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Bruno Burdizzo - un altro mondo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Venerdì 22 Luglio 2011 14:24

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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UN ALTRO MONDO

di Bruno Burdizzo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica12 febbraio 2006




Okay, senti, adesso tu fai quello che ti pare, io scendo qui, mi siedo e me ne sto un po’ tranquillo a riordinare le idee. Cazzo, c’ho la schiena che non me la sento più! Tu che fai? Dove vai? Dai, vieni giù, siediti anche tu, rilassati, che non ce l’abbiamo più un posto dove andare! Accidenti, che stanchezza! Non ho mica più vent’anni, porco mondo! Mica come te, amico mio, che hai tutta la forza e l’energia della giovinezza! Quando avrai i miei anni vedrai, capirai. Coraggio, scendi e siediti qui. Guarda. Guarda che bellezza. Quello laggiù è l’oceano, amico mio, l’Oceano Pacifico! Il sole sembra che va a buttarsi proprio là dentro. Guarda. Quello è l’ovest. Tanto andare, alla ricerca del mito dell’ovest, e adesso eccolo lì: nient’altro che acqua e cielo, e il sole. Bah, ascolta me, ascoltami, lasciamo perdere tutto, tutto, i progetti, le speranze, tutto, lasciamo perdere, che tanto è andato tutto a puttane. Non ci resta che goderci lo spettacolo, qui, sulla riva dell’oceano, il tramonto del sole e dei nostri sogni.
Boia d’un mondo, il cappello s’è incollato al sudore e alla polvere e non viene via. Ah, guarda che roba! Ci ho lasciato quei pochi capelli che mi rimanevano, attaccato a ‘sto cazzo di cappello! Erano forse due settimane che non me lo toglievo. Ah che bellezza l’aria della sera! Tu non dici niente, ma certo, che ne sai? Questi sono piccoli piaceri che un giorno apprezzerai anche tu, che ti credi? Goditela fin che puoi! Che vuoi che ti dica? Guardati. Tutto ‘sto po’ po’ di viaggio nella polvere, tutte ‘ste notti arrotolati in puzzolenti coperte da cavallo nel fumo dei bivacchi, l’ultimo bagno manco me lo ricordo, vestiti che hanno preso il colore della terra e del fango secco, e tu ti togli il cappello e c’hai ancora tutti i tuoi capelli lisci, neri e pettinati, persino con la riga! È bello avere vent’anni, amico mio!
Io me li ricordo i miei vent’anni, sai? Quei tempi che stavo in Italia! Ero un bel giovanotto, non credere. Adesso sono un rudere, ma allora facevo la mia porca figura, cazzo! La domenica, alla messa, certe occhiate dai banchi delle donne! Tutto si fermava lì, non credere! Mica la davano! Era un piccolo paese di campagna... gente bigotta, contadini, buone donne! Ce n’era una, cazzo, ce n’era una che mi piaceva! Una stanga alta come me, una cascata di riccioli neri, due tette da far paura. Pina. La figlia del sacrestano. Ti giuro che me la sarei... si, voglio dire... ti giuro che me la sarei sposata! Davvero! La Pina! La guardavo, tutte le domeniche, a messa, e lei mi guardava sotto il velo, mentre cantava le lodi. E sorrideva, maliziosa, che io, cazzo te lo giuro, io c’avevo i calzoni larghi di mio fratello più vecchio, che per tenerli li legavo con lo spago, eppure mi tiravano da farmi male! E avevo paura che si vedesse di fuori! Allora mi mettevo in ginocchio, per nascondermi, e tenevo le mani giù, a spingere per farlo rientrare. Ma tutti mi guardavano, perché quello non era il momento di mettersi in ginocchio! Tutti stavano in piedi e io giù, con le mani strette a domare quel coso che non scappasse di fuori! Allora il prete si fermava e mi faceva il segno della croce. Tutti pensavano che fossi preso da un improvviso attacco mistico, capisci? che sentissi il bisogno di buttarmi in ginocchio per qualche visione divina! Tutti mi guardavano con ammirazione, convinti che un giorno o l’altro avrei finito per farmi prete, o frate, o santo. Ma non mi sono fatto prete, e tutti ci son rimasti male. E non mi sono fatto nemmeno la Pina, porco d’un mondo! Un giorno ha conosciuto un soldato, un ometto da due soldi, e gliel’ha data in un fienile. C’è rimasta incinta, s’è sposata, e ciao Pina! E allora io ho mandato tutti affanculo e son partito per l’America!
