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Carmen Bonino - puntini sulla spiaggia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 07:33

 

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PUNTINI SULLA SPIAGGIA

di Carmen Bonino
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 13 novembre 2005




Sono nata sull’Oceano, in Uruguay.
Una terra a forma di cuore che pulsa sull’Atlantico a est.
L’acqua completa il suo abbraccio avvolgendone l’altro lato con il lunghissimo fiume Uruguay.
Il pericardio della mia terra è l’acqua. L’acqua... il mio elemento.

Il clima la è dolce e temperato tutto l’anno, le spiagge sono la logica meta di ogni fine settimana e d’estate anche dei pomeriggi infrasettimanali afosi della mia infanzia, quando per raffreddare l’acqua che defluiva bollente dalle tubature non bastavano più i cubetti di ghiaccio del congelatore dell’imponente frigo General Electric, orgoglio della cucina di mia madre e forse dell’intero quartiere, dove di certo non se ne contavano molti altri.

Ancora adesso, son passati 40 anni, se dico mare vedo spiagge interminabili, sabbia bianca finissima, soffice come la seta, compatta, immobile alla brezza marina perchè imprigionata dalla vegetazione bassa che la contiene in un intrico di radici e grasse foglie succulente che si estendono sin quasi al bagnasciuga. Per proteggere da un sole incandescente e impietoso, invece degli ombrelloni, cunicoli di arbusti e gallerie di pini marittimi.
Si sa che la memoria enfatizza e dilata la realtà, ma è talmente vivida la sensazione che ancor oggi mi sgomenta.

La corsa impaziente verso il mare, per noi bambini, iniziava prima ancora che fosse chiusa l’ultima portiera d’automobile. Insieme a cugini e amichetti scalavo le dune. Perse nel vento le voci dei genitori che urlavano inutili richiami, vane minacce mai agite.
Le sfide infantili, lanciate in parole tronche per l’ansito della corsa e raccolte da ognuno, per me si concludevano allorché l’ultima duna si apriva su quella parete liquida e viva che si alzava quasi a voler coprire il cielo e tutto si bloccava in un fermo-immagine infinito.
Quel ruggito roboante, che nella mia mente di bambina associavo alla voce di Dio, fermava tutto, non più un suono, un movimento, né voci di bambini né voli di uccelli. Guardavo i compagni concludere la corsa tra i flutti in tuffi acrobatici o scomposti e i puntini colorati dei loro costumi mi parevano prodotti del mare, giocattoli inerti con cui le onde si baloccavano.
Io ristavo. Annichilita. Il cuore in tumulto che si spostava impazzito, la mente mi incitava ad andare, a entrare in quella carezza di luce, in quell’abbraccio che culla e consola, braccia che ora sostengono, ora sospingono un’altalena che non sai più se è terra o cielo, braccia che riportano tra mille capriole che non sai più se è sotto o sopra: quelle vere, quelle sole che valgano la pena!
I miei piedini intanto affondavano nella sabbia producendo solchi profondi e io mi dibattevo... tra desiderio e paura.
Mi atterriva e mi attraeva ciò che non vedevo. Pensavo che quel muro vivo e tonante fosse un cancello che custodisse un mondo di non quando, non dove, un mondo popolato di… angeli o demoni?... luce o buio?... felicità o disperazione?
Avrei trovato una rosa rossa in fondo a quel mare, che mi avrebbe inebriato col suo profumo e carezzato con petali di seta o ci sarebbe stato un coltello, una lama affilata che mi avrebbe trafitta, uccisa, dispersa e mai più restituita?
Poi, serravo gli occhi, ascoltavo il mio cuore che nel frattempo non accennava a rallentare la sua corsa, anzi, sembrava che ci prendesse gusto a fare lo slalom dai piedi alla testa e ritorno. Aspettavo di non sentire più ne gambe ne braccia e, sempre a occhi chiusi, quando sentivo di non avere più un corpo correvo verso il mare e lasciavo che fosse lui a prendermi.
Solo allora riaprivo gli occhi e mi lasciavo andare, l’impatto gelido, immediatamente vinto dall’esplosione di emozione a lungo trattenuta.
Gli occhi spalancati, incuranti del sale e del turbinio della sabbia, cercavano la rosa... o il pugnale, ma il tempo breve non dava spazio e mi ritrovavo a riva insieme ai compagni urlanti di gioia e questa volta il gioco riprendeva senza soluzione, sempre alla scoperta del mistero nascosto in fondo al mare.

Sono trascorsi 40 anni, l’Oceano non l’ho rivisto più, ma quella sensazione, quella paura mista di desiderio l’ho avvertita tante volte ancora. Grazie a Dio.

Ogni volta che mi trovo di fronte a una situazione incognita, che abbia il volto di un uomo, di una donna, che sia una storia da chiudere, una avventura da iniziare, un viaggio sulla terra o un percorso nuovo sulla strada dell’esistenza, sempre si erge di fronte a me quel muro di Oceano che mi chiama e mi respinge.
Ogni volta ristò. Annichilita. È l’ignoto.
Ogni volta chiudo gli occhi e aspetto di non avere più un corpo, per poi lasciarmi andare, perché quella lezione infantile l’ho imparata per sempre.
Qualsiasi cosa si possa incontrare in fondo al mare è la che sta la vita.

Trovi la rosa e sei salvo, ti stordisci di profumo, ti inondi di vitalità, energia, rinasci alla vita.
Trovi il pugnale e ti spacchi il cuore e ti pare che non ci sarà mai più una riva... nuoti ancora, a malincorpo, perché un cuore non l’hai più, ma il cuore torna e la riva non è mai così lontana.
Trovi una rosa piantata sulla punta di un coltello… LÌ SON CAZZI…
La vita non è né la rosa né il pugnale.
La vita sei tu… quando le corri incontro.


 


 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:25 )
 

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