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Fabia Binci - non è mai soltanto un acquazzone PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Venerdì 22 Luglio 2011 15:14

 

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NON È MAI SOLTANTO UN ACQUAZZONE

di Fabia Binci
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 febbraio 2006




“La vita non è che una processione d’ombre e Dio solo sa perché le abbracciamo tanto ardentemente e le vediamo scomparire con tanta angoscia, dato che non sono che ombre”.
Le parole di Virginia Woolf mi colpiscono con straordinaria intensità, fin quasi a farmi male. Sollevo gli occhi dal libro e mi guardo intorno: i passeggeri del jumbo stanno dormendo o, almeno, così sembra. Anche Stefano dorme, il respiro leggermente affannato, le labbra socchiuse in un sorriso “etrusco”.
Spingo lo sguardo oltre il finestrino: la notte è nera, squarciata dai bagliori rossastri dell’ala destra. Stiamo sorvolando l’Oceano Atlantico e non vedremo terra, secondo i miei calcoli, fino all’alba di domattina. Riprendo il libro e rileggo la frase che tanto mi ha colpito. Una freccia che non ha mancato il bersaglio. Un tuffo impercettibile al cuore.
Di colpo sono di nuovo sulla V Avenue e come ieri in preda a una crisi di panico. Ieri, quando mi sono sentita tremendamente sola, persa in una folla immensa, un crogiolo di gente di ogni nazionalità e razza. Un brivido solo al ricordo: bianchi, neri, gialli, rossi, biondi, bruni, grassi, grassissimi, magri, anoressici, slanciati, efebici, asfittici, con zazzere, trecce, chiome legate o sciolte, eleganti o sbracati,... Tutti che parlavano, ridevano, gesticolavano, sgomitavano, si urtavano... E i negozi continuavano a rigurgitare nastri di gente. E le luci grandiose di Manhattan. E le pareti dei grattacieli animate e ammiccanti. Pubblicità colossali contro un cielo di carta velina. Attrazione, invito, seduzione.
E il mio io confuso, particella infinitesimale in un vortice ciclopico. Mi sono sentita in frantumi, senza più identità, zattera alla deriva. E ora? Chi sono, chi credo di essere in un mare oceanico di esistenze? Che cosa pretendo di sapere, di insegnare, per chi credo di contare? Posso sparire e presto nessuno saprà che sono stata. Panico. Sensazione soffocante di perdita dell’io. Sto male.
Ombre, non siamo che ombre e amiamo disperatamente esseri che non sono altro che ombre.
D’improvviso si disincaglia leggera un’immagine lieve, un’ombra striata d’azzurro, carezzevole, inquietante. Gli occhi di mia figlia Mara, luce azzurra, lama infuocata che dovrò affrontare in una sfida da cui uscirò perdente. Lei non capirà. Mio figlio sì.
Chiudo il libro e sono certa di non aprirlo più. Sto male. Eppure un’urgenza crudele mi spinge ad affondare il bisturi. Devo scoprire l’origine di tanta disarmonia, interrogarmi fino in fondo. Non c’è più spazio per gli alibi. Mi abbandono sullo schienale, chiudo gli occhi, prendo tempo. Tra poco guarderò in faccia l’avversario. Infilo la cuffia, cerco un po’ di musica che mi aiuti a rilassarmi. La Terza Sinfonia di Beethoven si libra nell’aria. Sto per sintonizzarmi su altra musica, quando il colpo di timone del do diesis m’inchioda. Sono le note dell’Eroica ad aprire la mia riflessione.
Guardo all’indietro, alla totalità del mio destino, sento l’urgenza dell’ora, devo cercare il senso di quanto mi accade. Una notte, sia pure la più breve - voliamo da ovest a est incontro al sole - per raccogliere le trame e i nodi dei miei giorni e fare chiaro prima dell’alba. La memoria ripropone riverberi di antiche ipotesi, le storie di quel che poteva essere e non è stato, le risonanze e i brividi di questa storia giovane e crudele, sul filo del sogno e della tenerezza.
Non è facile riordinare la matassa ingarbugliata dei pensieri.
Respiro profondamente e mi abbandono alla musica. Una corrente disordinata di immagini mi tumultua nella mente e una sensazione sconosciuta, non innocente, di libertà m’invade l’anima.
