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Michele Bertolotto - a ovest di andromeda PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Venerdì 22 Luglio 2011 16:02

 

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A OVEST DI ANDROMEDA

di Michele Bertolotto
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 febbraio 2006




Colonia 101, Monti a Ovest di Andromeda.

…Marzia lo scrisse perfino nel suo diario, quella notte, proprio sulla pagina che portava la data 12 febbraio 2177, scrisse: "Oggi abbiamo trovato un libro, un vero libro!"
Era un libro antichissimo. Il nonno di Marzia aveva raccontato una volta che, quand’era bambino lui, il suo bisnonno gli aveva detto che c’era stata un’epoca in cui tutte le storie e i racconti erano stampati su carta!
La cosa più incredibile era che si voltavano le pagine, che erano gialle e fruscianti, ed era buffissimo leggere parole che se ne stavano ferme invece di muoversi, com’era previsto che facessero: su uno schermo, è logico. E poi, quando si tornava alla pagina precedente, sopra c’erano le stesse parole che loro avevano già letto la prima volta.
- Mamma mia, che spreco - disse Claudio. - Quando uno è arrivato in fondo al libro, che cosa fa? Lo butta via, immagino. Il nostro schermo televisivo deve avere avuto un milione di libri, sopra, ed è ancora buono per chissà quanti altri.
C- Chi si sognerebbe di buttarlo via?
M- Lo stesso vale per il mio - disse Marzia. Aveva dodici anni, lei, e non aveva visto tanti telelibri quanti ne aveva visti Claudio. Lui di anni ne aveva quindici.
M- Dove l’hai trovato? - gli domandò,
C- In casa. - Indicò senza guardare, perché era occupatissimo a leggere. - In solaio.
M- Di cosa parla?
C- Di scuola.
M- Di scuola? - Il tono di Marzia era sprezzante. - Cosa c’è da scrivere, sulla scuola? Io, la scuola, la odio.
Marzia aveva sempre odiato la scuola, ma ora la odiava più che mai. L’insegnante meccanico le aveva assegnato un test dopo l’altro di geografia, e lei aveva risposto sempre peggio, finché la madre aveva scosso la testa, avvilita, e aveva mandato a chiamare l’Ispettore della Colonia.
Era un omino magro magro, l’Ispettore, con una faccia buffa e uno scatolone di arnesi con fili e con quadranti. Aveva sorriso a Marzia e le aveva offerto una mela, poi aveva smontato l’insegnante in tanti pezzi.
Marzia aveva sperato che poi non sapesse più come rimetterli insieme, ma lui lo sapeva e, in poco più di un’ora, l’insegnante era di nuovo tutto intero, largo, nero e brutto, con un grosso schermo sul quale erano illustrate tutte le lezioni e venivano scritte tutte le domande.
Ma non era quello, il peggio. La cosa che Marzia odiava soprattutto era la fessura dove lei doveva infilare i compiti e i testi compilati. Le toccava scriverli in un codice perforato che le avevano fatto imparare quando aveva sei anni e il maestro meccanico calcolava i voti a una velocità spaventosa.
L’ispettore aveva sorriso, una volta finito il lavoro, e aveva accarezzato la testa di Marzia. Alla mamma aveva detto: - Non è colpa della bambina, signora Franca. Secondo me, il settore geografia era regolato male. Sa, sono inconvenienti che capitano, a volte. L’ho rallentato. Ora è su un livello medio per alunni di undici anni. Anzi, direi che l’andamento generale dei progressi della scolara sia piuttosto soddisfacente. - E aveva fatto un’altra carezza sulla testa a Marzia.
Marzia era delusa. Aveva sperato che si portassero via l’insegnante, per ripararlo in officina. Una volta s’erano tenuti quello di Claudio per circa un mese, perché il settore storia era andato completamente a pallino.
Così, disse a Claudio: - Ma come gli viene in mente, a uno, di scrivere un libro sulla scuola?
Claudio la squadrò con aria di superiorità. - Ma non è una scuola come la nostra, stupida! Questo è un tipo di scuola molto antico, come l’avevano centinaia e centinaia di anni fa. - Poi aggiunse altezzosamente, pronunciando la parola con cura. - Secoli fa.
Marzia era offesa. – Beh, io non so che specie di scuola avessero, tutto quel tempo fa. - Per un po’ continuò a sbirciare il libro, china sopra la spalla di lui, poi disse: - In ogni modo, avevano un maestro.
C- Certo che avevano un maestro, ma non era un maestro regolare. Era un uomo!
M- Un uomo? Come faceva un uomo a fare il maestro?
C- Beh, spiegava le cose ai ragazzi e alle ragazze, dava da fare dei compiti a casa e faceva delle domande.
M- Un uomo non è abbastanza in gamba.
C- Sì che lo è. Mio papà ne sa quanto il mio maestro.
M- Ma va’! Un uomo non può saperne quanto un maestro.
C- Ne sa quasi quanto il maestro, ci scommetto!
Marzia non era preparata a mettere in dubbio quell’affermazione. Disse. - Io non ce lo vorrei un estraneo in casa mia, a insegnarmi.
Claudio rise a più non posso. - Non sai proprio niente, Marzia. Gli insegnanti non vivevano in casa. Avevano un edificio speciale e tutti i ragazzi andavano là.
