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Maria Luisa Mauro - la chiamata telefonica PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Venerdì 22 Luglio 2011 15:45

 

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LA CHIAMATA TELEFONICA

di Maria Luisa Mauro
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 febbraio 2006




Doveva avere un senso. Se tutto ha un senso.
Il telefono aveva squillato alle due meno un quarto. O era il cellulare? Non lo sapeva, non aveva risposto, non aveva controllato. Quanti squilli? Quattro, cinque; forse sei. Aveva aperto gli occhi ed era rimasto ad aspettare nel buio. Richiameranno: chi poteva chiamare a quell’ora?

Quando i bambini erano molto piccoli, loro abitavano vicino alla ferrovia. Nella notte l’altoparlante annunciava i treni: - la voce, papà, - diceva Michi, che aveva due anni - ho sentito la voce - diceva.
Roma, Torino, Milano, Parigi, Zurigo. Allora i treni erano il mondo, come per il Belluca della storia.

E se non avessero richiamato? Cosa poteva essere? Soffocò l’ansia e accese una sigaretta; aspirava lentamente come nelle occasioni importanti.
Ma se non fumava più. Perché aveva le sigarette sul tavolo da notte?

Erano partiti: chi? Lui, sua moglie, i figli. Turisti, pendolari, viaggiatori, emigranti, stranieri.
La vita in Riviera ti intrappolava con le sue gabbie e le sue seduzioni; gli impegni, il lavoro, lo studio; la piazzetta alle sei del pomeriggio e la domenica mattina con le amichevoli chiacchiere, rassicuranti e maldicenti; i gesti ripetuti e il mare, quell’arco di cielo all’orizzonte che non avresti mai potuto lasciare.
Erano partiti. Insieme. Si erano gettati in quegli anni, quando tutto sembrava per cambiare. Ora che erano diventati adulti, i figli e loro, ora che erano adulti, erano di nuovo fermi a una stazione di partenza.

Milano: avevano creduto che non ce l’avrebbero fatta: l’affitto si mangiava metà degli stipendi, per quelle quattro stanzucce in un quartiere di periferia. E i bambini: le nonne lontane, i soldi non bastavano per le babysitter; corse pazzesche tra asili nido, scuole materne, elementari, autobus, ufficio, supermercati.
Ma erano gli anni folli delle esperienze colorate d’utopia. Conflitti sociali e solidarietà; assemblee e cene condivise, collettivi, compagni, amici.
Al cineclub, il giovedì sera, si potevano portare anche i bambini, a turno qualcuno li faceva giocare, finché non si addormentavano su quelle panchette disposte torno torno, nell’atrio.

Fine anni ’70, anni ‘80. A Parigi era stata una grande ubriacatura. E non si erano accorti della nebbia che calava uniforme, grigia, omologante.
Si erano tuffati nelle strade della città, nei musei, nei teatri; si erano lasciati travolgere dalle molteplici esperienze della metropoli, lavoro, arte, incontri, umanità diverse. Giovanna aveva scoperto la pittura, i ragazzi imparavano le lingue, facevano sport, scoprivano amicizie, giravano il mondo studiando.
Lui aveva fatto carriera: direttore commerciale, sempre in viaggio, non aveva più tempo per gli altri, per loro, per sé.

La Gio ora gestiva una galleria d’oggetti d’arte, gente varia, interessante o banale, serate all’insegna del nuovo, determinato dalle ultime mode. Si sentivano quasi ogni sera, passavano insieme qualche weekend.
I ragazzi lavoravano: uno informatico a Bruxelles, l’altro faceva musica elettronica in uno Studio Tv di Milano. I loro uffici quasi uguali, asettici, insonorizzati, grandi schermi, tastiere e onde elettromagnetiche. Il loro status sociale simile. A contratto. Indipendenti e precari.
Lui a casa. Su due piedi.. La Società aveva ridotto drasticamente: ristrutturazione della produzione, della rete commerciale, rinnovamento del personale.
A lui era andata bene: libero, tranquillità economica, rinato all’esperienza. Era tornato in Riviera. Ora il mondo era a casa. TV satellitare, la Rete.

Ora il mondo era a casa. Venerdì sera al nuovo Centro commerciale di Carasco aveva avuto un momento di smarrimento. Dov’era? Gli scomparti del Carrefour non erano disposti nello stesso identico modo di quelli del Supermarché di Lione? E il Mc Donald’s all’angolo non aveva proprio lo stesso arredamento di quello all’aeroporto di Toronto? E le finte piante tropicali intorno alla grande fontana non erano come quelle dei grandi magazzini Maci’s di Chicago? E le borsette, e i pantaloni, e i trucchi, il look della gente intorno. Il mondo era a casa, ma il mondo non era più riconoscibile.

Ormai non avrebbero più chiamato ma non importava. Aveva preso una decisione. Ora che erano tutti adulti, i figli e loro, ora ci avrebbe riprovato. Accese il computer: voli low-cost. India, Ceylon, Nairobi, Hong Kong , Shanghai, Rio de Janeiro, Buenos Aires.
Cliccò sulla posta elettronica. “Cara Gio, ho deciso, parto, non so per dove. Ti scriverò.”
Si rimise a dormire.
L’indomani sarebbe andato in piazzetta a salutare.

 
 

 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:39 )
 

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