Allora? Com’è successo che ho deciso di lasciare mio marito per Stefano? Non c’è stato calcolo, solo buoni propositi e il vago sospetto di un disegno superiore. Mi giro verso Stefano e guardo i lineamenti del suo viso, la massa arruffata dei suoi capelli neri, le lunghe ciglia che s’inarcano capricciose, le palpebre solcate d’azzurro. Il sangue scorre più veloce nelle vene. Un’onda di commozione mi fa trasalire: quando sono al suo fianco mi sento leggera, non penso più a nulla, accetto la sua presenza come un dono cui non posso rinunciare. Non più. Le ore con lui mi rinnovano. Prima d’incontrarlo non avevo avuto il tempo e il coraggio di accorgermi di quanto fossi sola. Certo sarà difficile parlare con Aldo, che non sospetta nulla, protetto dalla sua fiducia in me. Mai fidarsi così tanto di una moglie, Aldo! Mi hai lasciato sola una volta di troppo…
Brucia ogni nota, apre ferite che non vogliono guarire.
Il comandante invita i passeggeri a non temere le turbolenze che ora scuotono l’aereo e a tenere ben allacciate le cinture di sicurezza. Stefano dorme. Io mi dico che l’assicurazione volo stipulata alla Malpensa a favore dei figli vale anche per il ritorno.
Morissi ora risparmierei ad Aldo il dolore dell’abbandono! “Il nostro karma è amarci in ogni vita e sopravvivere a ogni sventura”, mi diceva un giorno, un tempo, un secolo fa. E invece non è vero. La verità sull’amore, vi prego.
Cerco di ricordare ogni attimo vissuto con Stefano e rivivo l’emozione del primo appuntamento, nato quasi per gioco, un anno fa. Eravamo a un congresso sulle malattie ereditarie, all’Albornoz Palace Hotel di Spoleto. Già alla cerimonia d’inaugurazione lo avevo guardato incuriosita: era con il gruppo del San Raffaele, non più giovanissimo, ma ancora così bello che, inevitabilmente, di sala in sala, si trascinava dietro uno sciame di giovani dottoresse. Non lo avevo mai visto da solo, poi, una sera, mentre gironzolavo distratta per la hall, mi si era avvicinato e mi aveva chiesto di uscire con lui. La voce bassa, profonda, i modi estremamente cortesi. Avevo detto di no, adducendo come pretesto un po’ di mal di testa. In realtà mi sentivo insicura, impacciata, vecchia.
“Allora un’altra sera!”
“Non ci sarà un’altra sera, domani si torna a casa.”
“Ma lei è di Milano, come me. Dove abita?”
Non avevo risposto. E lui:
“L’aspetterò tutte le sere presso la Stazione Nord, diciamo alle 20...”
“Di sera non esco”
“Allora di pomeriggio, alle 15. D’accordo?”
E mi aveva abbracciato con quel suo sguardo liquido che avrei subito amato.
Ero rimasta stordita da emozioni che non sapevo più di poter provare. Avevo abboccato all’amo come una scolaretta. La notte non avevo dormito. Ero andata all’appuntamento già il giorno dopo il nostro ritorno, con il batticuore. Temevo di non trovarlo e, invece, era lì che mi aspettava. Mi scoprivo vulnerabile e, per difendermi, l’avevo aggredito, chiarendo che ero lì per chiedergli di smetterla con la sua corte assurda. Non si rendeva conto che ero una donna più vecchia di lui e per di più sposata, anzi “sposatissima”, con figli eccetera eccetera?
“Non è vero niente. È venuta perché aveva voglia di vedermi, andiamo a fare quattro passi nel parco. E diamoci del tu...”
E così, quasi improvvisa, era nata tra noi un’intesa spontanea, di complicità unica. A quel primo incontro ne erano seguiti altri, aerei, stregati, imprevisti o programmati, tutti con la certezza di un amore cui non sapevamo rinunciare.
A New York, ancora ad un congresso sulle malattie genetiche, la decisione. Avrei lasciato mio marito. I ragazzi erano grandi, avrebbero capito, dovevano capire. Anche Mara doveva capire, mi dicevo, e anche mio marito. Doveva farlo; in fondo anche lui era responsabile della depressione in cui mi consumavo prima d’incontrare Stefano.
Che musica è quella che ascolto ora? Non credo di conoscerla, ma ogni nota sembra parlarmi e arriva dritta al cuore. Stana le ombre. Mi abbandono a vibrazioni e sfumature dolcissime, a un vago fluire di risonanze che mi trasportano altrove.
Mio marito! Cosa ne sarebbe stato di lui? Era ancora un bell’uomo, non sarebbe rimasto solo a lungo. Il tempo avrebbe saputo risolvere la situazione. L’imperfezione è il segno della vita.
Musica, inquietudine.
Siamo solo ombre.
Mi dimenticherà...
Ombre perdute in un vortice.
Gli mancherò...
Lui era perché io ero...
Sarà un barbone senza di me...
Come fotogrammi isolati i momenti del nostro incontro, bisbigli ed echi di stagioni e albe ormai lontane...
Il primo incontro, la sventata tenerezza dei suoi gesti, la nascita di Mara e di Paolo, i momenti d’angoscia superati l’uno al fianco dell’altro, e, poi, le nostre notti insieme...
Come dice Seferis? “la memoria dove la tocchi duole”.
