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Alessandra Gallo - la girandola del matto PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 31 Luglio 2011 14:07

 

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LA GIRANDOLA DEL MATTO

di Alessandra Gallo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 febbraio 2006




Sul tetto della casa del matto c’era una girandola. Non la solita banderuola in ferro battuto a forma di gallo, o di rosa dei venti. Era una curiosa girandola completamente dipinta di giallo limone, a forma di mano aperta, appena appena concava nel palmo, a cucchiaio. In una giornata di pioggia e vento di quindici anni fa il matto era salito su una scala a pioli che aveva appoggiato al muro di mattoni, aveva scavalcato il terzo piolo, che traballava (e lui era matto, sì, ma mica scemo, lo sapeva che quel piolo non li avrebbe retti i suoi novanta chili) e si era arrampicato fin sopra il tetto e lì l’aveva piantata. Aveva incrociato le braccia e allargato le gambe, e aveva cominciato a ridere forte, guardandola girare all’impazzata sotto la pioggia che scendeva obliqua, tagliente, che gli pungeva il viso e gli annebbiava la vista, ma non gli importava, ché ne valeva la pena. Oh, quanto ne valeva la pena. E poi era sceso, aveva ritirato la scala nella baracca degli attrezzi e si era rintanato in casa, e non ne era uscito per tre giorni interi, ché la gente del paese un po’ si era preoccupata. Alla fine però era venuto fuori, nel suo giaccone spelacchiato, e ancora per qualche giorno aveva starnutito forte, mentre raccoglieva le mele dall’albero, o trapiantava un vaso, o spazzava il vialetto davanti alla porta d’ingresso. Ogni tanto, si prendeva una pausa dalle sue occupazioni, posava le mani sui fianchi, alzava il mento e si godeva il cigolio di quella mano gialla che girava, ora a destra, ora a sinistra, ora forte, ora piano.
Una volta all’anno, in primavera, il matto si arrampicava sul tetto a rinfrescare la sua girandola con una mano di vernice. Andava su, sulla sua scala a pioli con il barattolino di pittura e un pennellino, faceva attenzione a scavalcare il terzo piolo, si arrampicava sopra il tetto e dipingeva, con l’amore di un padre verso la propria creatura, quella mano a cucchiaio giallo limone. Poi riscendeva, e per un anno intero sul tetto non ci andava più.

Qualcuno in paese sosteneva di averlo visto più volte, prima che cominciasse l’operazione di riverniciatura, tirare fuori dalla tasca della giacca una scatolina di metallo, ma non prima di essersi guardato intorno con sospetto, le spalle ricurve e la testa ripiegata a proteggere il suo piccolo segreto. E con pollice e indice sembrava raccogliere qualcosa di fragile, dal palmo aperto della girandola, e questo qualcosa, qualunque cosa fosse, dato che non c’era assolutamente nulla, lo infilava nella scatolina, borbottando parole incomprensibili, le labbra curve in un sorriso compiaciuto, gli occhi che gli brillavano, e richiudeva svelto il coperchio, prima che il nulla potesse saltar fuori un’altra volta.
Fra i bambini del paese c’era chi ne aveva paura e lo evitava, e chi invece gli reggeva il gioco, un po’ per pietà, un po’ per burlarsi di quel vecchio mentecatto e far passare così il tempo quando la noia si faceva insopportabile.
- Oh matto! - gli gridava il Pinta, dalla finestra della scuola, durante l’intervallo, quando il matto scendeva in paese per fare acquisti all’emporio della signora Luisa - da che parte tira il vento oggi?
- Viene giù dal monte, Pinta! Come le corna di tuo padre!
E il Pinta gli tirava una gomma, o un cancellino, o la carta appallottolata della merenda, qualunque cosa avesse sotto mano in quel momento. E poi lo ricopriva di parolacce, ma il matto non le sentiva, ché tanto aveva schivato il colpo e aveva ricominciato a fischiettare, allontanandosi.
- Ommamma - diceva invece la Nenna ogni volta che lo vedeva passare. Si chiudeva le orecchie con le mani, strizzava gli occhi - dimmi quando è andato via, dimmelo tu, io non guardo!
- Occhei - le diceva allora la Bea, seduta nel banco accanto al suo, mettendole un braccio intorno alle spalle - non ti preoccupare. Ecco, ora se ne è andato. Puoi guardare, ora.
E la Nenna apriva prima l’occhio sinistro, sbirciava fuori, poi soffiava fuori l’aria e liberava occhi e orecchie e riprendeva colore piano piano anche intorno ai lividi.
Una volta la maestra aveva assegnato un pensierino sulla girandola del matto. La scatolina di metallo del signor P., era il titolo, e la classe avrebbe dovuto immaginare che cosa quella scatola, e poco importa se esistesse davvero o fosse solo leggenda, potesse contenere.
Il Pinta aveva allora dato sfogo a tutta la sua frustrazione.
- C’è dentro quel che resta del suo cervello spappolato - aveva sghignazzato con il Fabbri prima di scrivere il proprio nome sul foglio protocollo a righe. Ma poi, nel pensierino, aveva scritto che dentro la scatolina di metallo il signor P. raccoglieva i pettegolezzi e i peccati di tutti i paesani, una volta l’anno, in primavera, quando l’aria si profumava di fresco e il sole riscaldava il cuoio capelluto, in cortile, mentre si giocava a calcio tutti insieme durante la ricreazione. E quando la scatolina era piena, le anime diventavano leggere. E allora i pastori per un po’ non scendevano in paese per il pranzo, ma scartavano un fagotto di pane e formaggio e lo mangiavano seduti su una roccia. E le madri e i padri ricominciavano a chiudere le porte delle camere da letto, la sera. Ma questo il Pinta nel pensierino non lo aveva scritto.
La Nenna invece aveva scritto che la scatola conteneva le anime dei morti ammazzati, che volavano più basse delle altre, e che la mano giallo limone, girando, raccoglieva quelle anime nel vento. Il signor P. in primavera le radunava tutte nella scatola, poi le travasava in una piccola botte, e una volte ogni tre anni seppelliva la botte nel suo giardino, d’inverno, in una notte di luna piena.
La maestra diede a tutti un gran bel voto, per quel pensierino. Perfino al Garza, che di solito prendeva sempre quattro, ché ancora non andava d’accordo con le doppie e con gli accenti, e che però aveva scritto di come la mano gialla servisse a raccogliere le parole degli ucelli, perché il signor P. in verità stava semplicemente studiando la loro lingua e compilava un dizzionario, la sera, seduto al tavolo della cucina.
E da quel giorno i bambini del paese presero un po’ più di confidenza, con il matto.
- Sono le cose che non si conoscono, che fanno paura, aveva detto la maestra, sorridendo.
- È vero - avevano confermato tutti, tranne la Nenna, che era rimasta zitta, ma non aveva alzato la mano per ribattere.

