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Bianca Brandi - la prima lezione di danza PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 07:16

 

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LA PRIMA LEZIONE DI DANZA

di Bianca Brandi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 13 novembre 2005




Sono appena rientrata e guardo la sacca di danza per terra, piena di panni da lavare e scarpe da mettere a posto, mentre in testa mi gira l’ultimo passo spiegato a lezione e sul quale dovrò lavorare molto, prima di renderlo accettabile o anche solo riconoscibile. Ma, alla mia età, è possibile che stia ancora a combattere con le coreografie da imparare? Con gli acciacchi della quarantina che incombono, anzi che son già qui? Sì, proprio io, proprio alla mia età.
Ma quando è cominciata questa follia? Come tutte le bambine sognavo di fare la ballerina, ma la mia mania era forse più radicata e approfittavo delle prime trasmissioni TV che mi era consentito guardare per imitare le sorelle Kessler. Il lato macabro della vicenda è che all’epoca i coreografi esigevano allieve esili o comunque in linea, e io questi canoni non li rispettavo affatto. Un giorno la mamma, anche se a malincuore, data la distanza e il costo della scuola di danza (allora era ancora una scelta di élite mandare i figli a fare uno sport, specie la danza classica ), acconsentì a incontrare la coreografa della scuola più vicina. Io non ero presente, ma la risposta affettuosa e sensibile dell’insegnante mi colpì lo stesso come una legnata: “Signora, se queste sono le misure e il peso di sua figlia, di ballerine ne facciamo due”.
Niente drammi da fare, proprio niente da aggiungere. Ma io non mi arrendo e conservo il mio sogno. Per l’esame di licenza elementare devo preparare un disegno e non sono affatto brava. Ma ho un sogno e lavoro per settimane al disegno di una ballerina che esegue (ma lo saprò solo molti anni dopo) un passé in equilibrio sulla punta, con le braccia a corona. Lavoro fino a che il risultato non è soddisfacente e a quel punto avrò fatto 20 volte lo stesso disegno, ma il voto mi ricompensa. Passano gli anni e il mio fisico si assesta, divento longilinea, mai esile, ma snella. Però sono gli anni della scuola superiore; l’impegno deve essere tanto, a casa si aspettano risultati non inferiori a quelli di una sorella maggiore già a livelli elevati, e mi viene detto chiaramente che un impegno come la danza non è compatibile. La scuola viene prima. Non stupitevi se non mi ribello: a quei tempi, in quelle latitudini e col mio carattere la ribellione non era neanche da prendere in considerazione. Gli anni dell’università sono dedicati allo studio “matto e disperatissimo”, e poi mi sento troppo grande per iniziare da zero.
Passa altro tempo, mi ritrovo moglie e mamma. Appena finito di allattare voglio rimettermi in forma e approfitto di un corso di aerobica in una scuola di danza che ha l’unico pregio di essere vicino casa. Vado. Passo metà dell’anno a fare aerobica, poi l’insegnante comincia a montare le coreografie di danza per il saggio di fine anno.
Devo per forza spiare, devo per forza guardare cosa fanno quelle ragazze che hanno meno di vent’anni, si lagnano sempre di essere stanche, di dover studiare e di venire a danza solo per le insistenze dei genitori. Le ammazzerei quando le sento parlare così. Alla fine l’insegnante, infastidita dal mio perenne sbirciare dalle tende socchiuse della sala danza, un giorno arriva, spalanca la tenda e mi dice: “Adesso la smetti di sbirciare, oppure vieni dentro e fai lezione con noi”. Avrei voluto morire dalla vergogna: a 33 anni mi ero fatta rimproverare come una bambina, perciò decisi di non aggravare ancora di più la mia situazione, e, con una certa spavalderia, entrai nella sala: o la va o la spacca.
Dieci minuti di terrore puro: arrivano dalla bocca della maestra una serie di ordini di cui capisco a stento qualche parola, e solo dando fondo ai miei ricordi scolastici di francese. Incollo gli occhi sui piedi di chi mi precede alla sbarra e sudando sette camicie, riesco a superare la prima fase. Ma non ho neanche il tempo di tirare il fiato, perché subito dopo arriva il peggio! Infatti la coreografia è già montata per metà, e, mentre per le altre si tratta solo di ripassare, per me, che ho sempre solo guardato, è un disastro. Non ho idea di dove metter le mie gambe e le mie braccia, di colpo diventate enormi, pesanti e ingombrantissime. Per un parlare del tronco, duro appunto come se fosse di legno, che mi conferisce una grazia pari a quella di una quercia solidamente piantata in terra. Alla fine della lezione vorrei piangere, non ho neanche sentito le risatine dietro le mie spalle, mi era bastato guardare lo specchio e vedere la mia immagine riflessa accanto alle altre, giovani, esili ed esperte.
Mentre fingo di asciugarmi dal viso solo il sudore ed esco, mi sento chiamare: “ Bianca, vieni un po’ prima giovedì, ti spiego due passi difficili”. Se la maestra non mi avesse chiamato per nome avrei pensato che parlasse a un’altra, ma di Bianca c’ero solo io. “Io? Torno io? Giovedì? Un po’ prima? Ma sei vuoi resto qui tutta la notte a studiare!”. A quel punto ride finalmente anche la maestra e dice che no, non serve tutta la notte, basta un quarto d’ora prima. Non credo di aver mancato più una lezione fino al saggio, anche se ero solo una riserva (in caso di qualche incidente) e quello spettacolo lo ho visto dalla platea.
Così non ho più smesso: l’anno dopo ero in scena con le altre, in ultima fila, ma che importa? Le altre ragazze mi hanno adottato come zia, hanno smesso di ridacchiare e cominciato a darmi una mano, e quando c’è da ridere, ridiamo tutte insieme, nessuna teme più le figuracce.
Sono passati dieci anni e io ho smesso di sognare, sono molto più presa dalla fatica di fare quadrare il bilancio delle ore del giorno da dividere fra casa, marito, figlia, lavoro e danza, ma non rifiuto mai una sfida. Così la danza si è moltiplicata, le discipline sono diventate sempre di più, sempre nuove e talvolta fin troppo “giovani” per i miei gusti e le mie attitudini. Ma ce la faccio, con tanta fatica e tanta buona volontà.
Però, che bel tipo di stanchezza!


 


 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:26 )
 

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