frantumato…



 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:23 )
 

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