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Pietro Tartamella - la girandola alla finestra (erotico) PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Venerdì 22 Luglio 2011 16:10

 

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LA GIRANDOLA ALLA FINESTRA (erotico)


di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 febbraio 2006





Quando ci videro arrivare, ci guardarono con un sorriso incerto tra lo stupito, il chi va là, e il “chi sono questi?” Le fiammelle delle candele rischiaravano i piatti sporchi sulla tavolata di legno massiccio. Il manico di un mestolo spuntava da una pentola affumicata e ci voleva poco a capire che si trattava di fagioli e farro. Pezzetti di pane toscano senza sale e briciole giacevano vicini alle tazzine di caffè. Il fiasco del Vin Santo senza tappo. Una scodella ancora piena di ciliege.
Il gruppo di amici se ne stava spaparanzato alla luna, seduto sulle sedie di paglia con sigarette e pipe fumanti tra le dita. Pur trovandomi in una posizione insicura e traballante, in un batter d’occhio riuscii a cogliere tutti quei dettagli. Anche le cicale che frinivano nel campo appena dietro la casa pensarono che il nostro modo di arrivare fosse una trovata per stupirli.
Sandra fu la prima a riconoscermi.
Il suo sorriso, che all’inizio era incerto e guardingo, si trasformò in una calorosa esclamazione di gioia quando mi riconobbe: “Pietro!”. E si alzò di scatto per venirmi incontro. Dario spense il motore rauco della sua sgangherata Volkswagen. La marmitta singhiozzante sbuffò le ultime nuvolette. Potevo vedere la curva della salita che ci eravamo appena lasciata alle spalle avvolta da un polverone di sabbia. Scesi con un salto felino dal cofano anteriore della macchina dove ero rimasto accovacciato per tutta la salita della strada sterrata. Eravamo finalmente arrivati alla “Casa della Pace” di Monteriggioni.
Da Cascina Macondo a Monteriggioni l’auto di Dario non ci aveva risparmiato nessuna brutta sorpresa, anzi, di tutti i colori! Per prima cosa si era fermata in autostrada.
Solo l’intervento di un generoso automobilista ci fece ripartire. Non era un automobilista qualsiasi. Era Gualtiero, il titolare del negozio di ferramenta di Via Vanchiglia, che conoscevo benissimo. Pur standomene sul ciglio della strada, nella piazzuola che per fortuna avevamo incontrato, con la testa immersa nella voragine del cofano aperto a guardare il motore con l’indice sulle labbra per capirci qualcosa, Gualtiero mi aveva riconosciuto! E si era fermato.
Ci scambiammo le gioie e le meraviglie e che fortuna esserci incontrati in quel frangente! Gualtiero andava con la moglie qualche giorno in vacanza a trovare certi amici vicino a Napoli. Fu davvero una fortuna incontrarlo con i suoi attrezzi.
Dopo un po’ potemmo ripartire salutandoci con l’ultima mano dai finestrini che avevano ripreso la corsa nel calore estivo dell’asfalto.
Per seconda cosa, lungo la statale nei pressi di Volterra, avevamo bucato due volte nel giro di pochi chilometri. Per fortuna tutte e due le volte davanti a un bar. Prendemmo un altro caffè io e Dario chiacchierando come se nulla fosse successo.
Per terza cosa, proprio a un paio di chilometri dalla Casa della Pace, la Volkswagen di Dario non voleva saperne di affrontare la salita. La stradina era sterrata, piena di una sabbia sottile e di pietruzze piccoline. Le gomme erano così lisce che slittavano continuamente. Non riuscivano a mordere la strada. Facemmo decine di tentativi. Dario al volante e io dietro a spingere. Niente da fare.
Chiedemmo aiuto a due ragazzi che passavano, se per favore ci davano una spinta.
Ma l’auto restava sempre lì con le gomme che slittavano e si facevano sempre più lisce. Il tramonto ci passò sopra velocemente.
Saremmo dovuti arrivare per cena se tutto fosse andato liscio. Si era fatta sera ormai. Dall’alto la luna ci osservava. Le gomme sempre più lisce e noi ancora lì.
Non restava che abbandonare l’auto e incamminarci a piedi.
Fu per caso che mi venne in mente un altro tentativo. L’auto aveva la trazione anteriore. Erano proprio le gomme davanti che non riuscivano a far presa, anche perché la salita era così ripida che il peso della carrozzeria sulle gomme davanti era minimo. Forse con una zavorra sul cofano..., forse ce l’avrebbe fatta a partire...
Dario si mise al volante, io mi sistemai sul cofano il più possibile in corrispondenza delle gomme. L’auto ruggiva su di giri e finalmente si mosse. Le gomme avevano fatto presa sulla strada, finalmente.
Ora non bisognava demordere. Dario accelerava sempre di più per sfruttare l’abbrivio, mentre io sobbalzavo a ogni fossa, a ogni curva, a ogni piccola duna, tenendomi stretto con le mani e le dita abbarbicate all’intelaiatura del parabrezza, sempre più stretto perché Dario non vedeva la strada con me davanti sul cofano a coprirgli la visuale e guidava un po’ a naso un po’ a caso un po’ a intuito, raschiando qualche albero e qualche muro, spesso finendo in bilico su qualche ciglio di scarpata.
