Home Archivio News-Eventi Vittorio Ori - che male c'è
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
Vittorio Ori - che male c'è PDF Stampa E-mail
Votazione Utente: / 0
ScarsoOttimo 
cassetto degli articoli - armadio degli articoli
Scritto da Super Amministratore   
Venerdì 22 Luglio 2011 16:38

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


Hai letto questo testo di Scritturalia?

Esprimi il tuo apprezzamento, da scarso a ottimo.
Non è un concorso. Non c’è nessun premio. Tu e l’autore non vincerete nulla.
Perché votare allora? Semplicemente perché il tuo giudizio di lettore anonimo,
onesto, schietto e disinteressato, potrà essere utile all’autore.
La tua disponibilità a un semplice click come stimolo per lo scrittore/scrittrice
a ripensare e a migliorare la propria scrittura…

 

scritturaliafoto

Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA


LEGGI I RACCONTI DI SCRITTURALIA



possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

LOGO
Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 

 

CHE MALE C’È

di Vittorio Ori
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 febbraio 2006




Il convoglio della metropolitana decelerò dolcemente fino a fermarsi alla stazione. Le porte si aprirono e la solita folla frettolosa si riversò sul marciapiede scontrandosi col nugolo di passeggeri che, in senso contrario, cercava di salire sul treno. La solita battaglia silenziosa a colpi di gomitate e spintoni si consumò in pochi secondi non lasciando vittime sul terreno, ma qualche imprecazione nell’aria.
Mario, infagottato nel suo giaccone stazzonato, con un salto riuscì a guadagnare l’interno di un convoglio prima che le porte si chiudessero. Quella mattina la sua testa era colma di pensieri e, per un attimo, lo colse il timore di aver sbagliato treno. Alzò lo sguardo sopra le teste dei passeggeri di fronte a lui e il disegno della linea del metrò lo rassicurò.
Si sedette e tirò un profondo respiro a occhi chiusi come per liberarsi la mente. Quando risollevò le palpebre fu subito colpito da ciò che vide. Seduta di fronte a lui c’era una ragazza. Indossava pantaloni e giacca neri e i capelli erano nascosti da un berretto rosso di lana. Teneva le ginocchia unite, mentre le mani nervose stringevano la borsetta in grembo. Il capo era appoggiato al finestrino dietro le sue spalle, gli occhi chiusi.
Pareva stesse dormendo, ma il suo corpo era troppo teso e infatti Mario vide scendere lacrime sulle sue guance magre. La ragazza stava piangendo, di un pianto sordo e disperato.
Mario la osservò un poco, poi richiuse gli occhi e i suoi pensieri cominciarono a richiamare ricordi.
Per lungo tempo la sua vita sentimentale era rimasta azzerata. Superata da un pezzo la quarantina, incontrava tutte le difficoltà possibili nel trovare una compagna. Poi, un giorno, una collega dell’ufficio vicino al suo si confidò con lui di fronte alla distributrice automatica del caffé. Gli raccontò che si era appena lasciata col convivente, la solita brutta storia di incomprensioni e volgarità. Lui la invitò a cena e cominciarono così a frequentarsi. Qualche tempo dopo, andando a cena con amici, conobbe un’altra donna. Era solare, colta, con occhi scuri e profondi, un sorriso accattivante. Mario si sciolse come la neve marzolina al sole e di lì a poco imbastì una seconda relazione. Da quel momento egli maledisse il suo destino.
Ma come! dopo tanto tempo passato in solitudine come uno spauracchio in mezzo a un campo coltivato, adesso amava due donne e con identico trasporto. Si tormentava giorno dopo giorno nel vano tentativo d’inforcare la strada di una scelta, ma tutto era inutile. Appena con la mente cancellava ora l’una ora l’altra, si sentiva colto dagli spasmi di un rimorso ansioso.
“Va bene!” Si disse “Io le amo entrambe ed entrambe rimarranno nella mia vita! In fin dei conti che male c’è?” Il male giunse e presto. Disordinato e sconclusionato com’era Mario un bel giorno (o meglio un brutto giorno) inviò un messaggio all’amante sbagliata e scoppiò un piccolo inferno. Ella giunse veloce come un nibbio a casa di Mario con ancora il cellulare stretto nella mano. Pareva Polifemo che stritolava uno sventurato compagno di Ulisse. Qualche goffo tentativo di difesa, le voci alterate, e poi il fatale e ineluttabile pianto disperato di lei, seduta sul divano, il viso tra le mani.
Mario, seduto sul treno del metrò, stava ancora a occhi chiusi. La ragazza piangente di fronte a lui gli aveva ricordato quel recente episodio, quella donna fuggita dalla sua vita. Era per lui come aver perso un braccio, una gamba, un polmone. Aprì lentamente gli occhi. La ragazza non c’era più, probabilmente scesa alla fermata precedente.
