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Bruno Burdizzo - la storia della mia vita PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 07:20

 

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LA STORIA DELLA MIA VITA

di Bruno Burdizzo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 13 novembre 2005




Buonasera, dottore, sono in ritardo? Scusi, sa, ma mi si è fermato l’orologio. Sono quattro giorni che fa le sette e trentacinque. No, non è la batteria, è uno di quelli russi, a carica, vede? c’è la stella rossa e la scritta CCCP. Ne vado molto fiero. L’ho comprato nell’85 a Kirkuz, Siberia. Bei tempi! Un freddo, dottore! Un vento, un ghiaccio! Stavo in una baracca. Dentro non era male: un tavolo, uno sgabello, la stufa, una finestra sempre incrostata di ghiaccio. Fuori, dottore, la taiga! A perdita d’occhio! Non una casa, non un segno di vita, terra dura come roccia, vento. Era pieno inverno. Il cielo ingrigiva al mattino, poi la giornata illividiva via via d’un grigiore più grigio, senza ombre, poi ripiombava nel buio ed era già notte. Fuori, dottore, c’era un silenzio! Dentro, appena il rumore del fuoco e dei miei movimenti. Io cercavo di non disturbarmi, ma ogni tanto il cucchiaio toccava il fondo della scodella di stagno, una goccia di brodo colava, plic, l’acqua della brocca gorgogliava nel bicchiere... A ognuno di quei rumori, involontariamente prodotti, io mi fermavo. Come un sacrilegio, capisce, dottore? Quella baracca l’avevo affittata a Mosca, cercando sulla carta il posto più lontano, più disperso in quella pianura colorata di un verde grigio. In fondo, nell’angolo in basso a destra, sotto l’ultimo carattere cirillico della scritta UNIONE DELLE REPUBBLICHE SOCIALISTE SOVIETICHE, c’era un puntino che sembrava una cacca di topo. Nessuna strada. E c’era scritto, sempre in caratteri cirillici, Kirkuz. Lì voglio andare, dissi indicando col dito la cacca sulla mappa. Tre mesi. Non fu facile avere il permesso, ma un amico di un amico comunista intercedette all’ambasciata, o non so dove, al Cremlino, e alla fine l’ottenni. Unico bagaglio una vecchia valigia con dentro calzini, mutande, sapone, quaderni e un fascio di matite. E un temperino. Lì, dottore, finalmente avrei potuto trovare la giusta concentrazione per scrivere la storia della mia vita. Questa è la mia ossessione, dottore, da sempre. Scrivere. Scrivere la storia della mia vita. La prima volta che ci ho provato avevo sei anni, dottore, poi mi sono interrotto perché a quell’età non è che avessi ancora molto da raccontare! Ho raccontato la mia nascita, un po’ per sentito dire, e la mia prima infanzia, ma i ricordi erano confusi e poi a sei anni si fa quel che si può! Ma ho continuato a prendere appunti, dottore. Tutta la mia adolescenza è stata un continuo scrivere. Quaderni su quaderni. Matite su matite. La matita la buttavo quando era appena più un moncherino, tenuto in punta di dita come un gessetto. Ne prendevo una nuova, bella lunga, controllavo la punta, e avanti a scrivere. Si può dire che fino a vent’anni non ho fatto nient’altro che scrivere. Andavo anche a scuola, si, certo, ma durante le lezioni pensavo a cosa avrei scritto nella ricreazione. E quando suonava la campana via di corsa a casa! Mi chiudevo in camera con i miei quaderni e non c’ero più per nessuno. Mia madre mi passava il minestrone e la frittata ogni sera, cercando di non disturbare, povera donna! pensava studiassi! Alla fine, a furia di ripetere classi, mi promossero per anzianità o per sfinimento. Li ho ancora tutti, quei quaderni. Scritti male. Ero giovane. A mano a mano che invecchiavo lo stile si affinava. Rileggevo le prime pagine, scritte qualche anno prima, e le trovavo vecchie, non più all’altezza degli ultimi capitoli. Allora ricominciavo tutto