Una improvvisa euforia ci pervase in quella corsa.
A un tratto tutti e due ci mettemmo nei panni della luna. Ci vedemmo dall’alto, ci osservammo con i nostri stessi occhi che ci guardavano dall’alto. Alla vista di quella macchina rossa laggiù che correva all’impazzata a zig-zag su una strada polverosa con un tizio accovacciato sul cofano e un altro tizio al volante che piegava la testa ora qui ora là come un fil di ferro per vedere dove metteva le ruote, non resistemmo alla voglia prepotente che ci venne di ridere. Col finestrino aperto Dario rideva a macchialacrime e io sobbalzavo a squarciagola così forte che il bosco entro cui ci addentrammo tutto echeggiò delle nostre pazze risate.  Perfino l’asta del microfono, le casse acustiche, l’amplificatore, stipati nel portabagagli dell’auto, sobbalzavano a ogni buca e sembravano ridere con gran rumore di ferraglia sbattuta.
Fu così che ci videro arrivare gli amici che stavano seduti sotto il pergolato della Casa della Pace davanti alle tazzine di caffè e al fiasco del Vin Santo senza tappo.
L’allegria li contagiò. Perfino i lumi delle candele al nostro vento fecero più luce.
Sandra mi venne incontro e mi abbracciò forte spingendo il suo seno morbido sul mio petto estivo. Rise di gran cuore.
Ci offrirono la zuppa di fagioli e farro.
Antonio lo avevo conosciuto l’anno prima. Un simpatico omaccione di Bari gran raccontatore di barzellette. Era il primo a essere arrivato. Il suo gruppo di Bari lo avrebbe raggiunto fra due giorni. Sandra aveva organizzato una settimana di lavoro sulla Non Violenza lì alla Casa della Pace. Suo padre, docente universitario di filosofia, avrebbe condotto il percorso più importante. Avrebbero fatto esercitazioni, simulazioni d’ogni tipo, si sarebbero allenati per comprendere e interiorizzare le dinamiche e le strategie della Resistenza Non Violenta.
Andrea, che veniva da Genova, lo avevo già conosciuto l’estate prima. Un professore di scuola media che scriveva poesie. Sandra la conoscevo ormai da anni, da quando un giorno il circo Bidone con i suoi artisti francesi e italiani era passato da San Gimignano con i suoi carrozzoni ottocenteschi trainati dai cavalli. Sandra, dopo aver visto lo spettacolo in piazza, era rimasta così incantata che ci aveva invitato tutti a cena alla Casa della Pace. Perfino René, che era sempre pigro e mai voleva uscire dalla routine del suo circo, aveva accettato l’invito.
“Ti presento Ronny e Lala” disse Sandra.
Ronny e Lala erano marito e moglie, della Svizzera francese. Non li conoscevo.
La bella stretta di mano di Lala mi rimase tra le dita. Era una infermiera.
Ronny un giornalista.
Chiacchierammo sino alle due di notte. Lala era minuta, più bassa di me. Uno sguardo penetrante, una voce suadente, carezzevole. Negli occhi neri le ombre e le penombre e i riflessi di luce delle montagne svizzere. Ripescai le mie parole francesi e riuscimmo a parlare. Dario fece un sacco di battute divertenti. Io non fui da meno. Le labbra di Lala erano bellissime e sorridevano di uno splendore carnoso. Quando diceva “oui”, e lo diceva spesso, inspirando l’aria al modo delle donne francesi, diventava così sensuale che sembrava ti risucchiasse. Davvero una bella serata con le luci delle candele che tremolavano e ci spingevano sempre più vicini per ascoltarci meglio. Le cicale sullo sfondo.
Le barzellette di Antonio raccontate in pugliese le strappavano una risata sonora, anche se non aveva capito nulla, ma la mimica di Antonio era irresistibile.
Quando rideva Lala rivolgeva a me il suo sguardo notturno pieno di luna.
Dalle sue guance rosate si levava a solleticarmi un profumo buono di crema solare.
Poi toccò a me raccontare una storiella.
Lala mi fissava incantata come una bambina con l’acquolina in bocca davanti a una favola.
Io e Dario non avremmo partecipato alla settimana di formazione sulla Non Violenza. Eravamo in Toscana per un giro di letture pubbliche nelle piazze. Ci saremmo fermati solo un giorno. Sandra mi raccontò le sue notizie: che aveva fatto un lavoro interessante sulla non violenza con i bambini delle scuole di Monteriggioni; che stava pensando di lasciare la Casa della Pace; che voleva andare in India a lavorare con i bambini di laggiù; che si era separata dal suo compagno. E verso le due di notte senza preamboli disse con la sua bella cadenza toscana: “Ragazzi si chiude. Vado a dormire. Se restate ancora svegli non fate schiamazzi, domani c’è da lavorare ”.
Si allontanò sbadigliando, posando sulle dita un bacio rivolto a noi su cui soffiò.
In verità eravamo tutti stanchi per il viaggio.
Ci alzammo dalle sedie alle due di notte per ripulire velocemente la tavola.
La buona notte echeggiò nell’aria fresca. In pochi minuti fu tutto deserto.
Tutto spento. Tutto silenzio.
Al secondo piano, sulla finestra della camera di Sandra, una girandola colorata faceva capolino dal davanzale di tufo.
Il venticello la faceva girare lentamente.
Quando la luce della finestra si spense, la girandola si vedeva ancora rischiarata dalla luna.

