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Pietro Tartamella - la cenere e il bivio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Venerdì 22 Luglio 2011 10:11

 

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LA CENERE E IL BIVIO

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 aprile 2006




Due giri di sciarpa intorno al collo. Il cappello con le alette sulle orecchie. Due maglioni di lana, un giubbotto pesante, i guanti, e sempre qualche parolaccia quando si metteva al volante del suo pulmino 850 Fiat color verdeerba.
Ecco perché odiava l’inverno: per quell’impaccio che derivava dai vestiti gonfi e compatti e dal lembo del giubbotto che gli finiva sempre sotto il culo quando si sedeva alla guida e che, così tirato, gli stringeva le spalle e le maniche. Doveva sollevarsi per togliere il lembo da sotto le chiappe, ma sbatteva la testa contro lo specchietto della cabina. Se doveva guardare in dietro per una manovra in retromarcia la sciarpa finiva per strozzarlo.
Imprecava ad alta voce, ma nessuno poteva sentirlo.
Erano le quattro del mattino e la nebbia era così fitta che i rumori non potevano penetrarla che per una decina di metri soltanto. La sua voce la sentiva lui solo nel piccolo abitacolo buio del pulmino.
Mise in moto, con la preoccupazione di svegliare qualcuno dei piani bassi.
Il tergicristallo grattava sul parabrezza.
Lo spesso strato di ghiaccio non accennava a togliersi. Scese dal pulmino. Si avviò verso i quattro gradini del portone di Piazza Carrara.
Aprì silenziosamente la porta di casa per non svegliare la moglie e le bambine che dormivano al n° 25. Andò in cucina. Dalla finestra con le persiane chiuse sentiva il rumore del motore ovattato dalla nebbia. Abitava al piano rialzato, eppure il rumore del motore gli sembrava lontano lontano, come se fosse all’ottavo piano.
Afferrò un cucchiaio dal cassetto. Era la fine di novembre del 1980.
Col cucchiaio grattò nervosamente il ghiaccio sul parabrezza, formando un rettangolo malamente pulito attraverso cui avrebbe potuto vedere guidando.
Gettò il cucchiaio sul cruscotto. Sulla punta era rimasta una arricciatura di ghiaccio che si sarebbe sciolta fra poco. La piccola acqua avrebbe macchiato gli appunti a matita che aveva scritto su un foglio bianco gettato anche lui lì sul cruscotto. Un elenco di riviste di cui doveva rifornirsi.
Armeggiò di nuovo con il lembo del giubbotto finito sotto il culo e di nuovo sbatté la testa contro lo specchietto.
Avrebbe potuto dormire ancora una mezz’oretta, ma d’inverno non era affatto sicuro che il pulmino riuscisse a partire subito. Bisognava calcolare un tempo congruo per le sorprese e gli inconvenienti. Voleva arrivare in edicola puntuale, per essere pronto con i giornali e le riviste che gli operai del primo turno del quartiere La Barca avrebbero chiesto puntualmente.  
Il semaforo che immetteva in Corso Casale era rosso. Avrebbe potuto passare tranquillamente anche con il rosso a quell’ora del mattino, ma la nebbia era così fitta che, se fosse sopraggiunta un’auto, l’avrebbe vista solo all’ultimo momento. Preferì essere prudente e aspettò la luce verde che nella nebbia formava un alone pallido. Solo il suo pulmino viaggiava a quell’ora. Le strade completamente deserte erano avvolte da un silenzio di nebbia che non vedeva così fitta da anni.
Il silenzio e il buio erano così surreali che quasi gli sembrava di udire i suoi pensieri echeggiare nel piccolo abitacolo. La cenere della sigaretta, ormai già lunga un paio di centimetri, si era accartocciata tutta storta. Allungò la mano lentamente verso il posacenere per farla cadere dentro, ma un piccolo sobbalzo su un binario del tram la spezzò prima. Gli cadde sui pantaloni. Con la mano si spolverò più volte la coscia, spingendo a colpetti la cenere che cadeva sul tappetino di gomma. Sul tappetino di gomma c’era cenere ovunque. Gli capitava spesso di non riuscire a raggiungere in tempo il posacenere.
