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Flavio Bignone - la vita a volte è racchiusa... PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Venerdì 22 Luglio 2011 15:18

 

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LA VITA A VOLTE È RACCHIUSA

in quattro lettere, spedite o ricevute, che parlano di

Vicinanza

Incarichi

Tradimento

Amicizia


di Flavio Bignone
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 febbraio 2006




Non so voi, ma io ho sempre nutrito una ostile diffidenza per la mia cassetta postale. Ho sempre visto questo parallelepipedo di legno misto metallo plastica vetro (con tanto di miei dati anagrafici incisi a fuoco, in maniera indelebile), come un grandefratellesco strumento col quale il mondo intero poteva entrare nel mio cervello per insinuarvi i più disparati stati d’animo, infliggendo le più acute sofferenze (quasi sempre), oppure dare qualche piccola gioia (quasi mai). 
Ho detto di avere sempre avuto questa avversione per la posta, in realtà tutto iniziò dopo che ebbi imparato a leggere (altrimenti che rottura di coglioni potrebbe rappresentare la corrispondenza?), e il fatto tragico è che io fui in condizione di decifrare quell’insieme di geroglifici che uniti insieme si chiamano parole già dall’età di tre anni. Non ci credete? Probabilmente non avete mai conosciuto un genio. Ho sentito che qualcuno di voi ha mormorato: “E continueremo a non conoscerlo anche dopo averti incontrato”. Costoro sono l’esempio vivente che molto spesso la maggiore soddisfazione di una scopata la si riscuote subito, e non dopo nove mesi come un assegno postdatato.
Ma lasciamo perdere queste illazioni. I fatti che mi sono accaduti non ammettono commenti da estranei che non hanno condiviso le mie pene. Torniamo ai miei tre anni. In quel periodo, ogni volta che i miei genitori mi portavano a spasso dovevano subire le mie infantili imposizioni (che quindi non ammettevano repliche) ogni volta che si passava davanti a una edicola. Finché non avevo finito di leggere tutti i titoli di testa dei giornali in mostra, trascurando le stupide riviste che basavano la loro tiratura sulle foto di donne più o meno vestite, e finché non avevo risolto tutti i giochi enigmistici sulla prima pagina dei periodici esposti di quel settore, non c’era verso di farmi staccare dal chiosco dei giornali.
Voi penserete che io costringessi i miei genitori a lunghe soste di ore. Macché, dopo circa un quarto d’ora ero pronto a riprendere il cammino per andare a fermarmi, durante la nostra passeggiata a tappe, alla prima libreria che mi capitava a tiro: a quel punto la storia ricominciava da capo. Mio padre e mia madre, mentre ero assorto nella lettura delle prime e delle quarte di copertina dei libri in esposizione fuori del negozio, si guardavano negli occhi e, tacitamente (altrimenti li avrei zittiti perché mi distoglievano), si scambiavano dei messaggi atteggiando il volto a espressioni che volevano dire: ”Dobbiamo preoccuparci?” “Mah, forse tra qualche tempo gli passerà”.
A casa, a tavolino, i miei genitori programmavano sulla carta degli itinerari che evitassero tutte le edicole e le librerie della città e che passassero, invece, vicino a negozi di giocattoli, o a piazze dove facevano bella mostra giostre multicolori che attiravano a sé i bambini (ma dovrei dire i loro genitori) come le calamite attraggono il ferro, o, per usare una similitudine che faccia controcultura, come l’odore dell’incenso fa da richiamo per i credenti affinché affluiscano numerosi in chiesa.
Però questo stratagemma non sortiva l’effetto voluto dai miei procreatori, dal momento che anche nel percorso strategico studiato come fosse un sistema di accerchiamento del nemico, io riuscivo a eludere le loro intenzioni: i muri delle strade pullulavano di manifesti di ogni colore, dimensione e contenuto, e questi, per un appassionato di lettura come me, rappresentavano un invito a nozze (ho usato una pessima metafora: io detesto i pranzi di matrimonio).