da capo. Riscrivevo tutto sin dalla nascita, dall’adolescenza, tutto, molto meglio. Ogni volta un po’ meglio. Ma dottore, mi scusi, io sto divagando. Le stavo dicendo di Kirkuz. L’orologio. L’ho comprato al mercato. Cioè, si fa per dire. Kirkuz erano quattro case a otto ore di slitta dalla mia baracca. Mi ero accorto che non mi ero portato un orologio, e nemmeno un calendario. E lì i giorni erano così tutti uguali! Alla fine dei tre mesi avrei dovuto lasciare la casa, rientrare a Mosca, mi scadeva il visto, mica potevo tardare! Per andare a Kirkuz sarebbero state otto ore di slitta, se avessi avuto una slitta. Invece furono trentasei ore a piedi, con le racchette da neve, nella tormenta di ghiaccio. Il mercato di Kirkuz, in realtà, non è nient’altro che una megera grassa come una matrioska che mette un banco sulla strada e vende tutto. Burro di renna, calze di lana, scodelle, carburatori, carote, la Pravda del 6 gennaio, sempre quella, che non la compra mai nessuno, stivali, bottiglie di vodka, colbacchi, pane di segale, un ananas d’importazione ormai pietrificato, ottimo come fermacarte, dice lei, e un calendario, scritto in cirillico, di Frate Indovino. Roba da collezionisti. E un orologio. Questo. Lo comprai per pochi soldi. Chiesi alla matrioska di mettermelo a posto, data e ora, poi lo infilai in tasca e tornai ad affrontare la tormenta. Trentasei ore dopo, a casa, mi accorsi che anche il datario era scritto in cirillico. Tutto. Compresi i numeri. E quindi non avevo la più pallida idea di che giorno fosse. Settantadue ore di marcia nella taiga sotto una costante tempesta di ghiaccio a quarantasette gradi sotto zero per un orologio da quattro soldi che non serviva a niente! Forse avrei fatto meglio a prendere il calendario di Frate Indovino. Ma io, dottore, per la verità, non le ho ancora detto perché ho scelto di andare fin laggiù. Vede, il fatto è che a un certo punto della mia vita mi sono ritrovato solo e anziano. Cioè, anziano si fa per dire, che i miei sessantacinque li porto bene. Non mi sono mai sposato, dottore, troppo impegnato a scrivere la mia storia per incontrare donne o altre sciocchezze. Dopo una vita di periferia, tra schiamazzi, traffico, il tram, la tivù del vicino, mi sono accorto di non riuscire più a scrivere. Tutto mi distraeva, dottore, tutto si affollava intorno a me, la mia mente era un frastuono di pensieri, niente stava più al suo posto. Alla mia età ho bisogno di calma, silenzio, concentrazione. Qualche anno fa sono andato in pensione. Facevo il magazziniere in una cartoleria all’ingrosso. Mi sono fatto dare la liquidazione in quaderni e matite. Mi sono trasferito in campagna. Un villino in una borgata sui colli toscani. Finalmente. Lei non sa, dottore, quanto si scrive bene in campagna. Soprattutto di notte. Quando le pecore coi loro fastidiosi belati si rifugiano negli ovili, le vacche coi loro rumorosi campanacci sono rientrate nelle stalle, si spengono gli ultimi trattori e tutto si fa buio e muto. Lì, in quel silenzio notturno, ho finalmente potuto incominciare la centosettantacinquesima stesura della storia della mia vita. Il campanile, ho risolto il problema lasciando una mancia al parroco perché lo spegnesse, almeno nelle ore notturne. Mi è costato un po’, ma l’ha fatto. C’era poi un cazzo di gufo, o non so, una civetta, che veniva a fare il suo verso alla finestra sempre sul più bello, quando stavo al clou del capitolo, e mi toccava ricominciare. Una notte d’estate, finestra aperta, l’ho freddato con una schioppettata. Evaporata l’eco dello sparo tutto era silenzio. Perfetto. Scrissi ininterrottamente, dottore, fino alle prime luci dell’alba. Stavo raccontando un episodio importante. Vent’anni. Un appuntamento galante. La prima donna della mia vita. L’unica. Passo a prenderla