Senti, ti spiace se mi cavo gli stivali? C’ho i piedi che son tutti un bollore. Ah, che meraviglia! Ma guarda che roba! Calze bucate! Boia, queste calze me le ha fatte la zia Adelina, sembrava dovessero durare una vita! Un chilo e mezzo di lana di pecora a forma di piede! E invece vedi? Tutto ha una fine, anche le calze della zia Adelina. E adesso dove lo trovo un paio di calze nuove? Non abbiamo il becco di un quattrino, amico mio, e non abbiamo più nemmeno un posto dove andare.
Però, però, tu pensala come ti pare, però io son convinto, anche se adesso non c’è più un cazzo da fare, anche se adesso siamo qui davanti al mare a vedere il nostro ovest che tramonta là e i nostri sogni che se ne vanno ad affogare all’orizzonte, io sono convinto che comunque abbiamo fatto bene. Te lo dicevo, io, che tu volevi stare là, in quella cazzo di New York strapiena di gente! Te lo dicevo, io: andiamo all’ovest! andiamo all’ovest! Cazzo, a quest’ora saremmo stati ancora là a spaccarci la schiena come galeotti per quattro sporchi soldi in mezzo a quella massa di disperati venuti da mezzo mondo! Costretti a dormire ammucchiati in quelle cantinacce puzzolenti, tra scarafaggi, ratti e scoregge. Invece okay, non abbiamo fatto un cazzo, non abbiamo neanche i soldi per farci rammendare i calzini, ma però guarda che tramonto! Guarda che bellezza, amico mio, e senti quest’arietta, che benedizione! Abbiamo fatto un sacco di cose, e alla fine ce la siamo sempre cavata, no?
Certo, a volte, cazzo, ce la siamo vista brutta. Come quella volta a Durango dove c’era quella pollastrella nel saloon che ti aveva buttato gli occhi addosso. Sono ancora convinto che si era presa un bella cotta per te. Potevi sistemarti, amico mio, se le cose non fossero andate come sono andate! Lo vedi che alla fine son sempre i soldi che rovinano tutto? Se quella sera a Durango io avessi perso al tavolo del poker anche gli ultimi dieci dollari che ci restavano, te lo dico io, tu te la sposavi la tua... com’è che si chiamava? la tua Jasmine! Ti guardava in un modo che io le conosco le donne! lasciatelo dire! quella era cotta per te! Tu te la sposavi, le lasciavi fare il suo mestiere ancora per un paio d’anni e intanto te la godevi, io amministravo i vostri affari e ci saremmo sistemati tutti e tre. Invece, porco mondo, la scalogna maledetta! All’ultima mano c’era sul tavolo un mucchio di dollari e quella merda di Jack Tredita butta giù una doppia coppia. Mi è toccato ramazzare tutto il piatto. E che dovevo fare? Io, lo sai, gioco per passione, ma i soldi lo so che sono una dannazione del demonio. Portano solo guai. E allora rimetto tutto in mezzo. Tutto il malloppo. Cazzo, tu mi guardavi come avessi visto la Madonna incinta e San Giuseppe con la pistola davanti allo Spirito Santo morto ammazzato! Jack Tredita non ci sta. E nemmeno Billy il Monco. Mi tocca vedermela con quel damerino figlio di puttana di Fred Manomorta, celebre baro. E porco mondo, nemmeno contro un baro riesco a perdere! Se la perdevo, quella montagna di dollari, noi restavamo senza il becco di un quattrino, ma tu te la sposavi, la tua innamorata Jasmine! Con quel che guadagnava, in un paio d’anni mettevamo su un bordello a Durango che tutti e tre potevamo vivere di rendita tutto il resto della nostra vita! Invece niente. Invece ci dividiamo il bottino, un pacco di bigliettoni a me e un pacco a te, e niente. Tre passi fuori dal saloon la mia parte me l’avevano già fottuta, pistole spianate, quei figli di puttana dei fratelli Smith. E la tua parte? Cazzo, la tua parte te la sei fatta fottere proprio dalla tua Jasmine, che ti ha lasciato in mutande, porco mondo! Lo dico sempre che sono i dollari che rovinano sempre tutto!
Va beh, dai, non prendertela. Cos’è quella faccia scura? Non prendertela, vedrai che la trovi un’altra Jasmine! Sei giovane, cazzo! Mica come me che vivo di ricordi e che l’ultima volta che m’è venuto duro ero in chiesa che guardavo la Pina che cantava le lodi! Hai una vita davanti a te! E siamo all’ovest, cazzo! Te lo dicevo, no? Andiamo all’ovest che là è un altro mondo! Là c’è terra per tutti. Là ti fermi, scendi da cavallo, ti siedi per terra, e quella è terra tua. Praterie fertili, pascoli, cavalli selvaggi che son lì che basta prenderli, bisonti, fiumi pieni di salmoni che ti saltano in braccio da soli... Un altro mondo! Questo è l’ovest, amico mio! La frontiera! Là ci sono le carovane, i pionieri, i soldati. Una terra tutta da esplorare. E in California c’è l’oro. Donne a volontà. Te lo dicevo, no? Andiamo là, troviamo un posto