Ben presto i miei genitori diventarono antipatici ai loro omologhi dei miei compagni di scuola. Questi ultimi, raffrontati a me, potevano rappresentare una intera classe differenziale che avesse bisogno di un insegnante di appoggio. Non era colpa mia, io non facevo altro che esprimere quello che il mio cervello mi suggeriva, senza riflettere che stavo creando una profonda voragine tra me e i miei coetanei, per non parlare (ma questo l’ho già detto) dei rapporti che intercorrevano tra i nostri genitori durante i loro incontri periodici con gli insegnanti.
Il direttore didattico propose, dopo aver consultato e ottenuta l’approvazione del  Provveditore agli studi, di passarmi direttamente dalla prima alla quinta elementare. Non perché il mio bagaglio di sapere fosse solo al livello del più alto grado delle scuole elementari (ci voleva altro per me), ma perché i miei genitori, sempre più in allarme, volevano crearmi dei freni che limitassero il mio incremento cerebrale, come se si volesse rallentare la corsa di un motoscafo che va troppo forte facendogli trainare delle ancore gettate in acqua e che raspano il fondo. Rimanendo in questo paragone, devo dire che come il motore della succitata imbarcazione rischia di andare in malora dopo poco tempo, così io, inserito in una quinta elementare, ogni giorno rischiavo di prendere delle sberle (anzi, le prendevo) dai miei compagni durante la ricreazione, quando il maestro non c’era.
Se in prima agli altri bambini facevo fare la figura degli asini, senza però che costoro potessero mettere in atto delle rappresaglie contro di me, in quinta invece ai ragazzotti della mia classe non andava a genio avere a che fare, oltre che con un maestro (che dovevano tollerare per la differenza d’età), anche con un professore (che potevano non tollerare poiché la differenza d’età era a loro favore).
Fu in questo periodo che iniziarono i miei primi contatti conflittuali con la cassetta delle lettere. Non passava giorno che all’interno di quell’infernale contenitore, posto nell’atrio del mio palazzo, non vi fossero, insieme alle fatture da pagare, all’insulsa pubblicità, alle associazioni filantropiche più o meno religiose che chiedevano soldi, anche degli insulti al mio indirizzo (frase con doppio senso).
“Senti, piccola caccola, perché non ti accanisci con i macachi come te?” Sarebbe stato un magnifico esempio di allitterazione, se non fosse che quella figura retorica (tra le mie preferite) veniva usata per denigrarmi.
“Ehi, secchione pieno di merda, vai a vivere in una fogna perché la tua puzza si disperda”. I miei diffamatori erano anche poeti, sebbene la rima baciata non sia espressione della migliore poesia.
Potrei citare altri messaggi più o meno in tono con quelli qui sopra riportati, ma vi fareste una cattiva opinione sia dei mittenti sia del destinatario. Già, come si poteva dare torto a dei ragazzi che stavano freneticamente sviluppando i loro collegamenti sinaptici, delle creature che si trovavano in una delicata fase di trasmissione d’impulsi da un neurone a un altro, grazie alla continua formazione di neurotrasmettitori che agivano sui loro specifici recettori?
Io per i miei compagni di classe rappresentavo l’umiliazione degli sforzi dei loro circuiti cerebrali, sottoposti a un forte carico di stress durante la difficile età che stabilisce “chi prenderà il sopravvento su chi”. Questo è il momento topico, cruciale, dei “vincitori e vinti”, e io rappresentavo il primo termine di confronto in questa dicotomia, colui che a livello di impostazione cerebrale relegava tutti quanti nel secondo termine della stessa.
