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Franco Pariante - missione orologiaio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Venerdì 22 Luglio 2011 15:28

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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MISSIONE OROLOGIAIO

di Franco Pariante
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 febbraio 2006




Senza sapere né dove né come, quella mattina aprii gli occhi con un gran cerchio alla testa. Ci vollero tre quarti d’ora buoni per capire che ero sdraiato su di una panchina nel giardino antistante la stazione di Bologna con due piccioni appollaiati sulle scarpe, come delle impertinenti sentinelle. Anzi, sulla scarpa, visto che qualche bisognoso doveva aver fatto shopping attingendo al mio guardaroba senza curarsi minimamente del fatto che lo stessi indossando. Forse avevo festeggiato un po’ troppo, forse avevo perso la cognizione del tempo, dello spazio, la ragione, ma una volta inquadrati i fetidi uccellacci ebbi un sussulto di terrore, come se le due grigie figure alate fossero state una coppia di avvoltoi in paziente attesa che smettessi di respirare. Mentre svogliatamente spiccavano il volo mi parve di scorgere delusione nelle loro espressioni…
Per me il luogo era la stazione di Bologna solo perché continuava a echeggiarmi nella testa un odioso “blin-bloonn... ...Bolognastazionedibolognaèinarrivosulbinariotaletalaltrotrenoprovenienteda…”.
Conclusi di essere a Bologna. Alla stazione. Su di una panchina fredda e dura.
Mi è sempre piaciuta Bologna. Così viva, così fortemente impregnata di fermento culturale. Peccato che vivo a Londra. E non ho mai spiccicato una parola d’italiano all’infuori di pizza e mandolino. Ma immediatamente non mi posi il quesito di cosa ci facessi lì, la prima domanda che mi sorse spontanea fu, in perfetto dialetto bolognese: ”Veh, ma che ora abbiamo fatto...”.
Per niente inaspettata la risposta giunse repentina: “L’è appena partito il rapido delle 10, saranno quasi le 11.15 tenendo conto del ritardo.”
Voltandomi lentamente nel mio campo visivo entrò un omaccione barbuto e lercio come un cumulo di stracci con due occhioni azzurri e sorridenti contornati da un florilegio di rughe che rendevano la sua espressione allegra e rassicurante.
“Toh, prendi, mastica un po’, che poi ti sembra di aver fatto colazione” mi disse porgendomi una cosa che a prima vista sembrava essere del cioccolato, ma che al palato si rivelò un pezzo di cuoio bruno che, fra l’altro, doveva già essere stato masticato innumerevoli volte. Mentre ciucciavo la suola come un bambino nella culla, iniziarono ad affiorare nel fangoso e malsano acquitrino della mia mente una serie di domande.
Treno?
Stazione?
11.15?
Bologna?
Accidenti, avevo un appuntamento due ore fa con il direttore a Manhattan!
Direttore?
Manhattan?
Il corso di shiatsu inizia tra un’ora, ho ancora il tempo di portare i bambini al nido se non m’imbottiglio nel traffico del raccordo anulare…
Shiatsu?
Bambini al nido?
Traffico del raccordo anulare?
Nooo, sto sognando, tra poco mi risveglierò dalla sbornia nella mia cara botteguccia di fabbro della Londra secentesca e, dopo aver immerso la testa nell’abbeveratoio, mi rimetterò al lavoro, ho ancora tutti i cavalli del Conte da ferrare e strigliare…
O forse il sogno era quello. Dopotutto qui non mi trovavo a disagio, mi sentivo immerso nell’accogliente realtà di tutti i giorni. Forse ieri ho avuto fortuna con le elemosine e le bottiglie in cui ho investito le mie ricchezze hanno fatto il loro allucinogeno dovere.
Si, era questo, la Londra del seicento, Manhattan, lo shiatsu, erano delle proiezioni della mia mente, mi complimentavo quasi con me stesso per le fantastiche storie che riuscivo a immaginare durante i deliri alcolici!
“Dai, Orologiaio, se non ci muoviamo alla mensa dei poveri troviamo una coda infernale e non ci resta neanche una carota da sgranocchiare, e poi devi darti una pulita, se per caso arrivasse la tua adorata figliola non sarebbe per niente contenta di trovarti in questo stato!”. Sentirmi apostrofare così dal mio compagno di sbronze mi fece uscire dal torpore immediatamente, aveva ragione, avevo atteso l’apparizione di quella graziosa bambina per anni, oggi doveva essere il giorno giusto, me lo sentivo. Ci dirigemmo zoppicanti e barcollanti verso il ricovero dei senza tetto speranzosi, pregustando l’unico pasto caldo della giornata, coda permettendo, e questo ci riempiva di un’insolita euforia. Il sole ci scaldava, le articolazioni doloranti iniziavano a rispondere ai comandi e la cosa ci pareva un regalo del cielo. Oggi sarebbe stato un gran giorno, tra noi l’atmosfera era elettrizzante, i reumatismi non sbagliano mai!