con la mia auto nuova, il capitolo stava venendo benissimo, dottore. Aperitivo, cena, passeggiata sul lungomare (sono al mare, in quel capitolo). Una musica lontana, le luci delle lampare, fa un po’ freddo, dice, la stringo. Non so se ha presente, dottore, quanto è silenziosa la campagna nell’ora che precede l’alba. Un silenzio profondo, intenso, quasi solido. L’ideale per scrivere. Rilessi. Perfetto. Stavo proprio a quel punto in cui, dopo aver creato l’atmosfera romantica, il lettore uomo si chiede: gliela dà o non gliela dà? e la lettrice donna dice: dagliela, dai! In realtà, dottore, la storia vera non è che sia finita proprio bene. È finita che l’aperitivo mi è rimasto sullo stomaco, ci siamo fatti uno spinello che io non c’ero abituato, poi una birra sul tardi, c’era tutto, la luna, la notte, il mare, le stelle, ed è finita io da solo a vomitare sulla spiaggia. Ma un po’ la storia si può cambiare, non è vero, dottore? Una licenza poetica. In fondo è letteratura, no? Insomma, quella sera sui colli toscani avevo preso una decisione. Avrei cambiato la storia della mia vita! A sessant’anni era tempo di dare una svolta! Avrei cambiato tutto! Tanto, tutto era ancora da scrivere. Vent’anni, il mare, la notte, la luna, le stelle, fa un po’ freddo, dice, la stringo. Niente aperitivi, birra, spinelli. Io perfettamente lucido, padrone di me stesso, in forma. Anche la musica si tace del tutto. La sua guancia di seta sotto le mie labbra. Una corsa a piedi nudi sulla spiaggia. Lei è un’ombra bianca nella risacca. La raggiungo. Ride. Siamo giù. Sabbia nei capelli. Mani che scendono. L’aria è tiepida, la pelle si veste di stelle e di luna. Siamo un corpo solo nella notte... DOTTORE, LEI NON HA IDEA DI CHE CAZZO DI CASINO FACCIANO I GALLI TOSCANI ALLE SEI DEL MATTINO! Una pugnalata, dottore! Un fracasso improvviso e devastante. Galli, galli, galli. Tutti i cortili, tutti i pollai, istantaneamente! Precipitai in quella realtà rurale, odiosa, fatta di galli, galline, campanili, trattori, usignoli, fringuelli, rane, grilli, cani, campanacci, pecore, pastori che cantano ben venga maggio a ottobre! Un frastuono orrendo, insopportabile! Fu così, dottore, che decisi la Siberia! Solo in Siberia avrei potuto conclude la storia della mia vita! Allo scadere dei tre mesi, vennero a prendermi. Ero in ritardo per via dell’orologio. Arrivarono tre motoslitte dell’Armata Rossa. I sovietici mica scherzavano in quanto a burocrazia! Scaduto il visto, se non te n’eri andato, eri una spia. Mi rifilarono in un gulag, dove la Siberia è ancor più Siberia. Ci rimasi quattro anni. Poi l’URSS divenne Russia, il mio caso fu riesaminato e alla fine decisero di rilasciarmi. Ma nel frattempo, dottore, in quei quattro anni, nella baracca del gulag, ebbi tutto il tempo necessario per completare la centottantasettesima versione integrale della storia della mia vita! Ora, dottore, mi scusi se mi sono dilungato un po’, vengo al punto. Le ho chiesto quest’appuntamento non perché io non stia bene. Mi hanno detto che lei è un ottimo psicanalista, che avrebbe potuto aiutarmi. Io ho letto tutti i suoi libri, dottore, mi sono documentato. Le ho chiesto quest’appuntamento non perché stia male, no, sto benissimo, ma ho bisogno del suo aiuto. Lei sicuramente mi può capire. Qui nel suo studio c’è un bel silenzio, dottore. Ottima idea uno studio fuori città, soprattutto per il suo lavoro. In questi giorni ho ispezionato i dintorni. Nessun casolare, solo villette. Non ci sono cani, non ci sono galli. Questa casa è veramente un posto perfetto per scrivere e lavorare.
Vorrei chiederle un favore, dottore: se io adesso mi ammazzo, me lo scrive lei il finale?

 


 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:26 )
 

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