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Maria Luisa Ramasso - proprio uno scherzo di carnevale PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Venerdì 22 Luglio 2011 15:37

 

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PROPRIO UNO SCHERZO DI CARNEVALE

di Maria Luisa Ramasso
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 febbraio 2006




Venezia, Febbraio 1984. Carnevale.
Eravamo partiti in 20 da Torino, con un autobus di quelli della SATTI che si affittano per le gite scolastiche.
Non eravamo una squadra di calcio. E neppure un Collegio per signorine. E nemmeno la Federazione Italiana Giovanile Comunista FIGC.
Non eravamo neanche un oratorio. Tutt’altro! Durante le nostre lezioni, sparlavamo a tutto modo di Dio e dei suoi santi.
E chi eravamo dunque? Una scuola di tecnica mimica, pantomima, conteur mimeur, clowns, buffoni, ciarlatani e… chi più ne ha più ne metta.
Decidemmo quell’anno di spassarcela nella tradizionale capitale italiana del Carnevale, ossia Venezia.

Ed eccoci dunque tutti e 20 nella tanto rinomata piazza S.Marco, coi suoi piccioni scesi in gran flotta attirati dai turisti, i quali, previdenti, si erano portati già da casa il becchime.
La folla dilagnava nella piazza immensa che pareva piccola piccola.
Sfilavano maschere d’ogni genere.
Vi erano molti E.T., Marco Polo, macchiette varie del cabarettista Giorgio Faletti, Sandokan e Marianna. E c’erano pure giovani vestiti da “paninari” e altri vestiti da “dark” - se poi lo fossero sul serio, beh, quello è affar loro; so soltanto che, a me personalmente facevano crepare dalle risate.

Noialtri, della nostra “squadra”, eravamo vestiti tutti da samurai e avevamo inventato - per sfilare davanti alla folla - un nostro gioco: due alla volta, con in mano ciascuno un tamburello, ci duellavamo, cercando l’uno di picchiare sul tamburello dell’altro. Fummo straapplauditi e ci chiesero più volte il bis.
Poi fu la volta delle maschere tradizionali: vi era un Arlecchino che faceva la ruota finendo a volo tra le braccia di una bellissima Colombina.
Poi si fece avanti un Pulcinella offrendo a tutti i presenti babà al rum.
E vennero - anch’essi direttamente da Torino (con una scritta made in Piemonte) – Gianduia e Giacometta. Gianduia reggeva tra le mani un tartufo e Giacometta distribuiva alla folla le tradizionali bugie.
Il dottor Balanzone, in veste di venditore di elisir, dietro a un carrello vendeva bibite dissetanti, dicendo ironicamente essere elisir contro il mal di denti.
Poi c’era - tra  le maschere - l’omino del paese dei balocchi con due ciuchini veri e due ragazzetti vestiti da Pinocchio e Lucignolo con le orecchie d’asino che fingevano di non riuscire a stare in piedi, mentre l’omino invitava i presenti a mordere una torta che all’avvicinarsi della “vittima” tirava fuori una lunghissima lingua facendo il verso della pecora.
Poi c’erano Biancaneve, Cenerentola, la principessa Aurora, il principe azzurro, Cappuccetto rosso con il lupo e… tanti altri personaggi.
A mezzanotte furono aperte le danze.
Ci mettemmo tutti in cerchio alternandoci uomo-donna. E al passo di danza, tutte le donne fecero quattro passi avanti e quattro in dietro. Poi fu il turno degli uomini, i quali finirono voltati ciascuno verso la dama alla propria destra. Quindi ciascuna coppia si prese sotto braccio facendo una giravolta di qua e una di là e dopo una passeggiata in cerchio, richiudendoci infine nel cerchio iniziale.
Ripetendo la sequenza più volte, fino a esaurimento della musica.
Poi furono suonate altre danze come valzer, mazurche, polche, tarantelle e… lo shake.
Erano le quattro del mattino quando si cominciava tra la folla a dar qualche segno di sonnolenza, ma si andò avanti ancora per un’ora.
Io, però, tutta insonnolita e infreddolita, mi avvolsi in un sacco a pelo che m’ero portato da casa e mi accoccolai sotto un porticato, davanti a un caffè ormai chiuso data l’ora tarda.