Sentì un leggero odore acre di bruciato. Il mozzicone, che aveva portato alle labbra per liberare la mano con cui spazzolare i pantaloni, gli aveva bruciato alcuni peli della barba. Si spolverò la barba con colpetti veloci delle dita. Ogni volta che si spazzolava la barba bruciacchiata dalla cenere, nella mente gli vorticava l’immagine di un incendio. Con i colpetti veloci delle dita l’incendio scompariva.
Attraversò il ponte Sassi. Ora girava a destra. Sarebbe passato, come ogni mattina, davanti alla piscina Colletta, poi avrebbe costeggiato il Cimitero Generale, avrebbe raggiunto Piazza Sofia e quindi Via Cravero sino al numero 10, dove c’era la sua edicola.
I lampioni accesi che costeggiavano la strada sembravano vecchie e tristi sentinelle immobili. Avvolti dalla nebbia riusciva a vederli soltanto uno alla volta, con un grande alone giallognolo intorno. Non era come in primavera, o nelle belle giornate, quando poteva vederli tutti insieme ben allineati nel rettilineo in lunga fila che sembravano giovani e svettanti.
Il pulmino avanzava lentamente. Se accelerava rischiava di ingolfarsi. Uno di questi giorni avrebbe dovuto portarlo dal meccanico per un’occhiata. La scritta a matita sul foglio bianco degli appunti era tutta slavata dalle gocce di ghiaccio sciolte dal cucchiaio. Guerrin Sportivo era diventato Guerrin Sporchivo.
Rocco, suo suocero, con la moto Guzzi avrebbe già dovuto essere in edicola. Apriva Rocco l’edicola. Era lui a preparare il borsone coi giornali che consegnava a domicilio. Faceva la stessa strada, ma non si incontravano mai. Una ventina di minuti li separavano.
Pietro pensava alla montagna di giocattoli da prezzare che lo aspettavano in edicola. Con la macchinetta avrebbe passato la mattinata a incollare i prezzi - targhettine bianche - sui visi delle bambole, sulle ali degli aeroplani, sulla fronte dei Robot, sulle Tombole, sulle rotaie dei trenini elettrici, sul mare dei mappamondi con la luce dentro. Nel pomeriggio, quando sua moglie sarebbe tornata dalla scuola, avrebbero insieme allestito la vetrina. Si sentiva già aria di Natale. La pubblicità in televisione era cominciata. Alcune vie del Centro avevano già messo le luminarie. I Babbo Natale vestiti di rosso già ammiccavano dalle vetrine dei centri commerciali.
Si accese una sigaretta.
Non aveva ancora comprato i botti per Capodanno.
L’anno prima ne avevano venduti davvero tanti. Era un’occasione per incassare qualche lira con cui togliersi un po’ di debiti. Il quartiere era popolare, abitato da molti meridionali. A Capodanno i botti erano per loro una tradizione inderogabile. Sì, ne avrebbero venduto di nuovo tanti. Ma doveva spicciarsi a rifornirsi, prima che i magazzini all’ingrosso li esaurissero. Cercava di capire quanti doveva acquistarne. Se ne avesse comprati troppi sarebbero potuti avanzare. È vero che conservati bene e all’asciutto poteva rivenderli l’anno dopo, ma intanto aveva anticipato il danaro. Se ne avesse comprati pochi era un peccato, una occasione perduta per incassare di più. E se si fosse rotto un tubo dell’acqua? Quelli conservati negli scatoloni si sarebbero bagnati e sarebbe stato un danno. Indovinare la quantità giusta non era facile, ma proprio in questo consisteva l’oculatezza e la genialità di un commerciante. La clientela era molto aumentata. Avevano gestito bene l’edicola con molte idee e iniziative. Si sarebbe preso ancora qualche giorno per riflettere e capire quanti botti doveva acquistare  quell’anno.
Doveva anche allestire la vetrina con i libri di poesia che molti amici gli avevano mandato rispondendo al suo invito. Aveva chiamato la sua edicola “Poeticola”. Anche nei volantini e nei manifestini pubblicitari usava quel nome: “La Poeticola!”. Aveva una vetrina con esposti i libri di poesia suoi e degli amici. Mirava a far diventare la sua edicola un punto di riferimento per i poeti di Torino.
Portò la sigaretta alle labbra e aspirò una boccata di fumo. Rimase meravigliato nell’accorgersi che la cabina del pulmino si era un po’ illuminata.