Seduto sul medesimo sedile si trovava ora un giovane malvestito, occhi rossi e semichiusi, capelli scarmigliati, col busto semipiegato in avanti a canna di fucile. Così se lo descriveva nella propria mente Mario mentre lo osservava con un sorriso strozzato a un angolo della bocca. Di sicuro si trattava di un tossicodipendente, uno dei tanti che compaiono come morti viventi di quando in quando a ogni angolo della società. “Ma sì, un po’ di roba ogni tanto, che male c’è?” Pensava Mario.
E pensò a quella volta che un collega, di ritorno da un viaggio a Barcellona, gli aveva portato una piccola busta gialla con dentro qualche grammo di cannabis.
“È roba buona!” Gli disse “Te la vendo veramente a poco”. Mario attraversava in quel periodo un momento di grande solitudine e quell’erba color cioccolato piovuta dal cielo sembrò promettergli una compagnia fantasmagorica.
Pagò il prezzo pattuito e, pieno d’ansia elettrizzante, tipica di una prima volta, corse a casa deciso a concedersi quel piacere proibito. Si sprofondò sulla sua poltrona preferita, prese una cartina di sigarette e la riempì d’erba. La rollò con ieratica precisione. Fu colto all’improvviso da un senso d’angoscia. Si accese la sigaretta e se la bruciò in un paio di minuti. Quello che successe nell’ora dopo se lo ricordava vagamente, in parte gli era stato raccontato. Mario al solo pensiero diventò rosso di vergogna. Gli pareva persino di poter leggere negli occhi arrossati del disgraziato seduto di fronte a lui uno sguardo di scherno come se quello sconosciuto sapesse tutto.
Quella sera Mario si ritrovò in mutande e a piedi nudi che vagolava per la strada fredda e buia. Ridendo istericamente e barcollando come un ubriaco si avvicinò a un motorino parcheggiato lì poco lontano da casa. Cercò in chissà quale maniera di metterlo in moto, ma l’unico risultato che ebbe fu quello di attirare l’attenzione del proprietario che si trovava ancora nei pressi. Quella volta Mario, nella sua sventura, fu anche fortunato. Prima che venisse ridotto uno straccio peggiore di quello che era entrò in scena come un Deus ex machina suo cugino. Trovatosi lì per un caso fortuito capì subito che Mario era alterato da qualche sostanza. Il proprietario del motorino, un signore di mezz’età, più che adirato rimase stupefatto dallo spettacolo che offriva quel demente in mutande che, ridendo di cuore, cercava di muovere il ciclomotore fermo sul cavalletto, pedalando da folle. Il cugino cercava di riportarlo alla ragione, ma invano. Mario alla fine si stancò, sopraffatto da tutta quella vana fatica. Dopo un po’ venne riaccompagnato a casa dal parente e dalla sua stessa vittima, che impietosita da quel teatro dell’assurdo, rinunciò anche a sporgere una qualunque denuncia. Ma le sorprese erano lungi dal finire.
Appena aperta la porta dell’appartamento mancò poco che il cugino di Mario svenisse. I rubinetti del bagno e della cucina erano aperti, l’acqua ne usciva allegra e scrosciante. Tre centimetri d’acqua sommergevano i pavimenti. Inoltre i muri erano ricoperti di incomprensibili graffiti multicolori.
Mario ci mise due settimane a riprendersi fisicamente e psicologicamente. Il proprietario dell’appartamento gli disse che non l’avrebbe buttato fuori, ma a una condizione. Avrebbe dovuto dipingere tutti i muri imbrattati e riparare ogni più piccolo danno provocato. Ovviamente di tasca propria.
Mario si ridestò di scatto dal ricordo di quell’esperienza. Il sedile di fronte a lui era nuovamente libero. D’improvviso si rese conto di essere giunto a destinazione. Si alzò di scatto. La testa gli pesava greve sulle spalle, colma di tutti quei ricordi. Appena sceso dal vagone percorse in fretta il sottopasso ansioso di riempirsi i polmoni con aria finalmente fresca.
Giunto all’aperto tirò un profondo respiro. Poco lontano, tra le panchine dei giardinetti, giocavano due bambini. Rincorrevano felici un pallone di plastica rossa mezzo sgonfio. Le mamme sedute lì vicino parlottavano dei soliti problemi familiari. Uno dei due bimbi si impadronì del pallone e lo strinse a sé senza più volerlo condividere con l’amico. Questi, per nulla d’accordo, lo afferrò per un braccio e lo spinse a terra. Il poveretto cominciò a piangere riverso sulla ghiaia e dolorante. “Ma che fai! Ti sembra bello?” Una delle mamme puntava minacciosa il dito verso il piccolo aggressore.
“Ma che male c’è?” Il bimbo pronunciò queste parole con un’espressione di finta ingenuità stringendo sotto braccio il pallone conteso.
Mario udendo quella frase fermò il passo. Osservò il bambino, il suo piglio strafottente. Gli venne l’idea di redarguire lui stesso quel piccolo violento. Ma ci ripensò. Tornò sui suoi passi, diretto verso la meta di tutti i giorni.
“Che male c’è?” rimuginava percorrendo in diagonale il giardino al centro della piazza. “Il male c’è e sempre. Basta saperlo scorgere tra le pieghe della nostra coscienza”.
Mario dette un calcio a una piccola pietra incrociata sul selciato e con essa schizzarono via per quel giorno almeno tutti quei mesti pensieri.

 
 


 

5x100

 
 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:36 )
 

Time Zone Clock

Sondaggio

Accentazione ortoèpica lineare