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Marco Protti - Dorigo West PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Venerdì 22 Luglio 2011 09:53

 

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DORIGO WEST

di Marco Protti
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 aprile 2006




Il console Daniele Salvini dormiva nel sedile posteriore.
Il viaggio era stato davvero tropo lungo e la fatica del digiuno che si imponeva durante i viaggi aveva tolto le ultime energie dell’anziano diplomatico; abitualmente non amava pranzare durante il viaggio e apprezzava ancor meno dover consumare i pasti in luoghi, a suo vedere, deputati a ospitare grande stanchezza piuttosto che a offrire ristoro; le tappe necessarie di rifornimento erano sempre coperte da polvere e impregnate dagli odori di benzina e di metallo caldo. Mentre l’autista consumava velocemente panini imbottiti e tazze di caffé il console scendeva dalla vettura e si avvicinava alle siepi che lo separavano dalle corsie dell’autostrada cercando un senso alla sua presenza in una stazione di servizio, egli impegnava la propria mente in ogni incarico anche quando, come allora, rimanevano oscuri gli scopi ultimi del viaggio, tuttavia non riusciva a immaginarsi in alcun altro luogo.
Per quanto non avesse mai guidato, il console si perdeva spesso, le voci che albergavano in uomini invidiosi e nel labirinto di cantine del corpo consolare lo volevano perso sulla fine di una carriera onorevole, accompagnato dalla senilità e abbandonato sempre più spesso dalla memoria e dalla lucidità di pensiero che lo avevano sostenuto negli anni addietro. Tali voci erano cavernose e non riuscivano a raggiungere il suo orecchio.
Sereno aveva già ripreso a dormire quando l’autista tornò al volante chiudendo con garbo lo sportello per non svegliarlo.