Gli anni si srotolarono uno dietro l’altro, come gomitoli di lana tutti della stessa lunghezza.
Finché non arrivò la primavera del millenovecentosessantaquattro. Il padre del Pinta era sceso una mattina dalla montagna con le mani e la faccia e i vestiti sporchi di sangue e si era seduto sui gradini di casa a guardare fisso nel vuoto. Le grida della moglie si erano sentite per tutto il paese, ma nessuno aveva avuto il coraggio di uscire di casa. Dopo un po’ erano arrivati i poliziotti, avevano ammanettato il padre del Pinta e se l’erano portato via, mentre la madre continuava a gridare e gridare e gridare.
Il Pinta era rimasto a guardare senza dire una parola. Poi, con la barba ancora da fare, si era messo la giacca, aveva preso il fucile ed era andato dal matto.
- Prendi la scala - aveva detto, e il matto non era stato capace di dirgli di no, ché era matto, sì, ma mica scemo, e lo capiva quando uno era fuori di sé ed era meglio assecondarlo.
- La scatola ce l’hai? - gli aveva chiesto il Pinta, mentre il matto appoggiava la scala al muro di mattoni.
- Sì, sì - aveva detto il matto, con il tono sorpreso e un poco triste di chi scopre tutto a un tratto di non avere mai avuto alcun segreto da difendere. Ma poi era salito, e aveva scavalcato il terzo piolo, come sempre, e si era arrampicato fin sul tetto.
- Vedi di riempirla bene - gli aveva gridato da sotto il Pinta, mentre i curiosi avevano cominciato ad accorrere e a raccogliersi a qualche passo di distanza dalla scala.
E il matto aveva aperto la scatola e si era guardato intorno, ma non aveva curvato le spalle e non aveva chinato la testa, questa volta. E con il pollice e l’indice aveva raccolto qualcosa, qualunque cosa fosse, e l’aveva messa dentro la scatola, e aveva richiuso il coperchio, svelto svelto, come sempre.
E poi era sceso, e quasi si dimenticava del terzo piolo.
- Attento! - gli aveva gridato la Nenna, da dietro gli occhiali scuri, ma si era subito zittita, quando il padre l’aveva guardata di brutto.
Il matto allora aveva scavalcato il terzo piolo ed era sceso a terra, e ora stava di fronte al Pinta, che non aveva mollato il fucile per un solo istante.
- Dammela - gli aveva detto.
Il matto aveva allungato la mano, con dentro la scatola e gliela aveva data, e tutto intorno non si sentiva nulla, nemmeno il cinguettio degli uccelli, e neanche le grida della madre del Pinta non si sentivano più.
Il Pinta prese la scatola e si allontanò.

Si dice che il Pinta avesse sepolto la scatola poco fuori del paese, là dove il fiume si curvava in un’ansa appena prima del ponte vecchio. La Nenna invece è sempre stata convinta che il Pinta quella scatola l’avesse lasciata aperta chissà dove, per liberare il nulla che conteneva. Sollevava il mento, quando lo diceva, e scuoteva la testa su e giù proprio come faceva da piccola, a scuola. Pare che facesse coppia col Fabbri, da qualche tempo, e da quando aveva cominciato a legarsi i capelli e a indossare abiti più femminili suo padre si era fatto più taciturno e difficilmente si faceva vedere in paese.
Il matto continuò a prendere la scala, in primavera, e il barattolo di vernice, e il pennello, e continuò ad appoggiare la scala al muro di mattoni, a scavalcare il terzo piolo, ad arrampicarsi sul tetto per dipingere quella stupida girandola giallo limone. Tutto come prima. Si guardava intorno, per assicurarsi che nessuno lo guardasse, prendeva il nulla fra pollice e indice, lo metteva dentro a una scatoletta di metallo che richiudeva in tutta fretta. Ogni volta, come sempre, da sempre. Aveva solo dovuto comperare una scatola nuova, perché il Pinta, quando aveva lasciato il paese, non gliel’aveva più restituita.

 

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:36 )
 

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