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Antonella Filippi - il coltello in fondo al mare PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 06:59

 

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IL COLTELLO IN FONDO AL MARE

di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 13 novembre 2005




Ufuk guardava il mare, seduto sul molo, mentre riparava le reti. Di tanto in tanto sollevava lo sguardo, rallentando il movimento della mano che fissava punti sicuri sulla rete, socchiudeva leggermente gli occhi e guardava l’orizzonte.
Il leggero riflettersi del sole al tramonto sull’acqua che sciabordava contro il molo e i pali di attracco approfondiva le rughe in quel viso scuro di pescatore.
Ogni ruga era un pesce che aveva lasciato morire soffocato dall’aria, diceva al nipote Kemal.
“La madre del mare partorisce i pesci, ma chiede in cambio la vita di chi li ruba, poco per volta, ruga per ruga, finché le lacrime e il sale dell’acqua diventano una cosa sola”.
Kemal aveva 10 anni e ammirava appassionatamente il nonno, con il quale era già uscito a pesca molte volte, nelle notti piene di luce, con le reti pronte, in attesa dell’alba che scoloriva la luna, e nelle notti buie, armati di lampade che attiravano i pesci in superficie, come argentei fantasmi.
In alcune notti estive Kemal aveva assistito agli amori dei coralli. Il nonno l’aveva portato, solo loro due, nell’unica baia in cui cresceva quel bosco marino.
“È un nostro segreto” gli aveva detto “Come lo era fra me e tuo padre”. Kemal aveva sospirato. Suo padre era morto lontano dal mare, ma ugualmente sua madre piangeva quando le diceva “Questa notte esco con il nonno”.
Erano arrivati nella baia remando piano, mentre la luce della luna li seguiva oscillando sull’acqua. Il nonno aveva tirato i remi a bordo e gli aveva indicato un tratto di mare. Una nuvola rosata si muoveva ondeggiando, appena sotto la superficie marina, piccoli frammenti di nuovi coralli, lanciati in un viaggio a colonizzare altri fondali.
In quella occasione il nonno gli aveva spiegato come avveniva l’amore tra uomini e donne. Kemal sapeva già tutto, ma aveva ascoltato il nonno con doverosa attenzione, mostrandosi impressionato dalla rivelazione che le donne e gli uomini erano differenti e che questa diversità faceva lievitare il mondo.
Per Kemal il mondo era il suo villaggio, le case bianche e le ripide scalinate, le vecchie sedute davanti alla porta, gli uomini al porto a controllare le barche e riparare le reti e, soprattutto, il mare e il suo respiro lieve, rubato agli annegati.
Il mondo dove suo padre era emigrato e aveva perso la vita era un freddo grigiore lontano, due fotografie davanti alla fabbrica, coperto da un abito pesante e un berretto di lana, una cartolina con la neve, e le lettere che la madre custodiva e non gli lasciava toccare prima di essersi lavato bene le mani.
“Ata, padre,…” pensava ogni tanto, quando sentiva la madre piangere, poi il pensiero si confondeva in parole che non sapeva esprimere e sentimenti che non avevano parole.
L’unico ricordo del padre, qualcosa che era solo suo e di nessun altro, era stato il coltello da pesce, una lama brillante custodita in un fodero di cuoio sul quale la madre aveva ricamato una piuma di gabbiano, perché avesse sempre fortuna nel trovare il pesce, e alcune conchiglie, perché il mare gli fosse amico.
L’impugnatura era d’osso, incisa dal nonno, che aveva regalato il coltello a suo figlio quando aveva poco meno dell’età di Kemal.
La cosa più bella, per Kemal, erano proprio le incisioni: stelle marine, uccelli nel momento del tuffo tra le onde, l’orizzonte del mare.
Il nonno l’aveva disegnato perché il figlio non perdesse mai l’orientamento, ma quando era partito per lavorare in Germania aveva dimenticato il coltello a casa, o forse l’aveva lasciato come un pegno del ritorno.
Quando era arrivato il telegramma Ufuk aveva sentito l’urlo spezzato della nuora e aveva capito.
In poche ore la casa si era riempita di donne e di lamenti, mentre gli uomini, scuri in volto, scuotevano la testa e alzavano le mani al cielo.
Ufuk aveva preso in silenzio la mano del nipote e l’aveva portato alla barca, a quel legno che avrebbe dovuto essere di suo figlio, quando avesse deciso di tornare.
Si erano seduti sulla panca centrale, proprio sotto l’albero maestro.
“Mio padre è morto?” aveva chiesto Kemal, con un tremito nella voce e gli occhi asciutti. Il nonno l’aveva guardato e aveva abbassato le palpebre, facendo un leggero cenno con la testa.
Il suono di risucchio dell’acqua contro le murate aveva suscitato in Ufuk ricordi confusi, lo strozzarsi di altre grida, di altri dolori.
Gli restava almeno Kemal e pensandolo sentiva sbriciolarsi la pena nelle viscere. Kemal amava il mare, forse il suo orizzonte sarebbe stato diverso, e così il suo destino.
“C’è qualcosa che devi fare”.
Kemal aveva raddrizzato le spalle, in attesa.
“Devi gettare in mare il coltello di tuo padre”.
Kemal si era addossato all’albero maestro, aggrottando la fronte in una protesta che era stata rallentata dalla mano alzata del nonno.
“La madre del mare mi è testimone, ogni volta che muore qualcuno della famiglia lasciamo al mare il suo coltello. I coltelli affondati in queste acque sono gli amici morti, i genitori, i figli periti, sono un ricordo abbandonato ai fondali, che verrà coperto dalle alghe, dai granchi, dai molluschi e diventerà cibo per loro come loro lo sono per noi. È un modo per sopravvivere al dolore, per pensare che c’è ancora un domani e che nessuno sarà dimenticato. Le alghe sugli scogli possono seccarsi, ma le loro radici non muoiono e quando torna la marea la loro vita si rinnova. Solo il dolore, finché le sue radici sono vive, anche senza marea da se stesso rinasce.”
Ufuk era rimasto in silenzio, mentre sul viso di Kemal passavano rabbia, ribellione, tristezza.
Un leggero abbassarsi delle spalle aveva fatto capire a Ufuk che il nipote avrebbe fatto quello che gli aveva chiesto.
“Da domani, se vuoi, uscirai in mare con me tutti i giorni. Ti farò un coltello nuovo, solo per te.”
A Kemal si erano illuminati gli occhi e Ufuk, faticosamente, aveva sorriso.

 


 

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:27 )
 

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