I libri di poesia esposti nella vetrina della Poeticola, a dire il vero, non si vendevano gran ché. Ma voleva continuare, voleva abbinare a quel luogo l’immagine della poesia. Doveva rinnovare l’esposizione, avrebbe messo titoli nuovi, avrebbe escogitato una vetrinistica più accattivante, magari mettendo i sassi che raccoglieva nel fiume Roya o quelli raccolti lungo il Ticino, mettendo conchiglie del Portogallo e pipe, magari anche aerei e barchette di carta e biglie di vetro o anche grossi gomitoli di lana colorata e ferri da maglia. Intanto superava il ponte sul fiume Dora avvolto dalla nebbia. Aspirò un’altra intensa boccata di fumo. La cabina del pulmino di nuovo si rischiarò.
Sapeva che la brace della sigaretta, nel momento in cui si aspira, produce una piccola luce, ma aveva appunto sempre pensato che fosse una “piccola” luce. Gli sembrò che quella mattina la brace della sigaretta producesse una luce più “grande” di quanto non pensasse possibile. Incuriosito aspirò appositamente per controllare il fenomeno. Era vero! Nella cabina del pulmino si formò una luce decisamente più grande di quella che aveva fissato nei suoi ricordi.
Una sera nella cameretta di Via Madama Cristina, i primi tempi che era a Torino, era andata via la luce mentre stava leggendo un libro. Con la sigaretta accesa aveva provato ad aspirare forte mettendo la punta della sigaretta vicino alla pagina. Ricordava il piccolo colore rosso vivo della brace e il chiarore che faceva, tanto che poteva leggere le parole. Ma quel chiarore non lo ricordava grande come quello che ora riscontrava dentro il pulmino.
Con la sigaretta accesa aveva un tempo anche giocato a farla roteare velocemente nel buio. Ricordava bene il cerchio di luce prodotto dalla brace e come aumentava il chiarore nella stanza, tanto da illuminare i volti delle persone presenti. Ma era sempre una luce più piccola di quella che ora riscontrava nell’abitacolo del pulmino. Aspirò ancora dalla sigaretta imponendosi di controllare bene. Di nuovo una luce decisa e chiara inondò il pulmino. Ora era meravigliato non tanto dalla luce che produceva la brace della sigaretta in quel mattino nebbioso e buio di novembre, ma dal fatto che constatava quanto spesso le cose che accadono sono osservate con superficialità e che di esse non si ha una “misurazione” obiettiva.
Si rendeva conto che aveva immagazzinato un principio basato sull’esperienza che più o meno recitava così:
“la brace della sigaretta, nel momento in cui aspiriamo, fa una luce più chiara rispetto alla luce prodotta dalla stessa brace nel momento in cui la sigaretta è ferma e non si aspira”.
Gli sembrava un principio corretto, bene impostato, che si poteva immagazzinare nella coscienza dopo averlo sperimentato più volte in diverse occasioni, come anche quella volta che rientrando a casa di notte non riusciva a trovare con la chiave il buco della toppa. Si era avvicinato con la sigaretta accesa a ridosso della toppa, aveva aspirato a ripetizione, e il buco della toppa era apparso ben visibile. Poté infilare la chiave facilmente grazie al chiarore prodotto da quella piccola brace. Rifletteva sulle parole di quel principio. Aveva sempre pensato semplicemente che la brace di una sigaretta aspirata fa una luce “più chiara”. Ma ora si rendeva conto che non aveva definito giustamente, non aveva misurato “quanto” fosse “più chiara”.
L’esperienza nel pulmino gli stava suggerendo l’idea di aggiustare quel principio. Forse era più corretto dire “molto più chiara”, oppure “decisamente più chiara”, per sottolineare appunto che la differenza era proprio notevole.
Aspirò di nuovo dalla sigaretta. Nuovamente il pulmino si illuminò notevolmente.
Si dava dello stupido per essersi ingannato per così tanti anni, per non aver capito subito che la brace di una sigaretta che viene aspirata fa una luce davvero molto più grande.
Alzando lo sguardo dalla brace notò che stava costeggiando il muro del cimitero. Quella piccola brace gli ricordò le piccole luci dei lumini nei cimiteri. Il buio e la nebbia sembrarono farsi più fitti. Un silenzio profondo avvolse tutto. Solo il motore del pulmino e le ruote lente sull’asfalto bagnato.