Il bosco intorno alla Casa della Pace era tutto un filtrare di raggi di sole tra le foglie. L’aria del mattino profumata di erba e querce. Un popolo di uccellini schiamazzava festoso fin davanti alle porte della cucina e sotto il pergolato.
“Pietro - disse Sandra, mentre con la lama del coltello spalmava su una fetta di pane la marmellata di prugne che aveva fatto l’anno prima - ci sarebbe da pulire la cisterna dell’acqua, hai voglia di occupartene tu con qualcuno?”
Col dito indicò la cisterna costruita a ridosso della casa, a lato della cucina.
I rami del grande ciliegio vi proiettavano sopra sentieri d’ombra contorta.
“Certo - risposi, posando sulla tavola di legno la tazzina vuota del caffè - ce ne occupiamo noi”. E ci guardammo negli occhi io, Dario, Lala, Ronny.
“Io vado a sistemare lo spiazzo nel boschetto” disse Ronny. E si allontanò con il rastrello e la scopa di saggina sulle spalle a petto nudo fischiettando.
Federico e Luciana che erano arrivati in mattinata da Napoli con un furgone Iveco bianco si recarono a piantare la loro tenda canadese nel retro della casa.
Antonio e il professore genovese si recarono a sistemare il salone.
Noi ci incamminammo verso la cisterna. Lala al mio fianco.
Dario allungò il passo. Prese una scala di legno che appoggiò alla parete della cisterna.
Salii per primo.
La botola sul tetto a terrazza della cisterna era aperta.
Una persona ci passava giusta giusta.
Una scaletta di alluminio, in penombra, conduceva all’interno.
Erano le nove del mattino quando entrammo.
Ne uscimmo alle due del pomeriggio.

