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Dario Robaldo - la nebbia ci trovò persi in... PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 07:37

 

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LA NEBBIA CI TROVÒ PERSI IN…

di Dario Robaldo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 13 novembre 2005




Io, da qualche tempo, sto scoprendo un mondo che non conoscevo, prima.
Io, da qualche tempo, ho lo sguardo aperto su un nuovo orizzonte.
Prima la mia esistenza era banale, prima.
Adesso… anche, ma sto provando a imparare qualcosa da questo mondo nuovo che ho scoperto. Un mondo che era lì da tanto, ma che avevo abbandonato anni fa e che ora ho ritrovato e con fatica. Adesso gli prendo le misure.
Dall’oggi al domani nella mia vita si sono aperti degli spazi che prima non c’erano. Dispongo, ora, di tempo vuoto e non è facile dominarlo, questo tempo, se non sei allenato e se per tanti anni hai vissuto solo di tempo stipato, compresso.
Allora, i primi periodi che tornavo a casa e non sentivo più rumori, perché non c’era nessuno in casa, per questo non sentivo rumori, mi trovavo spiazzato e non sapevo cosa fare di quel silenzioso tempo. Poi, quando tornavo nella mia silente casa senza sapere cosa fare, ho cominciato a contare le piastrelle della cucina, del bagno e per qualche mese sono stato impegnatissimo a cercare di capire quante fossero, perché, sembra facile contare, ma non tutte sono visibili e contabili che i pensili e i mobili ne nascondono una quantità che non si sa di preciso quante ce ne siano lì dietro. Dopo, mi sono stufato di questi complicati calcoli statistici che ti lasciano nell’incertezza: ho smesso e adesso non le conto quasi mai, le piastrelle del bagno e della cucina.
Ho passato terribili mesi matematici, mi sembra.

C’è una mia amica che lei è un’esperta del tempo vuoto e mi vuole insegnare come si fa a maneggiare questo tempo. Solo, io non sono bravo a imparare e nella mia amica credo di leggere, ogni tanto, dei momenti di scoramento come quelli che hanno gli insegnanti nei confronti degli alunni che sembra non ne vogliano proprio sapere di imparare. A me dispiace sentire qualcosa in me che si oppone all’apprendimento, ma non è facile apprendere, a una certa età, cose nuove così complicate.
Che poi non è che siano cose del tutto nuove per me. Ricordo che fino ai diciotto anni, ma anche dopo, io mi destreggiavo bene a trovare qualcosa da fare con gli amici nelle frequenti serate vuote. Eravamo, all’epoca, dei professionisti in quel campo. Alla peggio, se proprio non si riusciva a trovare un modo sensato di impegnare una serata, alla fine succedeva sempre che dal baule di una macchina usciva un pallone e alla luce dei lampioni per qualche ora il problema era, con molta soddisfazione, risolto.
Il mio problema è che non ho dato continuità a quell’attività tutta tesa a trovare un modo per far passare il tempo e adesso faccio fatica a organizzarmi e nel baule della macchina il pallone non lo metto più.

La mia amica che tenta di farmi recuperare il tempo che io ho dilapidato a fare altro, forse non comprende bene quali sono le mie difficoltà e a volte perde un po’ la pazienza. So di provocarle qualche delusione anche piuttosto difficile da gestire e mi dispiace.
Mi telefona. “Cosa facciamo? Come stai? Cosa hai fatto ieri sera? A che ora ci vediamo? Vieni tu da me o passo io?”. Senti, amica, non lo so cosa possiamo fare che non ho comprato il giornale oggi e non so cosa succederà in questa città, ma non aspettarti altre risposte oltre a questa, perché non mi ricordo più tutte le altre domande che mi hai fatto. “Allora possiamo andare alla mostra che io ho le tessere dei musei e se non controllano i documenti entri gratis se invece li controllano devi pagare. Vieni tu da me, verso le tre, tre e un quarto così vediamo la mostra e alle sette possiamo andare in un locale che ho un gancio con delle persone e poi io alle dieci vedo un mio amico.
Va bene?
Si?
Allora alle tre, mi raccomando”.
Questa mia amica, lei è sempre così velocissima e secondo me questa cosa è una parte del nostro problema: l’altra è che io sono lentissimo e quando mi telefona io non ho ancora compreso bene la prima possibile proposta che lei ha già organizzato altri tre incontri da fare in giornata e pianificato almeno una gita per la settimana successiva.

