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Michele Bertolotto - prigionieri PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Venerdì 22 Luglio 2011 09:57

 

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PRIGIONIERI

di Michele Bertolotto
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 aprile 2006




Niente è come sembra …
Sono ormai passati 13 mesi da quando mi hanno rinchiuso con i miei compagni in questa prigione. È qui che noi tutti siamo stati condannati a trascorrere le ultime ore della nostra vita, una sentenza senza processo e senza appello, Le condizioni sono orribili: siamo tanti a essere rinchiusi in questo ambiente, addossati gli uni agli altri, alcuni compressi tra i propri amici e le pareti della cella. La situazione è insostenibile, i più si sono rammolliti e vegetano ammassati tra sempre più forti miasmi… Lo sento, siamo prossimi alla fine.
La prigione ha una forma cilindrica, è in materiale vetroso e in alcuni punti il vetro che la costituisce è stato oscurato da un qualcosa che la avvolge, impedendo ai più di guardare fuori, neanche questo privilegio ci è concesso, un’ennesima crudeltà perpetrata ai prigionieri in barba a qualsiasi trattato e convenzione. L’uscita si trova invece sopra di noi, si tratta di una specie di grande botola pesantissima: in tanti hanno provato a esercitarvi pressione alleandosi e unendo le forze per aver maggiore spinta e tentare di evadere, ma nessuno vi è mai riuscito. Il terrore che ci incute la botola a ogni sua apertura è indescrivibile e non posso neppure lontanamente riuscire a farvi capire il rumore che provoca… SVI! SVI! SVI!... CLANK! E questo per non parlare della chiusura che ha del grottesco… AVV! AVV! AVV! CLUNK! I nostri nervi sono messi a dura prova da tutto questo.
Sono mesi che mi domando cosa abbiamo fatto di così terribile per trovarci in una simile situazione, ma non ho risposte, ricordo solo che è successo tutto d’un tratto, siamo passati da un giorno felice e solare a una giornata funerea, siamo stati tutti strappati dalla nostra terra e deportati in questa prigione da alieni pronti a tutto, che in un batter d’occhio ci hanno strappato alla vita serena rendendoci schiavi e succubi di un triste destino, confinandoci in questo ghetto maleodorante in cui i giorni, tutti uguali, non passano mai… specialmente quando sai che fine stai per fare.

Passiamo il nostro tempo ricordando quanto eravamo felici prima che ci facessero prigionieri: vivevamo in campagna, in mezzo al verde, tutti insieme. Un posto incantato, da favola, con grandi querce tutt’intorno a proteggere (credevamo) la nostra felice esistenza di comunità. Il momento di maggior gioia per noi era sempre l’arrivo della pioggia: lo celebravamo come una specie di "festa della fertilità", molti di noi nascevano proprio in quel momento. In tanti uscivano di casa e si facevano vedere solo per il gusto di buttarsi sotto l’acqua e assorbirla come nutrimento, l’acqua era il bene più prezioso, mentre il cibo in quella terra non ci mancava di certo. Forse abitudini un po’ tribali, ma di sicuro non facevamo male a nessuno. La nostra era una bella vita, in mezzo alla natura, senza una sola preoccupazione al mondo: la classica vita felice e, col senno di poi, un po’ spericolata, eh sì!  Pensandoci bene, se fossimo stati più nascosti, ci fossimo mostrati meno narcisisti, più umili, saremmo passati inosservati ai più e gli alieni, di quale Mondo non so, non ci avrebbero presi tutti, qualcuno si sarebbe salvato e sarebbe riuscito a procreare altri suoi simili permettendo di continuare la stirpe, la nostra Colonia non sarebbe stata sterminata come purtroppo sta accadendo in questo stillicidio giornaliero. Una brutta storia di crudeltà infinita che ci lascia impotenti nell’attesa del nostro destino.
Ma ecco l’odioso rumore, è la botola che si sta aprendo… SVI! SVI! SVI!... CLANK! Un altro giorno da dimenticare: è terribile vedere tutti i miei compagni schizzare contro le pareti della cella nel tentativo disperato di evitare l’arpione a quattro punte, sentirsi pestare e sbattere da tutte le parti dai compagni presi dal panico. Quell’aggeggio infernale sta già entrando e probabilmente ha già designato la sua vittima. Mi domando perché questi esseri enormi ci fanno tutto questo!
Uno di noi viene trafitto: è uno spettacolo atroce. Adesso tutti si stanno lanciando verso di lui nel vano tentativo di riuscire a trattenerlo, strappandolo dal braccio della morte, ogni tentativo è vano: purtroppo non è morto sul colpo, a volte succede ed è sicuramente meglio per il malcapitato, ma ora l’arpione lo sta trascinando fuori urlante. Dio solo sa quale sarà il suo destino. Infine la botola si richiude… AVV! AVV! AVV! CLUNK! Quel rumore ci riporta in un cupo silenzio.
Quelli contro le pareti non oscurate riescono a vedere che il nostro compagno non finirà così i suoi giorni… atterriti raccontano a chi non può vedere che il compagno viene sistemato su un piano alla sommità di quello che appare un braciere, forse vulcanico. Mio Dio! Così finirà disidratato e soffocato dai miasmi del fuoco e della cenere e forse anche bruciato dai lapilli che saltano da tutte le parti, ODDIO! È precipitato con un urlo straziante nel mucchio di cenere sottostante… UNA FINE ORRIBILE! 
Sono sconvolto, arrivo addirittura a pensare che oggi ci è andata bene, l’arpione ha preso solo uno di noi; ci sono giorni in cui entra più spesso e ne porta via tanti; è uno stillicidio fatto di sofferenze continue e mi domando in nome di chi o di cosa tutto questo e perché proprio a noi, quale essere alieno e orribile e quando ha deciso di farci questo innalzandosi a essere superiore e annientandoci in questo modo e perché, se un Dio esiste, permette tutto questo?
Sono solo domande che non avranno risposte, l’unica certezza è che ora sono ancora qui con i miei compagni. Ma il mio sollievo è solo momentaneo: oltre a essere sotto choc per aver assistito a quell’ennesima morte straziante, noi tutti sappiamo che la nostra fine è semplicemente rinviata alla crudeltà e alle esigenze degli alieni.
Siamo ammutoliti, alcuni piangono in silenzio, altri impazziscono di quella pazzia che ti lascia un ghigno ebete, mentre io sono seduto in un angolo a riflettere che se toccherà a me la stessa fine del mio compagno su quel braciere nulla potrà rinascere dalla mia cenere… Un’esistenza cancellata nell’oblio!
Vi lascio queste riflessioni per farvi sapere quanto sia dura la vita di un fungo sott’olio mangiato da Voi umani!.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:52 )
 

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