Sospesa tra cielo e terra, cerco una via per uscire dalla sofferenza, mentre la musica sgorga come onda che investe e travolge.
Sorvoliamo una terra illuminata di luci, attraversata da larghi canali d’acqua. Dove siamo? Che ore sono? Ritorno a fatica in me, spossata dalle mie fantasie, come dopo grave malattia.
La notte, non più pece liquida, si tinge di grigio. Corriamo incontro all’alba. Il cielo è celeste e, sotto un lieve strato di nubi arricciate, la terra è bruna. Sorvoliamo un abitato a raggiera, aranciato dai riflessi delle luci. Terra, laghi, casolari e il cielo a tre colori, grigiastro in alto, celeste e, infine, rosa.
La notte è durata soltanto quattro ore e mezza, ma è stata la notte più lunga della mia vita. In cielo un chiarore luminoso, semitrasparente.
Alle 00.37 al mio orologio - quale sarà l’ora locale? - il comandante dice che stiamo sorvolando la Spagna, e che tra 55 secondi faremo scalo a Roma, per poi proseguire alla volta di Milano.
Ci tuffiamo in un lago di panna montata con creste soffici e orli dorati. Riemergiamo tra isolotti e arcipelaghi di nuvole nero-piombo, con squarci dirupati di blu.
L’altoparlante di bordo gracchia come cornacchia infausta.
“È ancora il comandante che vi parla. Restate fermi ai vostri posti, con le cinture di sicurezza ben allacciate. Stiamo attraversando un temporale improvviso. I venti sfiorano gli 80 km orari, ma tutto è sotto controllo, per questo abbiamo deciso di atterrare nonostante il maltempo. Ci stiamo preparando a un atterraggio lungo. Fuori impazza un violento acquazzone, le ruote potrebbero non far bene presa sulla pista. Mantenete la calma. Tutto sotto controllo. A terra sono già allertati.”
L’aereo comincia a sussultare. Scompiglio, paura che prende alla gola, silenzio assoluto.
“È il vostro comandante che vi parla. La turbolenza è forte, ma è un nubifragio estivo, un acquazzone, niente più. Abbiamo calcolato i rischi. Andrà tutto bene, l’aereo è sotto controllo. Ora atterriamo. Mantenete la calma.”
Silenzio carico di suspense e paura a bordo, ognuno a modo suo prega. I motori ululano da far spavento, l’aereo sembra perdere quota.
Nessuno fiata, con gli orecchi tesi a carpire ogni rumore anomalo, ogni scricchiolio delle strutture, mentre brividi freddi corrono tra scapola e scapola.
Poi una decisa virata verso il basso annuncia che l’atterraggio è cominciato.
Tutto sembra andar bene fino a poche centinaia di metri dal contatto con l’asfalto quando, improvvisa, una folata fortissima di vento investe la coda del jumbo e lo trattiene in alto, la discesa sulla pista si allunga di un chilometro. L’impatto è violento. Il carrello anteriore si stacca, ma quelli posteriori rimangono aderenti all’asfalto.
Nessuna conseguenza per noi passeggeri, qualcuno finisce addosso a un altro, ma nessuno si fa male sul serio. Solo spavento. Abbiamo evitato forse per un soffio la tragedia: la manovra di atterraggio strappa un applauso da spellare le dita. Sospiri lunghi di sollievo e tutti finalmente ritroviamo la voce...
E se l’aereo non avesse arrestato la sua corsa in tempo e se fosse finito fuori pista o avesse investito altri aerei? E se nell’impatto si fosse spezzato in due? Poteva prendere fuoco? E se fosse… Scene già viste, troppe volte. Sia lodato il Signore. Siamo salvi. La vita può riprendere. Possiamo scendere.
Sarà pure un acquazzone estivo ma diluvia eccome, ci investono scrosci violenti d’acqua rugginosa. Ci affrettiamo verso la navetta, cercando di ripararci alla meglio con quel che capita. Stefano tende la mano verso me per guidarmi nel buio, ma io sfuggo alla presa.
Ci investe un fascio di luce.
Mi sembra uno sconosciuto, un ghigno deforma i suoi lineamenti. Ombre si addensano minacciose sul suo viso.
“Ombre, non siamo che ombre…” Mi spaventa.
La pioggia è torrenziale, il cielo livido è solcato di fulmini.
Chi è costui che insidia la mia vita? Fuori, c’è mio marito, ci sono i miei figli che mi aspettano.
Raffiche di vento e una pioggia gelata che insozza le vesti leggere. E lava l’anima.
Un altro fascio luminoso allunga lingue nel buio, come brandelli che sussultano: la mia storia con Stefano finisce così, in frantumi irrimediabilmente scaraventati lontani da me anni luce.
È bastato un acquazzone per ritrovare la strada di casa.

 
 

 

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:43 )
 

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