Era una vasca di cemento con le pareti spesse una decina di centimetri. Lunga circa tre passi, larga un metro e ottanta, profonda più di tre metri. Dovevamo ripulirla, prima che Sandra aprisse i rubinetti e cominciasse a riempirla d’acqua. Serviva per conservare l’acqua che sarebbe, come tutti gli anni, scarseggiata ad agosto.
Tutti e tre ora eravamo dentro la vasca, uno vicino all’altro, all’ombra, in silenzio. Alcune ciliege cadute nella vasca avevano lasciato macchiette rosse sul cemento.
Un fila di formichine correva lungo una crepa.
Evitammo di pestare sotto i sandali una cicala morta.
Dalla botola rimasta aperta lassù filtrava una sfera di luce.
Il mio piede urtò l’ultimo gradino di alluminio della scala interna.
Il suono metallico si propagò con una vasta eco. Non era come l’eco delle montagne, che la senti propagarsi di parete in parete come se fossero più voci a rincorrersi per le vallate. Era un’eco particolare. Non avevo mai udito un’eco così. La voce restava una sola, la tua, ma così amplificata che avevi l’impressione che ti restituisse una fotografia in primo piano delle tue viscere. Ogni piccolo rumore produceva un’eco vastissima. Sentimmo quanto fosse profondo il silenzio che ci avvolgeva e quanto fosse difficile mantenerlo. Le pareti ci rimandavano perfino l’eco dei nostri respiri. Provammo un attimo di imbarazzo nel ritrovarci immersi in una intimità così penetrante. Le nostre voci ci apparivano così nude e ingigantite che avevamo l’impressione di poterle vedere; come se fossero sotto una lente di ingrandimento.
All’interno della cisterna una parete di cemento divideva il vano, già angusto, in due camerette più piccole. Un piccolo passaggio le rendeva comunicanti. Un passaggio stretto stretto. Per accedere alle pareti in fondo e poterle raschiare con le spatole per togliere la pellicola di muschio che si era formata, i nostri corpi dovevano passare in quella strozzatura. Accadde ciò che spesso accade quando in un marciapiede che si restringe si incontra qualcuno che viene in senso contrario e per eccesso di cortesia e di indecisione si fa il buffo gioco di passo io no passa tu passo io passa tu e poi si passa insieme e quasi ci si scontra. Facemmo proprio quel gioco buffo io e Lala, e finimmo incastrati nella strettoia corpo a corpo con un rossore sul viso, un luccichio negli occhi, un brivido leggero sulla pelle.
Incrociai il suo sguardo.
Istintivamente lo abbassammo entrambi, evitando per pudore di guardarci più a lungo. Anche Dario abbassò lo sguardo.
Cominciai con la spatola a dare colpetti sul muro. Il suono metallico risuonò nella cisterna vuota. Sembrava fossimo dentro una caverna. Il vuoto faceva echeggiare anche la nostra testa, come se la testa fosse vuota e solo la voce echeggiava in essa. C’era odore di muschio e di acqua lontana dentro la cisterna.
Sentivamo l’acqua scorrere nei tubi come un chiacchierio confuso.
Un rubinetto gocciolava lento.
L’eco delle gocce d’acqua.
Attraverso il fascio di luce che entrava dalla botola, sentivamo le voci di Sandra e Ronny che parlavano lontane. L’effetto era strano davvero: mettendo l’orecchio sulle pareti della cisterna avevamo l’impressione che le loro voci nascessero dalla parete e fossero lì tra i fili sottili e fitti del muschio.
Ci guardammo ancora io e Lala abbozzando entrambi un sorriso per la meraviglia che avevamo appena scoperto. Anche quel vago profumo di glicine che la sua pelle emanava si faceva più grande ai miei occhi amplificato dall’eco.
Lo sguardo durò più a lungo.
La meraviglia frammista a una indecifrabile bellezza entrò nei nostri occhi con maggiore intensità.
Allora gridai a bruciapelo: “Daaaaaaario!”.
Il nome di Dario echeggiò, rimbombò nella cisterna che sembrava piena della mia voce. L’eco era così penetrante che tutti e tre sentimmo i nostri corpi come attraversati da un’onda. Ci sentimmo letteralmente “vibrare”. I capelli e i peli ovunque elettrizzati si muovevano in un tremolio.
In verità avrei voluto gridare il nome di Lala. Ma non avevo osato.
Quando di nuovo ci guardammo negli occhi esprimendo il piacere che avevamo provato a sentirci così penetrati dalla mia voce, mi feci coraggio, e con più intensità e più passione gridai il suo nome: “LAAAAAALAAAA”.
Lala riempì la cisterna di lei che si mescolava e si impastava con la mia voce. Il gioco ora si faceva più coinvolgente. Più disinvolto. I nostri corpi si erano fatti più vicini. Da lì a poco Lala mi attraversò davvero la pelle quando le sentii pronunciare, anzi cantare, con voce di sirena il mio nome: “PIEEEETROOOOO”.
Dario, attratto, entrò nel gioco anche lui gorgheggiando: “Lalaaaa”.