Era mattina, forse le sette o prima, quando aprì gli occhi. Era ancora sulla vettura del corpo consolare, le gambe gli dolevano e il collo non accompagnava gli occhi che cercavano fuori dei vetri un segno che lo riportasse a una realtà meno strana di quella che sentiva invadergli la mente. Sicuramente avevano lasciato l’autostrada, i rumori del traffico veloce erano scomparsi così come non c’era traccia dell’autista nel sedile davanti al suo e proprio l’assenza del suo accompagnatore gli parve un’anomalia priva di alcuna giustificazione. Quando aprì lo sportello sentì il profumo della terra e in alto il canto degli uccelli mattutini; l’auto era ferma sul ciglio di una strada all’ingresso di un paese di cui non aveva mai udito il nome e, per quanto potesse vedere, deserto. Guardò intorno a sé per lunghi minuti, era solo e ancora una volta perso, quindi guardò nuovamente il cartello che gli stava di fronte, il nome del paese era imbrattato da altre parole scritte probabilmente con una bomboletta di vernice.
- L’ho scritto io. -
A quelle parole, in quella mattina, Daniele Salvini si spaventò e la sua figura dovette fare compassione all’uomo che le aveva pronunciate tanto da indurlo ad abbassare il tono di voce e ad avvicinarsi con maggior garbo al vecchio che si appoggiava al cofano dell’automobile.
- Nicola Duns - e gli porse la mano perché il vecchio non cadesse nel fosso che gli stava dietro, più che per buone maniere.
- Dove mi trovo? - i due uomini, ognuno per motivi diversi, non sciolsero le loro mani, gli occhi azzurro chiaro del vecchio si fissarono nel volto dell’altro, e il gruppo così formato sarebbe parso una scultura classica, Enea accorso in aiuto del padre Anchise, se ci fossero stati altri spettatori. Nicola si limitò a indicare col capo il cartello - Dorigo - disse - West è stata una mia idea - riferendosi alla scritta di vernice in parte scomparsa sotto il grande nome nero, sorrideva, per scusare il proprio umorismo poco comprensibile agli occhi del vecchio, poi guardò la vettura.
Daniele Salvini guardò anch’egli l’automobile.
- Il mio autista è scomparso. -
Nicola lo guardò comprimendo curiosità e stupore in un’unica espressione del volto, aspettando che il vecchio aggiungesse altro invece di fissare con ostinazione il cartello.
- Qui non esiste alcuna frontiera cui andare incontro, Dorigo è l’ultimo paese della valle e la strada asfaltata finisce poco dopo le ultime case, così, lei capisce, ho rivolto la mia ironia al sogno di questo posto di immaginarsi diverso da ciò che è, cioè più nulla. La strada finisce qui dove siamo noi ora, in pratica. Ecco perché West. Guardi, - e indicò al vecchio un traliccio di metallo arrugginito la cui funzione era stata il trasporto su cavo di merci e viveri dal fondo valle verso il paese e viceversa in anni in cui evidentemente la popolazione del luogo era sensibilmente maggiore, - era più comodo usare il sistema di cavi.
- Perché sono stato portato qui -
Nicola Duns non diede risposta, il vecchio accettò quel silenzio e aspettò ancora che succedesse qualcosa che gli svelasse il senso della grottesca situazione in cui si trovava.
- Avrei appetito. -
Non mangiava da un giorno intero e la mente aveva bisogno di nutrimento così come le gambe che lo reggevano rigide dentro il completo sgualcito, Daniele Salvini aveva bisogno anche di un bagno per rinfrescarsi, aveva bisogno del suo bagaglio, delle sue cose, aveva bisogno di capire cosa facesse lì e capiva che da solo non avrebbe trovato alcuna risposta, aveva bisogno di aiuto.
- Potrei scendere in un albergo. -
- In paese c’è un affittacamere, ma in questa stagione è chiuso. -
Il cielo confermava l’affermazione dell’uomo, la mattina era coperta da una coltre di nubi molto basse e grigie e la temperatura non mitigava l’impressione di un autunno che sembrava destinato a durare per sempre, l’aria era fresca.
- Allora… - non riusciva a trovare le parole, era incapace di risolvere la propria situazione, e se avesse dichiarato di essere un diplomatico in missione avrebbe aggiunto, ne era certo, un nuovo tono al senso del ridicolo di cui già si sentiva vestito, tuttavia l’automobile portava i contrassegni e forse qualcuno era in grado di riconoscerli, forse lo stesso Nicola Duns, che proprio ora si stava sporgendo dentro l’abitacolo per aiutarlo a uscire dallo stallo; capire qualcosa insomma.
- Viaggia senza valige. -
- No, i miei bagagli sono dietro, l’autista invece ha una borsa che tiene sempre vicino, con i suoi vestiti e i documenti di viaggio. -
- Sembra non esserci più, però. -
- Mi ha lasciato qui. -
- Come? Il suo autista l’avrebbe lasciata qui di proposito? –
- Mi hanno lasciato qui le dico - alzò lo sguardo al cartello - Dorigo West.

Il console Daniele Salvini rimase a Dorigo per quasi un anno, prima ospite dell’uomo che lo aveva trovato all’ingresso del paese, quindi in affitto presso una vicina che aveva alcune stanze vuote in seguito alla morte del marito e alla vendita di buona parte delle sue cose. Il conto del mese era saldato puntualmente da Nicola Duns, onnipresente. Il console non si era accorto di essere scomparso, pochi mesi dopo il suo arrivo aveva fatto la conoscenza del farmacista e del tabaccaio che lo riforniva di sigari, della ragazza che alla locanda gli portava il caffé e del ragazzo biondo, il figlio dell’edicolante, che lo guardava leggere per ore tutti gli articoli del quotidiano che sfogliava con eleganza.
Entrando la prima volta in paese, quando si appoggiava al braccio di Nicola Duns per sorreggersi, non si era curato delle sorti della sua vettura, era rimasta sotto il cartello per un mese, poi qualcuno la prelevò, forse un carro attrezzi, poiché le chiavi non furono mai trovate. Era settembre.
Nel mese di agosto di due anni dopo il console scivolò durante una delle sue passeggiate e morì in fondo ad una pietraia.
Dopo il funerale Nicola Duns cancellò la scritta a vernice dal cartello.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:52 )
 

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