Per questo, della mia famiglia, chi più soffriva per queste missive anonime erano proprio i miei genitori, i quali pensavano io rappresentassi l’anello debole della catena esistenziale che mi legava alla società cui io appartenevo, ignorando che invece ero quello più solido. Allora forse la pensavo come loro, ma non passò molto tempo prima che io comprendessi che un anello può essere una struttura autosufficiente e che non è necessario diventare la maglia di una catena, per quanto robusta, per essere motivati e gratificati dall’essere un insieme ordinato di elementi che può stringere e costringere chicchessia con la forza di quel legame: una catena si spezza facilmente; un anello, da solo, subisce la stessa sorte con molta più difficoltà.
Una cassetta postale può diventare un nemico non solo trasmettendo al tuo mondo interno comunicazioni da quello esterno, ma lo può fare anche rimanendo desolatamente vuota, indice che nessuno, fuori del tuo mondo, ti sta cagando (ogni tanto uso termini che avviliscano la mia immensa cultura, troppo piena di sé).
Per accontentare i miei genitori facevo sforzi notevoli per comprimere il mio sapere in qualche angolo remoto della mente, cercando di dimenticarvelo, come se non esistesse. A volte per lunghi periodi (mesi), riuscivo ad adeguarmi all’idiozia generale che mi circondava, sino a compenetrarmi con essa. Era un effetto straordinario, perché io non ero più io, ero quello che avrei sempre voluto essere quando ero bambino: uno come tutti gli altri. Ma bastava che, per una banale circostanza, io mi trovassi insieme ad amici davanti alla televisione, dove una stupida trasmissione a quiz proponeva ai concorrenti domande di una facilità per me elementare, ma che il conduttore televisivo spacciava per difficili, ed ecco che il tutto si trasformava in un richiamo memoria che andava a scovare all’istante le risposte in quell’angolo remoto della mente che dicevo prima.
Non era normale che un ragazzino di undici anni avesse tutta quella “roba in testa”, per cui da lì all’essere evitato come un anormale il passo era breve: dovevo allora ricominciare tutto daccapo per riconquistare una credibilità di imbecille per essere nuovamente accettato, ma col passare degli anni la cosa diventava sempre più difficile, poiché non ero più disposto a essere un deficiente per sentirmi circondato da simili. Per questo, quando ero nell’età dell’adolescenza, iniziai i lavori per costruire una strada che mi portasse all’autoemarginazione, e dai lavori di scavo a quelli di asfaltatura non passò molto tempo.
Fu quello il periodo della cassetta postale vuota: né lettere, né cartoline, né auguri. Provavo anche un po’ di nostalgia per i biglietti di insulti ricevuti alcuni anni prima, almeno quelli mi facevano sapere che qualcuno, anche se in forma negativa, stava pensando a me. Cercavo rifugio nell’arricchimento del mio bagaglio personale di nozioni, spaziando dentro innumerevoli materie, ma a farmi le domande per verificarne la consistenza era sempre una sola persona: me stesso, e ovviamente le risposte richiedevano un ulteriore approfondimento che ampliava la mole dei miei archivi mentali.
Una complicazione che non avevo previsto fu che non riuscivo più a dialogare neppure con i miei familiari, che impostavano la vita su principi troppo elementari e che quindi non condividevo più. Un’altra valvola di sfogo si era così fulminata e il mio circuito in pressione andava via via raggiungendo livelli di guardia.
L’età dell’adolescenza è una parentesi che racchiude una quantità di stimoli tale da poter determinare in buona parte che cosa un uomo (inteso come genere umano) sarà in grado di essere. Io sapevo bene cosa volevo diventare, ma non ero sicuro che fosse la scelta migliore. Inoltre pensavo che per fare colpo sulle ragazze bastasse semplicemente dimostrare la mia capacità di pensiero: un faro che avrebbe illuminato nella notte della vita il cammino segnato dal loro destino. Il guaio era che, ogni volta, la ragazza di turno si rendeva conto che il cammino segnato dal suo destino non incrociava quello segnato dal mio: ergo, punto e a capo.