Il tempo passato in coda trascorse rapidamente tra le battute delle vecchie sorelle Kessler (soprannominate così da tutti dopo quello spettacolino improvvisato durante le manifestazioni operaie dell’anno passato) e il pasto frugale ci sembrò un pantagruelico banchetto dopo giorni passati a masticare cuoio. Il Commendatore, come al solito, raccontava di quando nella sua fabbrica di piastrelle tutto andava a gonfie vele e di come la moglie lo aveva abbandonato quando la crisi energetica aveva gettato sul lastrico lui e tutti i suoi operai, e intorno a lui una platea sonnacchiosa era in continua trasformazione: chi si annoiava cambiava posto sfuggendolo e chi era in piedi in attesa si appropriava in fretta dei posti liberi pentendosene quasi contemporaneamente.
“Commendatore, dì, non hai mai pensato di farci un film con la tua storia?” gli chiese il mio amico Sam ancora in preda della nostra ebbrezza alcolica “risolveresti i problemi di insonnia delle platee di tutto il mondo!”.
“Pensa alle tue, di storie, che non sai nemmeno quando sei nato, straccione!” ribatté il Commendatore sentendosi punto nel vivo. Col suo grande sorriso Sam placò istantaneamente ogni tensione e disse versandogli del vino “Dai, continua che stanotte non ho dormito granché, la tua tiritera mi culla come un bimbo in fasce, chissà che non riesca a ricordarmene!”.
Dopo ore passate a scherzare con il popolo invisibile, io e Sam ci dirigemmo verso i binari in cerca di qualche vagone fermo in cui trovare un po’di calore residuo e qualche oggetto smarrito da rivendere ai viaggiatori in transito. Scrutavamo i volti della gente in cerca di un’emozione o di una faccia conosciuta, tanto per sentirci parte del mondo, ma gli sguardi che incrociavamo fuggivano rapidamente agli orologi o al cielo, quasi a tentare di cancellare quella nota stonata che rappresentavamo mentre barcollando attraversavamo la visuale che i passeggeri in attesa nella sala di prima classe avevano sulla stazione febbricitante.
“Dì, Orologiaio, guarda come ci evitano, se solo sapessero…”
“Sapessero cosa?” risposi “per loro siamo trasparenti, non contiamo niente.”
“Ma tu lo sai perché ti chiamano così o davvero non ricordi niente?” mi disse con tono scherzoso “è possibile che ogni volta che ti sbronzi dimentichi la tua missione? A volte il mio ruolo mi sembra tanto inutile, mi sembra di non aver insegnato niente a voialtri!”
Sam era preso da un delirio di onnipotenza classico dell’alcoolista all’ultimo stadio e non diedi peso alle sue parole, distratto da una bellissima bambina con un cappottino azzurro cielo che mi fissava sorridente attraverso la vetrata. Finalmente l’avevo trovata, era sicuramente lei, tutto questo girovagare nella fredda realtà trovava dunque un senso, come il compimento di una missione.
La mia bambina…
Il mio sguardo improvvisamente venne attratto da un pacco che faceva capolino da sotto una delle eleganti poltrone imbottite della sala di attesa e proprio mentre percepii che l’impercettibile ticchettio che ne scaturiva si arrestava per dar luogo a una devastante esplosione, ebbi un’illuminazione:
“STOP!!!” gridai.
Tutto si arrestò istantaneamente, persino le schegge impazzite che già fendevano l’aria in cerca di vittime da macellare.
Corsi a prelevare la bimba e la portai in salvo, lontano da quella che da lì a poco sarebbe diventata una carneficina, e lasciai che il tempo continuasse a scorrere inarrestabile nell’insensibile e implacabile letto che lo incanalava.
Sentii la voce di Sam che, risuonandomi nella mente, nel corpo e nell’anima con tono di rimprovero, diceva:” Bravo, e ora? Lo sai che la discendenza di quella bimba sarà un pilastro determinante per il raggiungimento della pace in questo mondo di stolti mortali, no?! E il libero arbitrio? Cosi la darai vinta al Bene, benedetto Orologiaio, il Male mi coprirà di proteste! Ti ho detto infinite volte che ti ho creato solo per governare il Tempo, devi essere imparziale!”
“Mi dispiace, Capo” risposi sovrappensiero col sorriso e lo sguardo persi nell’azzurro del cielo ” Se il Male protesta digli pure che sono matto…”

 
 

 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:42 )
 

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