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Antonella Filippi - nasib (destino) PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Venerdì 22 Luglio 2011 14:12

 

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NASIB (Destino)

di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 febbraio 2006




Tutta la mia gente dorme, sotto le tende di pelle di yasat.
Il deserto corre sulle dune fino a raggiungere le terre lungo il mare. So che si trova in direzione della prima Luna, a molti giorni di viaggio.
Non l’ho mai visto, né conosco la danza eterna di quell’acqua che sembra respirare, ma giovani spariti all’orizzonte delle dune sui loro animali hanno visto entrambi e sono tornati portando la delusione e il desiderio incisi nell’espressione degli occhi e delle labbra.
Il loro mondo è più stretto e meno magico: non hanno più occhi per vedere i geni della Terra nascosta e il disegno dei miraggi, né comprendono più i suoni che il vento sussurra.
È difficile per un vecchio riposare.
Seduto sulla sabbia, davanti alla mia tenda, suono l’arpa d’avorio. Me l’ha portata mio figlio dalle terre del sud. Anch’io le ho viste, quando le lune del deserto non avevano ancora segnato il mio viso con le loro ragnatele. Le ho viste, verdi, immense, vuote di silenzio, piene di grandi forme di vita. Ma sono tornato al mio cielo di sabbia che mi lascia pensare, alle mutevoli forme di donna che costruisco con le dune.
Tutto questo, ormai, è lontano. Mio figlio ha seguito il suo destino e per molto tempo sono rimasto solo. Non ho più voluto avere figli, dal mio fianco non ho più estratto figli.
Con me, dal giorno della Luce-nel-cielo, c’è una giovane serva muta.
A volte le racconto di come vidi e seguii la Luce, o di cosa disse il Grandi-Occhi, le dico: “M’ra, porta i Shidda del futuro e sediamoci ad ascoltarne la voce” e lei mi guarda, sorride, ma non so se capisce davvero quello che le Stelle sussurrano.
Io chiedo ai Shidda: “Quanto vivrà il bambino?”
E le Stelle rispondono: “Due mani sbagliate”.
Penso a uno dei nostri proverbi che dice: “Il Creatore ci ha dato nove dita per ricordarci l’imprevedibile”. Infatti abbiamo due dita per ogni mano e due per ogni piede: il nono dito può trovarsi sia in una mano sia in un piede e dalla posizione a volte dipendono le scelte di un uomo.
“Due mani sbagliate” hanno delle le Stelle. Vuol dire: “Il numero è tre-tre”.
Ogni tanto racconto a M’ra le leggende legate alle Lune e anche il bimbo ascolta, i grandi occhi persi a forare la profondità del cielo.
“..quando appaiono insieme le nove Lune accadono prodigi. Il saggio Isaa vide animali che nuotavano nel cielo e questo è straordinario, perché tutti sappiamo che questi animali non esistono, ma, per il nono dito!, nessuno mise in dubbio ciò che Isaa vide, poiché tutto può accadere quando il numero nove appare nel cielo. Il capo N’wa vide per primo i Grandi-Occhi venire da dietro le Lune, e avevano mani incredibili, con cinque dita. Vide anche donne senza veli, bianche e luminose…”
Rido dentro di me agli occhi socchiusi di M’ra e del bimbo, al loro silenzioso stupore, alle immagini che la mia mente trasmette loro.
Anch’io penso alle donne. Chi le ha viste non ha saputo disegnarle se non con la memoria e la loro diversità le rende vaghe come la visione delle stelle più lontane, che diventano visibili solo se guardate indirettamente.
Penso alle donne. Un tempo anch’io cercavo di spiare bocche rosse dietro i veli.
“..il capo N’wa vide anche che la nona Luna erano i Grandi-Occhi. I Shidda, che già allora venivano usati per controllare il futuro, avevano detto che ogni dito era per una Luna, il nono era per l’ignoto…”
Osservo il bambino. Ricordo quando vidi la Luce sconosciuta scendere veloce, disegnando un numero che non esiste, quello che per i Saggi è il numero dei Grandi-Occhi, quello che i Shidda chiamano con un nome che vuol dire “nessun dito”.
Sono salito sullo yasat e sono andato incontro alla Luce come si va incontro a un destino temuto e atteso.
“...le nove Lune erano apparse da poco nel cielo. La Luce cadde tra le dune mentre stavo arrivando e percepii dolore e angoscia, e non venivano dalla mia mente. La Luce bruciava come i rami di acacia. Un Grandi-Occhi veniva verso di me e io aspettavo e il respiro tremava e tremava la mano del Grandi-Occhi mentre mi dava il bambino e cadeva. Allora aprii una ferita nel fianco del deserto e, come dal fianco nascono i nostri figli, nel fianco della sabbia lasciai il Grandi-Occhi in attesa della rinascita...”
E tu, bambino, mio nuovo figlio, sei il destino del mio nono dito, il prodigio della notte, forse il Maestro che i Shidda da interminabile tempo ci hanno detto di aspettare.
Quale sarà il luogo da cui vengono i Grandi-Occhi, da quale deserto si alzano le Lune ad accompagnare il suono dei loro strumenti?
Da quale cielo partono per venire a graffiare il nostro cielo?
Come quel loro numero improbabile riesce a cambiare il valore delle loro esistenze e del luogo in cui vivono?
E come le cinque dita influenzano il loro destino?
Adesso ricordo un particolare: il Grandi-Occhi, nel darmi il bambino, aveva detto una parola, poco più che un sussurro: “Iazu”. Forse voleva dire “bambino” nella sua lingua, forse era il vero nome del bimbo.
Io lo chiamo così, quasi così: nella nostra lingua Iazu ha un suono troppo duro.
Io lo chiamo Iesu.

 

 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:49 )
 

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