Occorreva cambiare tattica, perché nella cassetta postale lo spazio libero lasciato da chi non aveva niente da dirmi stava diventando preoccupante. Mi vergogno a dirlo, ma una volta mandai una lettera a me stesso, nella quale fingevo di essere un mecenate che era disposto a elargire una ingente somma a chi avesse sciolto un suo grande dubbio esistenziale, che veniva espresso all’interno della lettera stessa, ed era:
“CHE COS’E’ LA VITA?”
Io allora mi risposi con una successiva lettera a me indirizzata (che in quel caso diventavo il mecenate), e mi dissi:
“LA VITA È UN FUNGO”
Il mecenate (io) mi riscrisse, affermandomi:
“LA TUA RISPOSTA MI PIACE. SEI VICINO A VINCERE LA SOMMA. PERÒ MI DEVI SPIEGARE PERCHÉ LA VITA ÈUN FUNGO.”
La mia lettera successiva riportò la risposta, che io mecenate ero in ansia di ricevere. Quando la aprii potei rendermi conto che cosa il me stesso filosofo aveva da dirmi come spiegazione finale, ed era questo:
“MAH!”
Per chiuderla lì il mecenate scrisse l’epistola conclusiva dicendomi:
“BRAVO! HAI VINTO UN MILIARDO DI “VAFFANCULO”.
Se non altro avevo provato l’emozione, per alcuni giorni, di aspettare posta.
Diventando impellente la voglia di leggere il contenuto di una qualche missiva che già non conoscessi, per essere stato in contemporanea il mittente e il destinatario, iniziai a compilare numerose domande di lavoro: avevo deciso di smettere di studiare.
Non ve l’aspettavate, vero? Riuscite a immaginare un genio che decide di implorare qualcuno perché lo assuma, invece che mettersi sul piedistallo e guardare in basso con disprezzo tutti coloro che lo scongiurano, affinché lui offra a uno di essi l’onore di essere il suo datore di lavoro? Anche se vi apparirà incredibile, proprio questa fu la decisione finale: soddisfazione dei genitori, che finalmente poterono pensare: “Nostro figlio è umano.”
A ogni rientro a casa, la cassetta della posta diventava il tesoro delle favole da raggiungere e conquistare. “No, oggi non ho trovato lo scrigno, cercherò di trovarlo domani”. E domani... “Evviva, ho trovato uno scrigno, apriamolo”:
“Abbiamo ricevuto la Sua domanda di assunzione. Siamo spiacenti di comunicarLe che al momento il nostro organico è al completo. Se in futuro si presentasse l’occasione, terremo nel dovuto conto la Sua domanda...”
Lo scrigno era vuoto...
“Non perdiamoci d’animo, dopotutto sono un genio. Appena lo verranno a sapere litigheranno per avermi. Per il momento, posso anche fare il barista, intanto so già che non durerà molto”. Questo era il pensiero che mi faceva star buono, “a cuccia”.
“Ma come! Un giovane colto come lei che fa il barista?”
Mi ero lasciato andare con un cliente che volendo farmi sentire la sua superiorità, una volta saputo il mio nome, aveva affermato:
“Oh... Lo stesso nome dell’inventore della bussola!”
Non potei trattenermi dal dirgli:
“Non è esatto. Diversi secoli prima di lui, conoscevano già l’uso della bussola i cinesi.”
E poi gli spiegai sotto quale dinastia di quale imperatore la scoperta era stata fatta. Da cui il suo commento. Restava sempre il fatto che in calzoni neri, giacca bianca e farfallino, abbigliamento che tuttora detesto, c’ero io, mentre lui poteva indossare tutti i blue jeans con le toppe nel culo che voleva (avete notato che il mio lessico è peggiorato?).