Comunque alle tre sono da lei e ho compreso con una certa sicurezza che andiamo a visitare una mostra e io son tutto contento che vado a vedere una mostra con questa mia amica solo non sapevo che era una mostra fotografica e che l’autore aveva una visione molto più aperta della mia e quella mostra era una galleria di ritratti di uomini nudi e a volte eccitati. In quell’occasione però, a parte il disorientamento iniziale, sono stato veloce a recuperare e a sintonizzarmi con le impressioni che l’autore di quelle foto voleva comunicare con tutti quei corpi maschili. Sì, perché appena entrato no, ma prima di terminare la visita… oh, a me quegli uomini cominciavano a piacermi in modo preoccupante e parlando con lei ho pure tentato di teorizzare circa i desideri che le parti anatomiche più frequentemente evidenziate dalle foto inducevano nello spettatore anche quando tale spettatore era di sesso maschile... Devo aver abbondantemente esagerato con le argomentazioni a favore della mia improvvisata tesi perché la mia amica, mentre sostenevo tali idee, mi guardava con uno sguardo molto interrogativo e, mi è sembrato, improvvisamente un po’ triste.
Poi siamo usciti dalla mostra che erano quasi le sette, e io stavo bene: ero tranquillo, sentivo tutto un formicolare di emozioni belle e commettevo l’errore di lasciarle vivere tranquillamente, mentre la mia amica era già tutta orientata all’appuntamento successivo, cui mancava una manciata di miseri minuti e non era il caso di lasciarsi corrompere dalle emozioni della mostra che le emozioni si sa che sono cose lente da considerare e in quel mondo lì, mi sembra d’aver capito, le cose lente non sono viste molto bene.
Quindi siamo andati al luogo convenuto per l’appuntamento, ma poi, proprio nei pressi del locale, io mi sono tirato indietro: per quel successivo passo non mi sentivo ancora pronto: si vede che dovevo applicarmi con più decisione e cercare di capire bene gli insegnamenti della mia maestra.
È un modo troppo complesso, quello. Allora la mia amica mi ha salutato non prima di aver preso rapido contatto con dei conoscenti e organizzato, invitandomi, una gita in montagna per il giorno dopo, alle nove del mattino. “Allo svincolo autostradale di Almese. Nel parcheggio che c’è lì a destra. Ci vediamo lì, così ottimizziamo l’utilizzo delle auto. Va bene? Si? Allora a domani”.
Mi sentivo sollevato a quella proposta, perché sento d’esser più adeguato per una gita in montagna rispetto alla frequentazione di quel locale lì dove sarei dovuto entrare e che invece poi all’ultimo mi son tirato indietro. Quello che non capivo e che mi incuriosiva sapere, era capire che tipo di gente frequenta, la mia amica, perché per me quella che frequenta quel locale lì, locale che io poi non ci sono entrato, difficile, pensavo, immaginarla il giorno dopo sudare in un sentiero su in montagna. In effetti, la mia amica mi spiega, lei frequenta gruppi di persone diverse: per andare in montagna ha un gruppo, per quel locale lì un altro, un altro per andare a teatro e così via. Ah… capito adesso! Per assaporare quel mondo che sto scoprendo bisogna avere contatti con dei gruppi diversi a seconda di quello che ti va di fare: solo, mi sembra un gran casino questa storia dei gruppi diversi, mi sembra che non sta nelle mie corde questa interscambiabilità dei gruppi.

Poi, il giorno dopo non sono andato in montagna, avevo paura, al ritorno, d’esser portato di peso in uno di quei locali lì a consumare un aperitivo e allora non ci sono andato.
Questo mondo che sto scoprendo basa le sue fondamenta sulla cerimonia dell’aperitivo e se comprenderò questo, io credo, troverò anche io il mio posto.
Funziona che ci si trova in un locale dove tutti fanno finta di andarci per perdere un po’ di tempo prima di fare un’altra cosa, si consuma una bevanda e si mangia tutto quello che capita a tiro in modo da risolvere il problema della cena e mentre si sta lì nel tentativo di mangiare il più possibile si tenta anche di darsi un contegno e ci si atteggia e si discute come si fosse a una colazione di lavoro tra ministri europei. A me questa cosa che vai in quei luoghi a far finta d’esserci arrivato per caso e magari fingi anche che non avresti voglia d’esser lì e mentre metti in scena questo dramma ti rimpinzi più che puoi, a me questa cosa non piace e credo che questo mio limite, unito alla difficoltà dei gruppi interscambiabili, mi impedirà di introdurmi a pieno titolo in quel mondo.