che ci piace, un bel villaggio sulle vie carovaniere, assoldiamo qualche pollastrella e mettiamo su un bel bordello che ci sistemiamo per tutta la vita! E avevo ragione o no? Eh? Va beh, ho capito, abbiamo avuto i nostri guai, avevo sottovalutato un po’ la faccenda degli indiani... Sono straccioni, mi dicevano, gente che vanno in giro nudi, che dormono nelle capanne, che vanno a caccia con l’arco e con le frecce, che hanno le piume in testa e i geroglifici disegnati sulla faccia. Poi ho capito che l’avevamo presa un po’ alla leggera quella notte che ho sentito i tamburi quando stavamo con la carovana dei Jefferson dalle parti del Beaver Creek. Roba da gelare il sangue nelle vene. Ho cominciato a pensare che la faccenda dell’ovest fosse tutta una fregatura quando ho visto quel deserto che non finiva mai, la fila dei carri, la povere, il sole che ci schiacciava, scheletri, serpenti a sonagli, nemmeno una goccia d’acqua, e per di più tutti quegli indiani in fila, lassù sulle montagne, migliaia. E poi l’urlo della carica, i cavalli lanciati, i carri raccolti a formare un cerchio, la polvere, gli spari dalla barricata, le pallottole. E alla fine salvi per miracolo, tra carogne insanguinate, tra le rovine dei carri incendiati. Vai all’ovest, mi dicevano, là è un altro mondo! Un cazzo! Praterie? Ma vaffanculo, là c’era solo sabbia e sole rovente. Ti siedi per terra e quella è terra tua? E chi cazzo lo sapeva che quella terra era degli indiani? Eh? Lì ho cominciato a pensare che quella storia dell’ovest fosse tutta una gran fregatura. Un altro mondo? Il mondo è tutta una merda, amico mio! Così pensavo quel giorno a Beaver Creek. Il mondo è tutto un merdaio di gente che aspetta solo che ti volti. Infami rinnegati. Ladri. Briganti. Gli indiani, alla fine, sono i meno selvatici! In fondo loro se ne stavano a cacciare i loro bisonti per i cazzi loro, e  arriviamo noi, e quella è terra nostra. Bah, a Beaver Creek è stata dura. Ma alla fine ne siamo usciti, no? Un po’ ammaccati, ma ne siamo usciti vivi.
In fondo, sai, in fondo mi vien da pensare che alla fine noi all’ovest ci siamo venuti. Siamo qui. Quello è l’Oceano Pacifico. Siamo all’ovest, cazzo. Siamo all’ovest. È lui, l’ovest, che se n’è andato! Certo è così. Noi gli siamo corsi dietro e lui chissà dov’è andato! L’ovest è un altro mondo, amico mio! Ma noi non dobbiamo scoraggiarci, nemmeno adesso che siamo sulla riva dell’oceano, che vediamo il sole tramontare sul nostro ovest che non c’è più. Dobbiamo continuare a cercarlo. Si, certo, è così. Ci sarà pure una nave che parte, no? Cos’è che c’è di là? la Cina? Ascolta, andiamo in Cina. Quello sì che è un altro mondo. La Cina, ma certo! La terra dei commerci, della seta, dell’oro! Quello è il nostro ovest, ne sono certo! Là dobbiamo andare! Ma sì! ci imbarchiamo per la Cina. Shanghai! Là vedrai che ti trovi una bella cinesina, magari c’ha pure delle amiche, quello è un porto di mare, sai quanti marinai, commercianti, pescatori, operai... mettiamo su un bel bordello e ci sistemiamo per tutta la vita. Che te ne pare? Meno male che ci sono io che penso a te, non è vero? Tu continua a seguire i miei consigli e vedrai che non te ne pentirai! La Cina è un altro mondo, altro che indiani, sceriffi, banditi e serpenti a sonagli. Il nostro futuro è la Cina! Quello è il nostro ovest.
Allora partiamo? Che fai con quell’affare? Dai, mettila via. Cos’è, hai bisogno di pensarci su? Va bene, pigliati il tuo tempo, pensaci, poi domattina si parte per la Cina. Non ti va? Sei stanco? Domani andrà meglio, vedrai. Mettila via, quella cosa, dai, t’ho detto di metterla via, finiscila. Cosa c’è che non va? Perché mi guardi così? Va beh ma tu non parli mai! Io non ti capisco. Che cazzo vuoi da me? Se non fosse stato per me a quest’ora chissà dove saresti! Dai, smettila, che è carica e se ti parte un colpo ci facciamo male. Vuoi che ti lasci un po’ di tempo per pensarci? Va bene, pensaci, okay, io sto zitto e tu ci pensi. Tu adesso ci pensi e io sto zitto. Promesso, non parlo più, davvero. Io sto zitto e tu ci pensi, e poi domani partiamo per la Cina. Okay? Okay. Adesso mettila via, dai, sto Zitto. Giuro. Sto zitto. Ho detto che sto zitto.
E se ti dico che sto zitto sto zi

 

 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:48 )
 

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