Mi sto rendendo conto che state soffrendo a pensarmi barista, per cui taglio corto e vi dico che in quella benedetta cassetta della posta mi arrivò una richiesta di colloquio per una assunzione di lavoro. Credete forse che un genio come me potesse fallire? Ovviamente no. Così gettai calzoni neri, giacca bianca, farfallino e i “Cosa desidera signore?” alle ortiche, ma non mi sono mai messo blue jeans con le toppe nel culo: solo per una questione di stile, non per vergogna, anzi non so neppure cosa sia il pudore. I canoni che ho impostato nel mio data base etico, non tengono conto di regole imposte da istituzioni (potete leggere chiesa cattolica e governi clerical destrorsi) che in fatto di moralità hanno tutto da imparare, e che invece non hanno nemmeno la decenza e l’onestà di evitare l’ipocrisia.
Diventai un impiegato. Pensate, un essere umano che era partito per essere unico nel suo genere, finì per diventare un oscuro lavoratore immerso in una sfera di cultura grande quanto il pisello di un ameba, e sommerso da incombenze e incarichi che smantellavano, giorno dopo giorno, mattone dopo mattone, la sua funzione di faro. Adesso riuscivo a malapena a considerarmi un lumino, che non ha lo scopo di emanare raggi di luce, ma solo infondere una profonda mestizia.
La cassetta delle lettere mi offrì una variante: la lettera mi avvisava della mia prossima visita di leva, per poi avere l’onore di difendere la patria. Non sarete d’accordo con me, ma io ritengo il servizio militare una grande stronzata (la genialità comincia a dare segno di cedimento, e partono termini tipici del volgo). Come obiettore di coscienza, evitai di imbracciare le armi e prestai il mio ausilio a chi aveva più bisogno di spirito umanitario piuttosto che di ardimento bellicoso. Non dimenticherò mai quell’esperienza, dove rivisitai e ridimensionai il ruolo che un genio deve avere in mezzo a coloro che hanno più necessità di salute che di cultura.
Finito un capitolo, se ne apre subito un altro, a eccezione di quello finale. A volte alcuni capitoli si assomigliano tra loro, e un bravo scrittore li deve condensare, gettare via l’enorme materiale di scarto e tenere solo il poco che fa bene alla memoria nel ricordarlo, e al lettore nel condividerlo (a volte), immedesimandosi nel racconto.
Vi parrà strano, ma in un ambiente di lavoro si creano legami di amicizia profondi. Sono rari, ma proprio per questo diventano importanti. Come se trovandosi all’inferno, si facesse la conoscenza di chi in vita aveva commesso i nostri stessi peccati: in compagnia si soffre di meno (ma non ho la certezza che all’inferno si soffra, mentre in quel posto di lavoro ne avevo la conferma tutti i giorni). Detto questo, vado a dirvi di un fatto che dimostra quanto ci sia di ironico, per non dire sarcastico, nel destino di un uomo.
Non so se l’essere stato un obiettore di coscienza avesse influito, ma nell’azienda statale nella quale lavoravo, al mio rientro dopo la parentesi della ferma obbligatoria, il mio incarico era stato assegnato ad altri. Mi trasferirono all’ufficio posta, dapprima come fattorino, ma poi, emergendo la mia genialità, ne diventai il responsabile. Capite cosa significa? Io, che in un periodo cruciale del mio recente passato cercavo in una misera cassetta postale domestica uno stimolo, un significato da dare alla mia vita, attraverso un insulso rettangolo di carta farcito di vocaboli, ora ero immerso dalla posta, da vagoni di posta quotidiana che doveva essere smistata nell’arco di poche ore.
Il genio non muore mai. Anche una grossa azienda statale non poteva fare paura a un uomo come me, che aveva sempre sottomesso al suo amor proprio i sacri comandamenti che regolano il vivere civile, grazie alla sua capacità di considerarli con spirito critico e di ribellione, anche se passiva.
Lo scontro non mi faceva paura, così lanciai la sfida. Un solo Davide contro dieci Golia. Gli scommettitori mi avrebbero dato perdente almeno cento a uno: per chi non fosse addentro nella materia, significa che puntando al botteghino delle scommesse cento euro su Davide perdente (o i dieci Golia vincenti),  il risultato era così scontato che si sarebbe vinto un solo euro.
