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Carmela Pagnotta - lo strano caso di traviata PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 07:29

 

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LO STRANO CASO DI TRAVIATA

di Carmela Pagnotta
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 13 Novembre 2005




Quando la notte venne a portar via i rumori, i gesti affannosi e le luci esasperate del giorno, Kalika aveva già abbandonato la sua abituale maschera sociale per indossare un nuovo costume.
All’alba avrebbe incontrato Kalem, dimenticando per qualche ora l’esistenza della donna pacata che abitava l’altra parte dello spazio temporale, quello dedicato alla razionalità e alle regole scritte o tramandate da altri.
Il rito della vestizione non si ripeteva mai uguale a se stesso. Kalem non era un’entità definita. l’unica certezza era l’assenza di certezze. Kalika cancellava la sua identità recidano a soggetto. Sceglieva di volta in volta un canovaccio e scivolava nel personaggio improvvisando. A volte diventava un fine letterato, altre un lupo di mare avvezzo alle rudezze spigolose delle tempeste e poi ancora un filosofo tormentato, disposto a intavolare complicate discussioni sull’astratto e profondissimo concetto dell’antitesi iperbolica nella società moderna. In fondo conosceva bene il tema: non era essa stessa un’antitesi vivente? Un’iperbole dell’individuo: due in uno e uno in infiniti, variabili, caratteri umani.
Per questa notte Kalem era atteso a teatro. L’invito era arrivato direttamente dalla stella del bel canto Katrevna Alenova per la prima di Traviata.
La cantante russa aveva sentito parlare di questo gentiluomo d’altri tempi nei salotti della buona società e la curiosità di conoscerlo solleticava il suo ego di divina.
Kalika era altrettanto curiosa nei confronti di questa Violetta venuta da Oriente, per cui aveva accettato l’invito per Kalem.
Davanti allo specchio si accingeva ora alla metamorfosi. Con pochi, accorti, gesti nascose i suoi capelli rossi e fluenti sotto una parrucca bruna ricadente sulle spalle a mo’ di romantico Werther; indossò una perfetta maschera di lattice che l’aiutava a mitigare le gentilezze del volto e con il trucco cancellò le ultime sfumature femminili, scurendo le sopracciglia e le ciglia.
Ecco che Kalika non esisteva più per il mondo. Kalem, il professore di storia dell’arte, indossato lo smoking, era pronto per i suoi quattro atti dell’opera. Solo i suoi accoliti non avrebbero mai saputo dove si svolgeva l’azione, se sulle tavole del palcoscenico o fuori dalle quinte.

* * * * * * * *

Su il sipario! Violetta comincia la sua prima inconsapevole, poi disperata, vana, rincorsa dell’amato Alfredo.
Kalem occupa il secondo palco a sinistra, a favore dello sguardo di Katrevna. Un riguardo che contiene una implicita, sottintesa domanda: “Chi sei? Voglio saperlo da te e voglio saperlo prima di sentire la tua voce”.
Il gioco sembra già scritto, dichiarato, e sia Kalem sia Katrevna pensano di condurlo secondo le proprie regole.
Eppure accade, nella linearità del caso, che il gioco cambi e, mentre Violetta alza il calice per il suo brindisi o mentre fugge da Alfredo, i personaggi sulla scena non sono più quelli concepiti da Verdi, ma diventano una cantante russa e uno spettatore seduto nel secondo palco a sinistra.
Non più Violetta, ma Katrevna che canta non per Alfredo, ma per Kalem.
“Ho capito il tuo segreto” dicono i suoi sguardi.
Improvvisamente il sipario di Kalem si strappa. Il gioco è finito. Il mistero, rincorso con metodo e dedizione, non esiste più. Ci sono occhi che vedono oltre i suoi studiati trasformismi e sanno leggere ciò che non sembra essere scritto.
In quel teatro, nel buio della sala, Kalem ritrova Kalika e non riesce più a nasconderla a se stesso.
Prima che Violetta muoia tra le braccia di Alfredo, una sedia del secondo palco a sinistra rimarrà vuota.
Nessuna alba conoscerà mai più un uomo di nome Kalem.


 


 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:25 )
 

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