Giocammo a lungo a dire in tanti modi diversi i nostri nomi e il nome uno dell’altro immersi in sensazioni sonore che ci avvolgevano come un vestito d’acqua mostrandoci dell’uno e dell’altro una presenza lucente, cristallina, svelandoci con ali fatte di suono ed echi che diventavano carezze e si capiva perché Ulisse s’era fatto legare all’albero maestro della nave nello stretto d’acqua di Scilla e di Cariddi.
Cominciammo tutti e tre con le spatole a battere sui muri aggiungendo alle voci il ritmo e la musica metallica che riluceva. Presto si aggiunsero il sorriso e poi il riso e perfino le risate che risuonavano in un divertimento a rotta di collo. A un tratto, pieni di quel nostro piacere di ascoltarci, lo sguardo mio e di Lala si incontrarono. Restammo immobili, come sospesi, restammo immobili a scrutarci le voragini degli occhi a vicenda. Guardando i suoi occhi che mi avevano catturato come una calamita emisi un canto di vocali così modulato che io stesso rimasi stupefatto a sentirmi così intonato! L’avvolgevo tutta con la mia voce. Lei ascoltava con gli occhi. Sentivo il suo corpo farsi leggero, liquido, sciogliersi davanti al mio sguardo senza pudore. Quando l’eco avvolgente della mia voce fu sul punto di scemare lei prese un gran respiro senza mai togliere lo sguardo dai miei occhi incantati e rispose al mio canto con un canto suo di vocali e gorgheggi improvvisati. La sua voce femminile era un miele sulle mie labbra che ascoltavano. Le vibrazioni e l’eco scuotevano perfino le ossa. Non c’era più modo ormai di staccarsi da quello sguardo amoroso che ci teneva avvinghiati.
Per un momento un sopravvissuto barbaglio di realtà mi fece capire che Dario era rimasto fuori da quella nostra intimità. Anche Lala se n’era accorta. Forse, come me, avrebbe voluto chiamarlo, ma l’incantesimo ci impediva di tornare da lui. Non volevamo rischiare di perdere l’intensità dei nostri sguardi che ci tenevano inchiodati alla profondità marina dei nostri occhi perduti. E così restammo nel sogno concreto delle nostre voci che si cantavano avvolgendoci l’uno nell’altra in un dialogo di ugole vibranti. Solo vocali a fior di pelle sensuali e gorgheggi.
Lala sentiva il mio ventre turgido e i miei umori, e io sentivo l’odore intenso del profumo salino dei suoi inguini molli. Ci amammo per cinque ore in modo sublime cantando un lungo orgasmo senza seme regalandoci la voce all’ombra di un mare di onde sonore nel vuoto antro di una cisterna dove la mia eco e la sua sembravano persone con corpi di suono. Il nostro tempo trascorse per noi in quegli istanti come il tempo delle pietre. Fummo pietra e fummo acqua e terra e fuoco. Toccammo i pianeti e le stelle quando i polpastrelli delle nostre dita si incontrarono leggerissimi l’un l’altro avvolti dalla voce che scorreva nelle vene.
Un bacio, un bacio tenero, tenere labbra che ora si stavano dando l’addio, che l’addio davano a tutta quell’infinita intimità che avevamo toccato con voce.
Un bacio leggero posammo sui nostri occhi chiusi cantando.
Per la terza volta udimmo provenire dal pergolato la voce di Sandra che ci intimava di sbrigarci.
Dario si avviò verso la botola sulla scala di alluminio oscurando col suo corpo il fascio di luce. Ora toccava a noi. Chi sarebbe uscito per primo? Lei, o io?
Restammo a guardarci, per capire chi sarebbe salito alla luce per primo. Entrambi percepivamo che non era proprio la stessa cosa.
Quasi di comune accordo, ma senza capire perché, decidemmo con una straordinaria intesa inconsapevole, con una complicità raffinata e inspiegabile, che sarebbe salita lei per prima. 
Si arrampicò lungo i pioli della scala d’alluminio.
Compresi subito perché era salita per prima, compresi perché sorrideva di cuore.
Salendo sinuosa e lenta aveva voluto mostrarmi sotto la gonna le sue mutandine.
La guardavo dal basso ora. Cosce e mutandine mentre saliva.
L’ultimo suo canto delizioso. 
Mutandine che sinuose salivano. Ultimo regalo al mio sguardo.
Non appena ebbi anch’io raggiunto la botola sentii il fragore improvviso dell’acqua che si riversava nella cisterna. Sandra aveva aperto i rubinetti.
Un gorgoglio echeggiava sul fondo della vasca. L’eco dell’acqua saliva vorticosa.
Il sole era caldissimo alle due del pomeriggio.
Chiusi la botola di ferro. Risuonò.
Alzando lo sguardo verso la finestra di Sandra, al secondo piano della casa, vidi che la girandola colorata girava. Veloce veloce girava al venticello che si era alzato.

 
 

 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:37 )
 

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