Nel sonno ero ancora con gli altri. Ballavo girando su me stessa.
E giravo, giravo, giravo… E l’atmosfera si fece nauseabonda. Sentivo un profumo dolciastro, mescolato a un odoraccio di formaggio gorgonzola puzzolente e a un aroma di mosto…
La luce si fece soffusa e dorata… Le maschere mi avvolgevano tutt’intorno…
Mi si parò dinnanzi un Arlecchino dagli occhi profondi e scuri e il sorriso buono.
Mi disse: - Ragazzina, che fai tutta sola qui fra queste montagne abitate da briganti?
- Non siamo in montagna - risposi - Siamo a Venezia e mi risulta che ci sia il mare. E non sono sola bensì con i miei amici.
- I tuoi amici?! - fece lui con una risata argentina -  Sono scappati tutti sulle rocce per sfuggire all’inseguimento dei lanzichenecchi.
- Lanzichenecchi? - domandai ridendo - Ma che dici? Non ci sono più ormai.
- Bimba - disse lui e a quell’appellativo sentii salirmi la rabbia. Mi irritava terribilmente sentirmi chiamare “bambina”. - I lanzichenecchi sono di tutti i tempi.
- Allora - feci  ironicamente - Dobbiamo aver paura della peste bubbonica?!
Arlecchino si fece serio serio: - Non dirlo neanche per scherzo - disse con aria di mistero - perché qui, tutto quel che dici, accade.
Non finì neppure la frase che sul mio polso sinistro comparve un bubbone.
E poi sulla mia mano destra. E poi sulla mia guancia sinistra.
Guardai Arlecchino spaventata. Lui sogghignando: - Hai visto? Tieni qua - disse sfilandosi la maschera dal viso - mettila. Ti restituirà l’immunità.
- E tu? - dissi preoccupata.
- Lesta. Altrimenti entro pochi istanti, sarai tutta coperta di bubboni!
Ubbidii. Dal cavo degli occhi, scrutai il viso di Arlecchino. Era giovane. Doveva avere solo tre o quattro anni più di me. Ecco, quasi una trentina.
Dopo pochi istanti sparirono i bubboni dal mio corpo. Gli restituii dunque la maschera.
- Dove sono i miei amici? - chiesi sgomenta.
- Vieni con me - rispose, ponendomi un braccio intorno alle spalle.
Ci sollevammo in volo e volteggiammo nell’aria e infine giungemmo in cima a una radura. Lì, Arlecchino mi mise tra le mani il capo di una fune tenendo l’altro capo nelle sue e mi calò giù per un antro.
- Oh, ma sei sicuro? - chiesi io, un po’ timorosa.
- Fidati! - disse lui schiudendo le sue labbra in una risata clownesca e dalla sua bocca sgorgò una fontana di coriandoli.
Questo mi fece ricordare il motivo per cui mi trovavo lì: il carnevale di Venezia. E mi rassicurai un poco pensando che poteva trattarsi di uno scherzo.
Dunque scesi con sicurezza. Ma il luogo ove atterrai non era altri che… Meravigliata mi guardai intorno… la palestra… ove solevamo fare lezione di mimo!
- Oh, Luisa - disse una voce alle mie spalle. Era Fabrizio - Dov’eri finita? Non ti trovavamo più.
- M’ero perduta - risposi confusa - Ma… Dove siamo? A Torino?
- Sì, a Torino. Proprio così - disse Franco - Su, ragazzi. Facciamo un po’ di riscaldamento.
E incominciò a spiegarci la tecnica del prendere l’oggetto in mano: guardo - vado a prendere - prendo - lascio - mollo - giro - guardo - vado a prendere - prendo - lascio - mollo - giro - guardo - vado a prendere…

Cullata da questa cantilena, mi risvegliai davanti al caffè sotto il portico e mi ritrovai avvolta nel mio sacco a pelo a mattina inoltrata.
I miei compagni erano lì accanto a me, anch’essi nei loro sacchi a pelo, che sonnecchiavano ancora.
Uscii dal sacco a pelo e mi stirai nelle braccia, sbadigliando e stropicciandomi gli occhi.
Poi riarrotolai il sacco a pelo, me lo caricai in spalla insieme allo zainetto e mi incamminai per le calli e i vicoli di quella città acquatica.
Giunsi a un canale. Qui sostai. Posai a terra lo zainetto e il sacco a pelo e mi chinai sull’acqua limpida di quel canale.
Nello specchio dell’acqua, vidi il mio viso riflesso e dietro v’era… quegli occhi scuri e profondi, quel sorriso buono che avevo visto in sogno… E quegli occhi, coperti dalla maschera nera, col nasino schiacciato da Arlecchino… Come può essere, mi chiesi sorridendo.
Mi voltai in dietro incredula e titubante. Non c’era nessuno. Nessuno.
Riguardi nuovamente  lo specchio dell’acqua e vidi ancora riflesso, dietro al mio volto, il volto di Arlecchino.
Allora capii. Raccolsi zaino e sacco a pelo e ritornai là nel luogo ove avevo lasciato i miei amici ancora dormienti. Non li trovai più distesi sul selciato a sonnecchiare, ma dentro il caffè, seduti a un tavolo, che consumavano la loro colazione.
- Oh, Luisa - fece Fabrizio - Dov’eri finita? Non ti trovavamo più.
Mi sedetti accanto a lui e gli appoggiai confidenzialmente il gomito sulla sua spalla, dicendogli con un sorriso ironico: - M’ero perduta!

 
 

 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:39 )
 

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