M- E imparavano tutti la stessa cosa?
C- Certo, se avevano la stessa età.
C- Attenta, ora ti leggo cosa succedeva a volte, il bisnonno ha scritto degli appunti, devi sapere che a quei tempi lui era un bambino e quando usciva da scuola soleva andare a divertirsi, non è come ora dove nella camera degli ologrammi si possono ricreare ambienti e situazioni, allora erano gli uomini a crearli, a quel tempo c’erano anche delle persone che raccontavano storie!
M- Storie? E che storie?
C- Sì riunivano per strada con soli leggii e, sopra una tavoletta di legno battevano i piedi per esaltare le frasi…
M- E cosa centra la tavola di legno?
C- Amplificava quei rumori e rendeva la storia più accattivante, sei proprio stupida!
M- Uffa! Vai avanti, dai!
C- Dicevo… decantavano poesie, motti e quant’altro per intrattenere i ragazzi e gli adulti che si fermavano ad ascoltare..
M- Fantastico! Ora invece abbiamo solo registrazioni mnemoniche di voci computerizzate che ascoltiamo attraverso i caschi cerebrali… che tristezza! Ma dimmi, cosa dicevano queste storie?
C- Beh,... per esempio qui dice che c’era un Signore, che era il preferito di mio nonno, con una folta barba nera e una profonda voce che citava versi in dialetto siciliano…
M- Dialetto siciliano come la Sicilia? quell’isola del Pianeta Terra ormai sprofondata in mare?
C- Si, brava, proprio quella... provo a leggerteli anche se non sono molto bravo…
“SIGNORI E SIGNORE VI VOGGHIU CUNTARI LA STORIA DI CUMPARE TURIDDU, BANDITU E BRIGANTI CHE DI ‘GGUAI NE FICI TANTI!”
M- Bravo! Come mi sto divertendo! Un’altra, un’altra! Dai!
C- Eh sì, mi sono divertito anche io a imitare e provare… era tutta un’altra vita, senti qui un pezzetto in francese..
“Lundi mardi fête
Mercredi peut être
Jeudi les San Nicolas
Vendredi on ne travaille pas
Samedi ils font marché
Et dimanche la semaine c’est gagnée!”
Questa è di un certo Jaques Prèvert.
M- Bellissima! Che lingua strana…
C- Eh sì, era tutto diverso prima… prima di quella terribile malattia.. come si chiamava? Ah si! Aviaria! Pensa, dei semplici uccelli hanno sterminato milioni di persone e solo le colonie che sono riuscite a partire per Andromeda si sono salvate…
C- Era un’altra vita, un altro modo di insegnare, più diretto, più gioioso….
M- Ma la mia mamma dice che un insegnante dev’essere regolato perché si adatti alla mente di uno scolaro o di una scolara, e che ogni bambino deve essere istruito in modo diverso.
C- Sì, però loro a quei tempi non facevano così. Se non ti va, fai a meno di leggere il libro.
M- Non ho detto che non mi va, io - si affrettò a precisare Marzia. Certo che voleva leggere di quelle buffe scuole.
Non erano nemmeno a metà del libro quando la signora Franca chiamò: - Marzia! A scuola!
Marzia guardò in su. - Non ancora, mamma.
F- Subito! - disse la signora Franca. - E sarà ora di scuola anche per Claudio, probabilmente.
Marzia disse a Claudio: - Posso leggere ancora un po’ il libro con te, dopo la scuola?
- Vedremo - rispose lui, con noncuranza. Si allontanò fischiettando, il vecchio libro polveroso stretto sotto il braccio.
Marzia se ne andò in classe. L’aula era proprio accanto alla sua cameretta, e l’insegnante meccanico, già in funzione, la stava aspettando. Era in funzione sempre alla stessa ora, tutti i giorni tranne il sabato e la domenica, perché la mamma diceva che le bambine imparavano meglio se imparavano a orari regolari.
Lo schermo era illuminato e diceva:- Oggi la lezione di aritmetica è sull’addizione delle frazioni proprie. Prego inserire il compito di ieri nell’apposita fessura.
Marzia obbedì, con un sospiro. Stava pensando alle vecchie scuole che c’erano quando il bisnonno di suo nonno era bambino. Ci andavano i ragazzi di tutto il vicinato, ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme alla fine della giornata. Imparavano le stesse cose e si divertivano con gli artisti di strada, l’uomo dalla folta barba e la profonda voce, quello che citava in romanesco con un buffo pizzetto, quello in francese o in piemontese che sembrava una macchietta, quello che leggeva al contrario e quello smilzo cantastorie napoletane, così, dopo essersi divertiti, potevano darsi una mano a fare i compiti e parlare di quello che avevano da studiare.

E i maestri erano persone...
…venne riportata bruscamente alla realtà… L’insegnante meccanico faceva lampeggiare sullo schermo: - Quando addizioniamo le frazioni 1/2 + 1/4…
Marzia stava pensando ai bambini di quei tempi e a come dovevano amare la scuola. Chissà, stava pensando, come si divertivano… prese un forcina per capelli e la conficcò tra i chip dell’insegnante elettronico che non trasmetteva né gioia, né dolore, ne allegria, né tristezza… un bagliore prima di vedersi spegnere il grande monitor nero… una rivoluzione ebbe inizio quel 12 febbraio 2177 a ovest di Andromeda.

 
 

 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:38 )
 

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