Si disse che d’ora in avanti avrebbe dovuto fare attenzione a introiettare principi con tanta sicurezza. Doveva lasciare nella sua coscienza una zona di dubbio, per non doversi trovare un giorno davanti alla desolante scoperta che aveva sbagliato grossolanamente. E cercò di imparare la lezione proprio quella mattina ripetendosi più volte, cullato dai sobbalzi del pulmino nelle buche dell’asfalto, che la luce di una brace di sigaretta quando viene aspirata si fa più grande, più grande, più grande. E dentro di sé cercava con l’immaginazione di sostituire l’ordine di grandezza che aveva scoperto ora, all’ordine antico che aveva nel ricordo. Più grande, più grande... E non si accorse che stava ripetendo ossessivamente quelle parole ad alta voce, quasi a voler essere sicuro che stava imparando la lezione. E l’aveva quasi imparata... e il muro di cinta del cimitero che aveva costeggiato era quasi terminato con l’alternarsi dei suoi alti cancelli e delle croci, quando un grande stupore si depose sul suo viso, su tutta la sua barba folta, sui suoi occhi ancora addormentati. Aveva appena aspirato fortemente un’altra boccata di fumo da un’altra sigaretta che aveva appena acceso. Ma questa volta la cabina del pulmino verdeerba non si era illuminata. Rimase sorpreso.
Aspirò nuovamente.
Nessuna luce particolare fece la piccola brace della sigaretta. Aspirò ancora. La luce venne chiara come prima! Riprovò per un’altra verifica. Ora nessuna luce!
Il pulmino correva più forte. Inconsapevolmente Pietro aveva schiacciato l’acceleratore. Il pulmino procedeva a zig zag quasi a raccontare visivamente il turbinio confuso dei pensieri che vorticavano nella sua testa. Rimase stupefatto quando scoprì che la grande luce che veniva dalla brace nel momento in cui aspirava in realtà non veniva dalla brace, ma dal lampione sotto cui stava in quel preciso momento passando. Per molte volte la casualità aveva fatto in modo che aspirasse il fumo proprio mentre era sotto un lampione!
Frenò accostando al lato della strada. Scese dal pulmino.
Si guardò intorno respirando la nebbia, il buio, il cimitero, gli aloni gialli e sfumati dei due lampioni che riusciva a vedere, la moglie e le bambine che ancora dormivano a casa, il suocero col casco in testa sulla moto, il suocero che già tirava su la serranda dell’edicola.
Guardò la piccola brace della sigaretta. Fumò tranquillo. Rise perfino.
Imparò la lezione. Cercò di trasformarla in un assioma, in un principio, in un teorema. Disse ad alta voce per non dimenticarlo più: “ogni cosa che ti accade, o che accade, non è un punto d’arrivo, ma un incrocio, un bivio: puoi prendere una direzione, ma non dimenticare che c’è un’altra strada che porta in un’altra direzione”.
Al bivio successivo, sorpassato il muro del cimitero, svoltò a destra verso Piazza Sofia. Imboccò Via Cravero. Nella nebbia che già un poco diradava poteva scorgere laggiù la luce gialla dell’insegna della sua edicola con la scritta azzurrognola “La Stampa”.
Rocco aveva già appeso fuori alle pareti del palazzo le griglie di legno con le locandine appese. Aveva già tagliato i pacchi delle riviste popolari. Grand Hotel, Sorrisi e Canzoni, Cronaca Vera, i Fotoromanzi, Tutto Sport, La Stampa, erano già al loro posto esposte sui banchi.
La sua moto sul marciapiede, ferma sul cavalletto, leggermente inclinata in avanti, col casco sul manubrio, sembrava un filosofo nella nebbia.
Dalla facciata di un palazzo si aprì un portone. Un rumore di cardini arrugginiti attraversò il biancore della nebbia. Poi un suono cupo di passi ovattato sul marciapiede. Un operaio già usciva con la borsa in mano e il baracchino.
Un crocchio di uomini imbacuccati sotto coppole e berretti di lana aspettava silenzioso alla fermata del tram.
Nel retro del negozio Pietro accese il gas.
Mise su un caffè.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:51 )
 

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