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Beatrice Sanalitro - destino di un panettiere PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Venerdì 22 Luglio 2011 14:16

 

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DESTINO DI UN PANETTIERE

di Beatrice Sanalitro
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 febbraio 2006




Nell’al di là - gli raccontavano da piccolo - pensiero e azione si sposano, diventano tutt’uno e subito fanno un figlio.
- Armando, a impastare, presto! -
Poco tempo per le storie.
Nell’al di qua lo aveva praticato per tutta la vita, fin da piccolo, il mestiere di panettiere.
Il padre lo svegliava di notte sfiorandogli la spalla.
Una vita a lavorare di notte.
Per le buie strade di pietra solo i loro passi risonavano e, nella bottega, le canzoni trasmesse dalla radio.
La radio, come le stelle, di notte era sempre accesa.
- Per dare brio all’impasto - diceva suo padre.
Mai aveva fatto l’amore, di notte.
Così, per una vita.
I biscotti coi fichi secchi quella notte profumavano ancora più del solito.
Quella notte, osservando il respiro delle pagnottelle che con un colpo da maestro aveva passato dalla pala nel forno, si era augurato che restassero in apnea.
Egli stesso aveva giocato a trattenere il fiato, per invogliarle a imitarlo…
- Imprinting - diceva.
Tanto lo aveva trattenuto, il fiato, che gli era sembrato di poterne fare a meno.
Quante volte gli era successo, durante i sogni di giorno, di volare senza respiro!
- Allunga la pasta, accompagnala da una mano all’altra e poi passala attorno alle ginocchia e alla pancia e fascia bocca e testa affinché la materia si impregni di ossigeno e buio e stelle. -
Fuori campo la voce.
L’impasto, ora, lo ricopriva da capo a piedi, come fasce di tela al profumo di unguenti di pane.
- Sempre più saldamente le strisce di impasto aderiscono alla mia pelle.
Minuscoli semi di papavero ricoprono le mani, cumino e semi di girasole.
Lievito, cresco, mi espando!
Ma cosa sto dicendo!
In basso vedo il mio forno acceso e catasta di ceppi di ulivo.
Non solo canzoni ora sento, ma anche una donna che grida il mio nome.
La pizza è già unta e l’olio si è raccolto nei buchi lasciati dal mio indice.
Le mie mani… larghe…
Diversa è ora la forza delle mie mani esperte… non la riconosco!
Farina, farina, attaccata alla pelle, bianche le ciglia…
È là, la farina, nella stella d’argento insieme all’acqua di fonte… che dico?!
Sragiono!
Vedo nell’angolo in fondo alla stanza sacchi di grano.
Non devo spostarmi per prenderli… sono già qui, vicino a me, è sufficiente il pensiero.
Sono io stesso grano; l’impasto è pronto; il pane: cotto!
Filoni, michette, biscotti all’avena: desiderio appagato!
Deliro: forse sto uscendo dal solco… -
Nell’al di là, - gli raccontavano da piccolo - pensiero e azione si sposano, diventano tutt’uno e subito fanno un figlio. -
Il piccolo Armando immaginava il lievito danzare intorno e sopra e sotto e dentro la pasta facendola gonfiare.
Ma non aveva né tempo né modo di continuare la storia.
Ora era il momento: forte, grande, creatore, si sentiva.
Voleva verificare se veramente aveva nuovi, strani poteri per continuare la storia.
Impastò e impastò più volte, le mani aiutate dal sorriso, col grano spuntato nei solchi e acqua di sorgente resa viva dalla Luna; chiese aiuto al Sole e alla Fortuna e in quel momento, in lande lontane, rinacque in un bimbo “buono come il Pane”.

 

 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:49 )
 

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