Se davvero i bookmaker avessero stabilito delle quote per scommettere su quello scontro, chi avesse puntato su di me vincente avrebbe vinto una barcata di soldi. Infatti così avvenne, anche se soltanto in seconda assise, poiché nella prima i giudici si lasciarono influenzare dall’importanza dell’azienda statale e mi dettero perdente nel match ai punti, non per KO tecnico.
Amen. Fine della mia carriera (ironia) all’ufficio postale: altro capitolo chiuso. Ripresi a coltivare gli entusiasmi per la mia cassetta delle lettere quando mi pervenne il telegramma che ero reinserito nel mio precedente lavoro (ogni tanto qualche piccola gioia).
Il fatto che mi relegarono a lavoretti insignificanti, con un responsabile che sarebbe stata un’ottima caricatura da prendere per il culo in uno spettacolo di cabaret, non significa niente: il genio rimane anche se circondato dall’ottusità generale, anzi, emerge ancora di più.
Lo sapete che il genio non si abitua mai a se stesso? E che anche in mancanza di allenamento la genialità galleggia sempre, come un sughero, anche in un mare in tempesta? Archiviato il caso della mia attività lavorativa, che aveva ormai la mera funzione di garantirmi la sopravvivenza con degli omaggi in denaro a fine mese, occorreva adesso impostare tutto il resto. Punto primo la sessualità. Dopo gli insuccessi già descritti, non avevo più intenzione di ricevere altri rifiuti, non era decoroso per un campione della razza.
Curai così la mia immagine sino a rendermi geloso di me stesso: come (perché) avrei potuto (dovuto) tradirmi con una ragazza? Le tempeste ormonali cui il mio organismo da tempo era sottoposto mi suggerivano i motivi e i metodi. Misi in cantina la mia genialità, eccetto quel poco che mi serviva per raggiungere i miei scopi.
Volevo andare per le spicce, saltare tutti i preamboli, così iniziai ad acquistare riviste per cuori solitari, dove la domanda e l’offerta di quel genere di consumo (che per fortuna non si consuma mai) era molto alta. Sapevo propormi nel modo giusto, ed è curioso il sistema col quale riuscivo a farlo: semplicemente scrivevo nelle mie lettere tutto il contrario di quello che pensavo. Fu un successo. Nella mia cassetta postale si accumulava posta rosa che dopo non molto tempo diventava a luci rosse.
Sex and the city. Le occasioni si sovrapponevano e io stavo recuperando tutti gli arretrati con i dovuti interessi. Nelle lettere ricevute erano allegate fotografie prese con l’autoscatto dove la merce in esposizione era garanzia di una offerta lancio. Certo, a volte tra la corrispondenza hard trovavo anche inviti a me rivolti da appartenenti al mio stesso sesso, ma la cosa era solo simpatica senza creare complicazioni: era sufficiente lasciare inaridire quel filone senza alimentarlo con le missive di risposta.
Sesso e amore. Questo tema ha promosso numerosi e interminabili dibattiti che non hanno mai trovato una risposta definitiva, che invece a quell’epoca io avrei avuto. Ma avendo messo il mio genio in cantina, non mi sognavo nemmeno di proporla, soprattutto a me stesso. Ero diventato un animale alla ricerca di femmine in calore, per cui gli istinti la facevano da padroni, e non avevo da pentirmene.
Umanizzavo la mia cassetta postale, e la immaginavo diventare rossa per l’imbarazzo, ben sapendo di essersi trasformata, contro la sua volontà, in una prosseneta che favoriva rapporti licenziosi. Forse rimpiangeva i tempi di quando era desolatamente vuota: “Meglio la tristezza che la lussuria” forse pensava. Ma alla lunga ebbe ragione, poiché quel tipo di vita arricchiva la mia vanità maschile, ma impoveriva la mia carica umana.