Una sera tornavo a casa, ero in macchina, la mia amica mi chiama dicendo che era a casa di un suo conoscente con altre persone, non molte - questo lei lo diceva perché sa che troppe persone sconosciute mi mettono a disagio - e se mi andava di passare potevo unirmi che loro mangiavano una pizza e poi avrebbero guardato un film molto divertente. Sono stato tentato di rinunciare, ma poi ho accettato perché non volevo deludere questa mia amica che per me si vedeva che stava facendo, per aiutarmi, sforzi anche considerevoli.
Sono andato.
Ho conosciuto questi suoi amici e ho compreso quanta strada devo ancora fare per entrare, se mai ci riuscirò, nel mondo dei single. Perché io che sono datato se vado a cena in una casa altrui dove convergono degli amici, è sottointeso che è per il piacere di stare in compagnia, per condividere qualche ora e che riserverò loro, per quella sera, tutto il tempo e tutto me stesso. Lì sta l’errore in questo millennio appena incominciato: questo mio pensare fa parte del mondo che è stato, ma io, stupido che sono, ancora vivevo con la convinzione fosse valido. Prima andava bene, oggi no, oggi è diverso: oggi vai a cena da qualcuno e mentre sei lì, mano al cellulare, ti organizzi la restante serata rimasta quando uscirai da quella casa lì!
Dopo la pizza ci siamo seduti sul divano, tutti e sette in fila compatta che sembravamo un picchetto d’onore e abbiamo visto un film tristissimo, a parte la colonna sonora che la mia amica diceva essere bellissima e forse lo era davvero, ma non c’è stato il tempo di gustarla perché è durata solo il tempo dei titoli di testa. Quella pellicola, genocidio in Ruanda, sospetto fosse funzionale a far terminare la serata in quella casa non appena sul televisore fosse apparsa la parola fine… a quel punto, infatti, eravamo tutti troppo tristi per restare un attimo di più in quella casa divenuta ormai luogo di acuta sofferenza tanto che, indossate le giacche, i saluti sono stati fulminei e, escluso me che son tornato a casa con quelle immagini che mi scavavano lo stomaco, gli altri sono partiti per gli appuntamenti organizzati con il cellulare durante la cena.

Parlavo con Valeria, una mia amica Valeria, diversa da quell’altra amica, che Valeria lei è come me, fuori tempo però da poco, prima era single. Parlavo con Valeria di questa mia amica e di questo nuovo mondo che stavo conoscendo che a me sembrava essere un mondo in fuga, abitato da fuggitivi. Valeria a sentire questi miei pensieri mi ha guardato perplessa che si vede che lei, anche se adesso vive come vivo io, lei è più adeguata a quello stile di vita e forse si sente ancora vicino a quel mondo lì, non so. Lei mi diceva che forse esageravo a pensare così e che secondo lei siamo tutti un po’ in fuga, e che poi, suvvia, sosteneva, tutti abbiamo vissuto in quel modo lì.
A sentire quelle parole non ho potuto evitare di ripensare con rammarico al pallone che non ho più nel baule e che quasi quasi ne compro uno adesso, e allora le ho detto che è vero che più o meno tutti abbiamo vissuto così, ma avevamo vent’anni in meno e che forse dopo venti anni continuare ad agire con quelle modalità era sintomo di un vuoto grande che loro si ostinano a non voler considerare e allora si muovono e si organizzano impegni multipli per non fermarsi a osservare lo stato in cui si trovano.
Valeria, forse per terminare un discorso che stava minando le sue stesse convinzioni mi si poneva davanti, mi guardava seria negli occhi con uno sguardo tenero, ma allo stesso tempo assai determinato, insindacabile e mi diceva: “Secondo me, scusa se te lo dico così, secondo me anche tu stai scappando”. Io ho compreso immediatamente che quelle incontrovertibili parole non erano per niente riferite al mondo dei single e che invece erano da intendersi riferite a… a quel punto con Valeria ho cambiato discorso più in fretta che potevo.

Ho capito che non potrò mai trovare una mia dimensione nel mondo dei single: non ho il fisico per farne parte senza soffrire e benché in qualche misura mi senta attratto, sono consapevole del fatto che per me resterà irraggiungibile. Aver però provato a conoscere quel mondo mi ha scombinato l’esistenza. Prima ero fermamente convinto di vivere nel migliore dei modi possibili per me, ora mi sento insicuro, un poco sperso, spaesato. È come aver perduto la cognizione del tempo e dello spazio, ma tornare indietro non voglio e non posso, ma mi dispiace sentire di non poter arrivarci a quel mondo: anche per la mia amica che mi ha seguito e ci ha messo infinita pazienza nel seguirmi che non capisco dove l’abbia trovata, la pazienza, perché non mi sembra una persona particolarmente dotata in tal senso, anche per la mia amica, dicevo, mi dispiace. Io non capivo perché si impegnava tanto in questo suo sforzo, ma poi forse una pallida idea mi è venuta e mi ha fatto piacere e anche un po’ paura, questa idea, e allora è meglio non star lì a indagare tanto.
È che non so cosa sia bene fare con questa mia amica: a volte, in questo nebbioso mese di novembre, quando sto con lei mi pare che ci siamo perduti tra i vapori sospesi e non so chiarire se a confondermi di più sia la nebbia che sta fuori o quella che avverto dentro quando siamo vicini… però, devo dire, si sta un gran bene persi e spaesati in questa nebbia che c’è ovunque a novembre.


 


 

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IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:25 )
 

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