Semel in vita licet insanire, ma poi decisi di abbandonare la deviazione che avevo preso e di ritornare sulla via principale che avevo interrotto. Andai in cantina e vi ritrovai il mio genio un po’ impolverato, in disuso, e me ne riappropriai. All’inizio mi fu difficile rimetterlo in funzione, i suoi ingranaggi avevano bisogno di essere oliati con tanto buon senso, del quale erano rimasti privi per lungo tempo. Infine, riprese a collaborare con la regolarità che gli era congeniale e questa volta poteva anche trovare ausilio da una discreta esperienza di vita maturata.
In un uomo le metamorfosi si succedono a ritmi vertiginosi, e lui non riesce quasi ad accorgersi di averne terminato una che già sta iniziando quella successiva. Solo che, fino a un certo momento della vita, la sua mutagenesi lo porta a trasformarsi ogni volta in una entità dalle facoltà sempre più sorprendenti, che gli permettono di stupirsi e di compiacersi per esserne dotato. Finché questo processo di mutazione scopre la sua reversibilità, e allora drammaticamente la mette in atto.
Mi sono reso conto che gli anni che passano si accompagnano a una strisciante indifferenza verso gli eventi esterni che potrebbero creare varianti nel nostro modo di essere. Dopo che è già successo tutto (o per lo meno lo crediamo), cos’altro potrebbe ancora capitare? La cassetta delle lettere smette di essere l’oggetto misterioso e diventa quasi una compagna di vita, che ha punteggiato i momenti più importanti che a volte ricordiamo spontaneamente, ma che spesso hanno bisogno di una lettera non gettata via, che la cassetta aveva ospitato, che adesso riaccenda la memoria.
In questo racconto c’è un salto temporale notevole, il lettore lo avrà notato, ma il raggiungimento di un equilibrio porta con sé questa caratteristica: gli episodi tendono ad assomigliarsi tra loro, regolarizzati da una maturità di pensiero che li addomestica, e li fa diventare buoni per poter razzolare quieti nell’aia della propria mente.
In una delle ultime metamorfosi alla rovescia della vita, da farfalla ci si trasforma in bruco: non si ha più la forza di volare, ma si ha invece bisogno di tante zampette per reggersi in piedi. Anche la cassetta postale porta i segni delle sue esperienze, e proprio per questo non si è disposti a sostituirla con una nuova.
Diffidenza, malinconia, speranza, erotismo e altri ancora sono i sentimenti fatti nascere, nel corso della vita, da questo inanimato oggetto al quale siamo legati dal nostro nome impresso su di esso, che fa diventare la cassetta postale una parte vitale di noi.
Mi ricordo quando nella targhetta apposita aggiunsi al mio nome anche quello di mia moglie. Un’azione banale che acquistava un significato determinante, e anche quando uno di noi due rimarrà solo (di certo fra un centinaio d’anni), perdurerà sempre quella targhetta a mantenere eterna l’unione.
“E il tuo genio, dove è andato a finire?” Grazie amico per la domanda, ma una pugnalata così da te non me la sarei mai aspettata. Secondo te, allora, questo racconto non vale un fico secco. Ma forse hai ragione, uno sfogo non ha certo bisogno di genialità per dare sollievo, è sufficiente trovare il coraggio di ricordare senza il timore dei giudizi.
Bene, non ho altro da dire, e... Un momento. Dimenticavo una cosa fondamentale. Sulla base dell’argomento scelto per me, la cassetta delle lettere non può essere così trascurata nel finale, e deve avere una chiosa degna di una protagonista, elemento conduttore di tutta la storia.
Ebbene sì, la devo dire tutta. Sono in attesa che Cascina Macondo - Scritturalia mi faccia sapere cosa ne pensa, ma senza infierire eccessivamente: la mia affezionata cassetta postale ci rimarrebbe troppo male...

 
 

 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:43 )
 

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